Psicoterapeuta

EN

Primo contatto

Scrivimi come ti è più comodo.

Rispondo personalmente, in genere entro [segnaposto] giorni.

I tuoi dati saranno trattati con la massima riservatezza.

Due porte bianche socchiuse che si aprono su una stanza luminosa e spoglia.

Un tema del trauma

Trauma relazionale

Quando il danno è arrivato da una relazione, sono le relazioni a diventare il terreno difficile.

Capisco quando qualcuno cambia umore prima che lo capisca lui.

Cos'è il trauma relazionale

Il trauma relazionale è un'esperienza traumatica nella quale la fonte del danno è una relazione significativa: può trattarsi di un genitore, di un partner, di una figura di riferimento o, in alcuni casi, di un contesto relazionale prolungato.

La caratteristica distintiva non è necessariamente la gravità dell'evento, ma il fatto che il danno si sviluppi all'interno di un legame dal quale la persona dipende, al quale è affettivamente legata o nel quale dovrebbe poter trovare sicurezza.

È questo che rende il trauma relazionale particolarmente complesso: la relazione che dovrebbe offrire protezione può diventare contemporaneamente una fonte di minaccia.

Quando la fonte del danno era anche il rifugio

È uno degli aspetti più caratteristici del trauma relazionale. In molte esperienze traumatiche la relazione con gli altri rappresenta una risorsa: qualcuno da chiamare, da cui ricevere aiuto o presso cui sentirsi al sicuro.

Quando invece la fonte del danno è una persona significativa dalla quale si dipende, sicurezza e pericolo possono trovarsi all'interno dello stesso legame.

Il bambino può quindi trovarsi davanti a una contraddizione difficile da risolvere: cercare vicinanza è necessario, ma la vicinanza può essere anche fonte di paura, rifiuto o sofferenza.

Nel tempo, questo può contribuire a sviluppare una relazione ambivalente con la vicinanza e con la fiducia. Non significa necessariamente avere “paura delle relazioni”, ma poterle vivere attraverso una maggiore sensibilità ai segnali di possibile rifiuto, abbandono, conflitto o perdita di sicurezza.

Cosa può produrre nelle relazioni adulte

Nell'età adulta possono comparire difficoltà a fidarsi anche di persone che non hanno fornito motivi concreti per essere considerate pericolose, un'attesa costante che qualcosa possa andare storto o una particolare sensibilità ai segnali di distanza e cambiamento dell'altro.

In altri casi può accadere il contrario: cercare rapidamente una forte vicinanza, tollerare comportamenti problematici o sentirsi particolarmente attratti da relazioni che riproducono dinamiche già conosciute.

Questi comportamenti non sono necessariamente irrazionali. Possono essere compresi come modalità apprese per orientarsi nelle relazioni e proteggersi in un determinato ambiente. La difficoltà nasce quando queste modalità continuano a essere applicate anche in contesti nuovi, nei quali non sono più necessarie o possono diventare controproducenti.

L'ipervigilanza verso l'altro

L'ipervigilanza può diventare una modalità di funzionamento importante quando si è cresciuti in un ambiente relazionale imprevedibile. Significa prestare un'attenzione molto intensa ai segnali provenienti dall'altro: il tono della voce, un cambiamento nell'espressione del volto, il ritmo dei passi, una parola scelta diversamente o una variazione improvvisa dell'umore.

In un ambiente imprevedibile, questa sensibilità può avere avuto una funzione adattiva: riconoscere precocemente un cambiamento poteva permettere di anticipare ciò che sarebbe successo e di modificare il proprio comportamento.

Il problema può emergere quando questa attenzione rimane attiva anche in situazioni sufficientemente sicure. L'attenzione viene continuamente orientata verso l'altro, con un costo in termini di energia, presenza a sé stessi e capacità di distinguere un segnale realmente significativo da uno ambiguo o neutro.

Per questo può essere più utile considerare l'ipervigilanza non come un semplice “difetto caratteriale”, ma come una risposta che ha avuto una funzione e che, nel presente, può essere diventata eccessivamente generalizzata.

Non è semplicemente diffidenza

Chi vive questo tipo di difficoltà può descriversi come una persona diffidente e giudicarsi per questo. Ma diffidenza e ipervigilanza non sono necessariamente la stessa cosa.

La diffidenza implica una valutazione: si considera una persona o una situazione potenzialmente inaffidabile sulla base di determinati elementi. Nell'ipervigilanza, invece, l'attivazione può precedere la valutazione consapevole.

La persona può accorgersi di essere già in allarme e solo successivamente cercare una spiegazione per quella sensazione.

Questo non significa che ogni intuizione sia falsa o che ogni reazione di allarme sia patologica. Significa che, in alcune persone, il sistema di allerta può diventare particolarmente sensibile e reagire anche in assenza di una minaccia attuale proporzionata.

Come si lavora

Il lavoro psicoterapeutico parte innanzitutto dal funzionamento attuale: comprendere in quali situazioni si attiva l'allarme, quali segnali lo precedono, quali pensieri e sensazioni corporee compaiono e come la persona tende a reagire.

Non è necessario iniziare dalla ricostruzione dettagliata del passato. Le esperienze precedenti possono essere esplorate progressivamente, nella misura in cui aiutano a comprendere ciò che accade nel presente.

Un passaggio importante può riguardare la distinzione tra i segnali di allora e quelli di oggi: riconoscere quando una risposta appresa in un contesto passato viene riattivata in una situazione che, nel presente, è sufficientemente sicura.

Anche la relazione terapeutica può diventare parte del lavoro. È un legame caratterizzato da confini chiari, regole condivise, una distanza professionale e una durata definita. Proprio queste caratteristiche possono offrire uno spazio nel quale osservare e sperimentare modalità relazionali diverse, senza dover riprodurre automaticamente quelle apprese in precedenza.

L'obiettivo non è eliminare la capacità di cogliere i segnali dell'altro, ma poter scegliere quando prestarvi attenzione e quando, invece, tornare a orientarsi verso ciò che sta realmente accadendo nel presente.

Domande frequenti

Non nella gravità, ma nel terreno. In un evento esterno le relazioni restano la risorsa a cui appoggiarsi; quando la fonte del danno è stata una relazione, quel terreno è lo stesso che serve per riprendersi. È il motivo per cui il lavoro dedica tempo alla base prima di arrivare al racconto.

Perché la reazione precede la valutazione: si arriva già in allarme, e la spiegazione si cerca dopo. Non è un giudizio sulla persona che hai davanti, ed è coerente con un ambiente in cui accorgersi in tempo era necessario. Il lavoro riguarda la distinzione fra i segnali di allora e quelli di adesso.

Il lavoro non parte dal racconto e non lo richiede come prerequisito. Si comincia da come funziona adesso — dove si attiva, cosa fai quando si attiva — e quello che riguarda il passato arriva quando c'è una base per sostenerlo. Il ritmo lo stabiliamo insieme, ed è una delle cose su cui il primo incontro serve a mettersi d'accordo.

Giuseppe Iannone, ritratto.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta

PRIMO PASSO

Se senti che è il momento di affrontare ansia e panico, scrivimi.

Numero di telefono

Come preferisci essere ricontattato?

Rispondo entro 24 ore.