Psicoterapeuta

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Domande frequenti

Le domande che arrivano più spesso

Sono raccolte per argomento. Le prime quattro sezioni riguardano il modo in cui lavoro — il primo incontro, i costi, le sedi, il rapporto con il medico. Le altre sei riguardano difficoltà specifiche. Se quello che cerchi non c'è, scrivimi: rispondo entro 24 ore.

Il primo incontro

Come si svolge, quanto dura, e cosa serve sapere prima.

Dura quarantacinque minuti e serve a capire di cosa stiamo parlando. Mi racconti cosa succede: da quanto tempo, in quali situazioni, che cosa hai già provato a fare. Le domande le faccio io, quindi arrivare senza un discorso preparato è una situazione ordinaria.

Alla fine dell'incontro ti dico che cosa ho capito e che cosa proporrei: se serve un percorso, di che tipo, con quale ritmo. È anche il momento in cui valuti me — il modo in cui lavoro, come ti sei sentito a parlare, se la direzione ti sembra sensata.

L'incontro si chiude lì. Se decidi di proseguire fissiamo il secondo appuntamento; altrimenti resta un colloquio a sé, e va bene così.

Perché è già un incontro clinico. In quei quarantacinque minuti ascolto, formulo ipotesi e arrivo a una prima valutazione: è lo stesso lavoro di qualsiasi altra seduta, e ha lo stesso costo.

Un primo colloquio offerto in omaggio sarebbe una presentazione commerciale, e cambierebbe la natura dell'incontro: diventerebbe un'occasione per convincerti, invece che il momento in cui capire se posso esserti utile.

Il costo è quello ordinario: 100 € per quarantacinque minuti.

No, e capita spesso. Molte persone arrivano con una sensazione confusa — sto male, qualcosa non funziona — senza riuscire a metterla in ordine. Mettere in ordine è parte del lavoro, non un requisito per cominciarlo.

Le domande le faccio io: da quanto tempo succede, in quali situazioni, che cosa cambia quando succede, che cosa hai provato a fare finora. Rispondere a una domanda concreta è più facile che raccontare tutto da soli.

Il ritmo lo decidi tu: se ci sono cose di cui preferisci parlare più avanti, si aspetta.

I primi due o tre incontri sono ravvicinati: settimanali, oppure a distanza di una decina di giorni. All'inizio serve continuità, perché il quadro si sta ancora ricostruendo e gli intervalli lunghi disperdono proprio i dettagli su cui si lavora.

Poi il ritmo si allarga, di solito un incontro ogni due o tre settimane. Quando allargarlo lo decidiamo insieme, in base a come procede il lavoro.

La frequenza si può rivedere in qualsiasi momento, in entrambe le direzioni: se un periodo si fa più pesante ci si vede più spesso, se le cose si assestano si dirada.

Tutto quello che viene detto in seduta è coperto dal segreto professionale, che per lo psicologo è un obbligo di legge oltre che deontologico: lo prevedono l'articolo 622 del Codice penale e gli articoli 11–15 del Codice deontologico degli psicologi italiani. Riguarda i contenuti degli incontri e anche il fatto stesso che una persona sia in terapia.

Le deroghe sono poche e definite dalla norma, e la principale è il consenso scritto della persona interessata. In pratica: se è utile una comunicazione con il medico curante o con lo psichiatra, te la propongo, e parte solo se sei d'accordo. Nella terapia di coppia il consenso deve essere di entrambi.

Vale anche per chi ti sta intorno: se un familiare mi contatta, quello che accade in seduta rimane fra noi due.

Costi e pagamenti

Tariffe, modalità di pagamento e detrazione fiscale.

Una seduta individuale dura quarantacinque minuti e costa 100 €. Una seduta di coppia dura sessanta minuti e costa 130 €.

Il costo è lo stesso in tutte le sedi — i due studi di Milano, Monza, Cernusco sul Naviglio — e lo stesso online. Vale anche per il primo colloquio, che è una seduta a tutti gli effetti.

La tariffa non cambia in base all'argomento: un percorso sull'ansia, un lavoro sulle difficoltà sessuali e una consulenza sulle relazioni hanno lo stesso costo.

Al termine di ogni seduta. Accetto contanti, bonifico o carta, e la ricevuta viene rilasciata sempre, senza doverla chiedere.

Per gli incontri online il pagamento avviene con bonifico o carta, e la ricevuta arriva per email.

