
Un tema del trauma
Trauma relazionale
Quando il danno è arrivato da una relazione, sono le relazioni a diventare il terreno difficile.
Capisco quando qualcuno cambia umore prima che lo capisca lui.
Cos'è il trauma relazionale
È il trauma la cui fonte è stata una relazione: un partner, un genitore, una figura di riferimento, a volte un contesto lavorativo. Non un evento esterno, ma un legame che ha prodotto danno mentre continuava a essere un legame.
La differenza rispetto a un evento isolato non è la gravità. È che qui il terreno colpito è lo stesso che serve per riprendersi.
Quando la fonte era anche il rifugio
Questa è la parte che rende il quadro particolare. In un evento traumatico esterno le relazioni sono la risorsa: qualcuno da chiamare, un posto dove tornare.
Quando invece la fonte del danno è la persona da cui si dipendeva, le due funzioni collidono. Avvicinarsi era necessario e pericoloso insieme, e il sistema ha dovuto imparare a fare entrambe le cose contemporaneamente.
Quello che ne risulta non è paura delle relazioni. È una relazione con le relazioni che resta ambivalente, anche dove non ci sarebbe ragione.
Cosa produce nelle relazioni adulte
Difficoltà a fidarsi di chi non ha fatto niente. Attesa che qualcosa succeda, anche quando va bene. Prontezza a leggere un segnale di distacco dove non c'è. A volte il contrario: legarsi molto rapidamente, e con persone che confermano lo schema.
Nessuno di questi comportamenti è irrazionale. Sono coerenti con l'ambiente in cui sono stati costruiti — e sono diventati un problema quando l'ambiente è cambiato e la lettura è rimasta.
L'ipervigilanza verso l'altro
È una delle competenze più sviluppate in chi viene da un ambiente imprevedibile: accorgersi di un cambiamento di umore prima che diventi visibile, dal ritmo dei passi, da una parola scelta diversamente.
Era una capacità utile e a volte necessaria. Il costo si vede adesso: l'attenzione è costantemente rivolta all'altro, e questo consuma, riduce lo spazio per accorgersi di sé, e produce reazioni a segnali che non c'erano.
Riconoscerla come competenza — e non come difetto — cambia il modo in cui se ne può parlare.
Non è diffidenza
Chi vive questo quadro spesso si descrive come diffidente e si giudica per questo. La diffidenza è una valutazione: si può discutere, correggere, sospendere.
Qui invece la reazione precede la valutazione. Si arriva già in allarme e poi si cerca la ragione, e non è un problema di carattere né di volontà.
Come si lavora
Prima la base: capire come funziona adesso, dove si attiva, e cosa fai quando si attiva. Non si parte dal racconto — quello arriva quando c'è di che sostenerlo.
Poi si lavora sulla distinzione fra i segnali di allora e quelli di ora, che è il punto in cui l'ipervigilanza comincia a poter essere messa da parte in situazioni sicure. E la relazione clinica stessa fa parte del lavoro: è un legame con regole dichiarate, una distanza precisa e una durata concordata, e per molte persone è il primo terreno in cui verificare qualcosa senza rischiare troppo.
Domande frequenti
Non nella gravità, ma nel terreno. In un evento esterno le relazioni restano la risorsa a cui appoggiarsi; quando la fonte del danno è stata una relazione, quel terreno è lo stesso che serve per riprendersi. È il motivo per cui il lavoro dedica tempo alla base prima di arrivare al racconto.
Perché la reazione precede la valutazione: si arriva già in allarme, e la spiegazione si cerca dopo. Non è un giudizio sulla persona che hai davanti, ed è coerente con un ambiente in cui accorgersi in tempo era necessario. Il lavoro riguarda la distinzione fra i segnali di allora e quelli di adesso.
Il lavoro non parte dal racconto e non lo richiede come prerequisito. Si comincia da come funziona adesso — dove si attiva, cosa fai quando si attiva — e quello che riguarda il passato arriva quando c'è una base per sostenerlo. Il ritmo lo stabiliamo insieme, ed è una delle cose su cui il primo incontro serve a mettersi d'accordo.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta
PRIMO PASSO