Sì. Le prestazioni di uno psicologo iscritto all'Albo rientrano fra le spese sanitarie, che si detraggono dall'IRPEF nella misura del 19% sulla parte eccedente la franchigia prevista dalla normativa.

La condizione è che il pagamento sia tracciabile: bonifico o carta. I pagamenti in contanti restano validi come pagamento e la ricevuta viene comunque rilasciata, ma non danno diritto alla detrazione.

Conserva le ricevute: sono il documento da presentare in dichiarazione.

Online e sedi

Dove ricevo e come funzionano gli incontri a distanza.

Sì. Gli incontri online hanno la stessa durata e lo stesso costo di quelli in studio, e si svolgono su una piattaforma riservata: servono un dispositivo con videocamera e un luogo dove puoi parlare senza essere interrotto.

Per alcune persone è la modalità che rende possibile cominciare — quando l'ansia rende difficile spostarsi, quando gli orari di lavoro non lasciano margine, quando lo studio più vicino resta comunque lontano.

Si può anche alternare: alcuni incontri in studio e altri online, secondo il periodo. La modalità si sceglie insieme e si può cambiare in corso d'opera.

In due studi a Milano — zona Citylife, in via Buonarroti 41, e zona Bicocca, in piazza della Trivulziana 4/A — a Monza in via Tolomeo 10, e a Cernusco sul Naviglio in via Torino 24/11.

Il costo della seduta è identico in tutte le sedi, quindi la scelta è puramente pratica: si sceglie quella più comoda da raggiungere, e si può cambiare se cambiano gli orari o gli spostamenti.

Gli incontri online sono un'alternativa a tutte e quattro, e si possono alternare alle sedute in presenza.

Farmaci e medico curante

Il confine fra psicoterapia e prescrizione medica.

La psicoterapia si può svolgere con o senza terapia farmacologica. Sono psicologo e psicoterapeuta, non medico: la prescrizione spetta al medico curante o allo psichiatra.

Quando una terapia farmacologica è già in corso, lavoro in raccordo con chi l'ha prescritta. Quando dal lavoro emerge che potrebbe essere utile valutarla, te lo dico e ti indirizzo, ma la decisione resta fra te e il medico.

Molte persone arrivano temendo che le due cose siano alternative: sono due piani diversi, e possono procedere insieme.

La valutazione medica viene prima. Molti sintomi dell'ansia sono corporei — tachicardia, respiro corto, vertigini, disturbi gastrointestinali — e distinguerli da una causa organica richiede un accertamento medico, non un'interpretazione psicologica.

Se non hai ancora fatto controlli, il primo passo è il medico di base, che valuta quali accertamenti servono.

Quando gli esami sono stati fatti e i sintomi restano, quello è il punto in cui il lavoro psicologico ha senso: non perché i sintomi siano immaginari, ma perché hanno un'origine diversa da quella che si stava cercando.

Lo psicologo è laureato in Psicologia e iscritto all'Albo. Lo psicoterapeuta è uno psicologo, o un medico, che ha completato in più una scuola di specializzazione quadriennale riconosciuta, ed è abilitato al trattamento dei disturbi psicopatologici. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria, e in quanto medico prescrive farmaci.

La differenza pratica sta negli strumenti: la psicoterapia lavora attraverso il colloquio, la psichiatria anche attraverso i farmaci. Sono percorsi che possono procedere in parallelo.

Io sono psicologo e psicoterapeuta, iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia dal 2016, sezione A, con specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Neuropsicologica.

Ansia

Ansia sociale, ansia per la salute e difficoltà di sonno.

No. La timidezza è un tratto del carattere: rende certe situazioni faticose, ma le si affronta comunque. L'ansia sociale comporta evitamento, e l'evitamento restringe progressivamente il campo.

Il criterio pratico è il costo: quante cose hai smesso di fare, quante occasioni hai lasciato passare, quanto tempo passa a preparare o a ripensare un'interazione ordinaria.

Una persona timida può avere una vita sociale piena. Nell'ansia sociale il perimetro si stringe, e di solito ce ne si accorge guardando indietro di qualche anno.

No, le situazioni più frequenti sono ordinarie: una telefonata, un pranzo con i colleghi, entrare in un negozio, chiedere un'informazione, mangiare davanti ad altri. Parlare in pubblico è una forma, non la definizione.

Il meccanismo è lo stesso in tutte: l'attenzione si sposta su di sé — sulla voce, sulle mani, su come si appare — e quel controllo peggiora proprio la prestazione che si sta sorvegliando.

Per questo il lavoro riguarda dove va l'attenzione, più che le tecniche per gestire la singola situazione.

Perché la rassicurazione risponde a una domanda diversa da quella che ti stai facendo. Un esame dice che cosa non c'era in quel momento; la domanda che ti poni riguarda la certezza, e a quella nessun esame può rispondere.

È per questo che il sollievo dura poco: qualche ora, qualche giorno, poi il dubbio si riforma e serve un nuovo controllo. La ricerca di certezza è il meccanismo, non un effetto collaterale.

Il lavoro riguarda proprio quel circuito: come si attiva, che cosa lo alimenta, e che cosa succede quando si prova a interromperlo.

Nell'uso corrente sì. "Ipocondria" è il termine più antico; le classificazioni attuali usano denominazioni diverse ma descrivono lo stesso funzionamento.

La distinzione clinica riguarda soprattutto il peso dei sintomi fisici: in un caso ci sono sintomi reali che vengono interpretati come segno di una malattia grave, nell'altro i sintomi sono lievi o assenti e prevale la paura.

Ai fini del lavoro la differenza di nome conta poco: il meccanismo su cui si interviene — controllo, rassicurazione, ricerca di certezza — è lo stesso.

I controlli prescritti da un medico restano, e non sono una decisione che prendo io. Il lavoro riguarda un'altra cosa: le verifiche fatte per abbassare l'ansia.

Cercare sintomi online, ripetere autopalpazioni, chiedere rassicurazione a chi ti sta intorno, prenotare un esame già fatto di recente: sono comportamenti che danno sollievo immediato e mantengono il problema nel tempo.

Si riducono gradualmente e in modo concordato, un passo alla volta, non con una decisione presa in blocco.

Perché l'igiene del sonno affronta le condizioni, non il meccanismo. Orari regolari, camera buia, niente schermi: sono premesse utili, e su chi dorme male per abitudini disordinate funzionano. Se quello che tiene svegli è l'attivazione ansiosa, le abitudini non la toccano.

Spesso succede anche il contrario: le regole diventano un'altra cosa da fare bene, e l'attesa del sonno si carica di ulteriore controllo. Guardare l'ora, calcolare quante ore restano, misurare la qualità del sonno con un'applicazione.

Il lavoro parte da lì: da cosa succede nella mezz'ora prima di dormire e nei risvegli notturni.

Se l'insonnia è persistente, sì. I disturbi del sonno possono avere cause organiche che vanno escluse: le apnee notturne in particolare sono frequenti e spesso non diagnosticate.

La stanchezza diurna che ne deriva somiglia molto a quella dell'insonnia ansiosa, e le due cose possono anche coesistere.

Il medico di base è il primo riferimento, e valuta se serve una consulenza in un centro di medicina del sonno.

No, sono psicologo e psicoterapeuta, non medico: i farmaci li prescrive il medico curante o lo psichiatra.

Se una terapia è già in corso, lavoro in raccordo con chi l'ha prescritta. Molte persone arrivano dopo un periodo di uso di induttori del sonno e chiedono come procedere: anche quella è una valutazione medica, e va fatta con il medico.

Il lavoro psicologico riguarda il meccanismo che tiene svegli, e può procedere in parallelo.

Panico e agorafobia

Cosa succede durante un attacco, e come si sviluppa l'evitamento.

I sintomi sono intensi, ma la risposta che il corpo mette in atto è la stessa che userebbe di fronte a un pericolo reale: è una reazione di allarme.

Detto questo, la valutazione medica viene prima. Tachicardia, dolore al petto e respiro corto hanno cause organiche possibili, e distinguerle richiede un accertamento, non un'interpretazione psicologica.

Quando la valutazione è stata fatta, il lavoro riguarda il circuito: come una sensazione corporea ordinaria viene letta come segnale di pericolo, e come quella lettura amplifica la sensazione stessa.

Il picco arriva in genere entro dieci minuti, poi la reazione si ritira: il corpo non può mantenere a lungo quel livello di attivazione.

Quello che dura più a lungo è altro — la stanchezza nelle ore successive, e la tensione nell'attesa del prossimo.

Quell'attesa è spesso la parte più pesante, perché occupa anche i giorni in cui non succede niente, e in genere è da lì che parte il lavoro.

È molto improbabile. Nel panico la pressione sanguigna sale, mentre lo svenimento avviene quando scende: sono due meccanismi opposti.

La sensazione di essere sul punto di svenire è però fra le più comuni, e nasce soprattutto dall'iperventilazione, che produce vertigini e testa leggera senza che la pressione stia calando.

L'eccezione riguarda la fobia del sangue e degli aghi, dove la risposta fisiologica è diversa e lo svenimento è effettivamente possibile.

No. È la paura di trovarsi in un luogo da cui sarebbe difficile allontanarsi, o dove sarebbe difficile ricevere aiuto, se si stesse male. Per questo comprende anche spazi chiusi e affollati.

Le situazioni tipiche lo mostrano bene: metropolitana, code, autostrada, cinema, ascensori, allontanarsi da casa da soli. Non hanno in comune l'apertura dello spazio, ma la disponibilità di una via d'uscita.

Il criterio, quindi, è l'uscita, non il luogo.

Sì, anche se nella maggior parte dei casi l'agorafobia si sviluppa dopo. Il criterio è la paura della situazione, non la presenza di attacchi.

Capita che gli attacchi ci siano stati anni prima, siano cessati, e l'evitamento sia rimasto: a quel punto il problema non è più il panico, è il perimetro che si è stretto.

Capita anche che non ci siano mai stati attacchi pieni, ma solo sintomi parziali sufficienti a rendere una situazione da evitare.

No. Gli incontri online hanno la stessa durata e lo stesso costo di quelli in studio, e per questa difficoltà sono spesso il punto di partenza.

Cominciare da casa consente di lavorare sul meccanismo prima di affrontare gli spostamenti, invece di dover superare l'ostacolo maggiore già al primo appuntamento.

Il passaggio agli incontri in studio, se ha senso, diventa a sua volta parte del lavoro, e si affronta quando c'è la base per farlo.

Relazioni e coppia

Lavoro individuale sulle relazioni e terapia di coppia.

Sì. Una parte consistente del lavoro sulle relazioni si fa individualmente, e riguarda il proprio modo di stare in relazione: come si reagisce, che cosa si chiede, che cosa si tollera, quando ci si ritira.

È anche l'unica parte su cui si ha davvero margine. Il comportamento dell'altro si può capire, ma non si può modificare dall'esterno.

In molti casi il cambiamento di uno dei due modifica comunque la dinamica, perché i copioni fissi hanno bisogno di entrambi per restare tali.

Qui il lavoro è individuale, anche quando l'argomento è una relazione: in seduta ci sei tu, e si lavora sul tuo modo di starci dentro.

La terapia di coppia coinvolge entrambi i partner in seduta ed è un percorso a sé: cambia l'oggetto — la relazione come sistema — e cambia il setting.

Sono percorsi distinti, e la scelta si fa nel primo colloquio, in base a chi c'è e a che cosa si vuole affrontare.

Per la terapia di coppia sì: l'oggetto del lavoro è quello che accade fra i due, e serve poterlo osservare mentre accade.

Se uno dei due non vuole o non può, il lavoro individuale sulle difficoltà relazionali è un'alternativa reale, non un ripiego: si lavora sulla propria parte della dinamica.

Capita anche il percorso inverso: un lavoro individuale che, a un certo punto, apre alla possibilità di un incontro insieme.

Sessanta minuti, e il costo è di 130 € a seduta, uguale in studio e online.

La durata è maggiore rispetto alla seduta individuale perché ci sono due persone che parlano, e serve spazio perché entrambi possano farlo davvero.

Il ritmo degli incontri si stabilisce insieme, come nel percorso individuale.

No, e non sarebbe il mio ruolo. Il compito è rendere visibile quello che accade fra i due, non stabilire chi ha ragione.

Nella pratica significa che entrambi vengono ascoltati con lo stesso spazio, e che l'attenzione si sposta dai contenuti delle discussioni al modo in cui si svolgono: chi parte, chi si ritira, in che punto la conversazione cambia direzione.

Chi arriva sperando in un arbitro resta di solito sorpreso, ma è proprio quello spostamento a rendere il lavoro possibile.

Sessualità

Valutazione medica, ritmo del lavoro e ruolo del partner.

Sì, se non è già stata fatta. Disfunzione erettile, calo del desiderio e dolore durante i rapporti hanno tutti cause organiche possibili, che vanno escluse da un medico prima o accanto al lavoro psicologico.

Le cause possono anche essere miste: una componente organica e una psicologica che si alimentano a vicenda, dove l'ansia da prestazione mantiene un problema che è cominciato per altro.

Per questo la valutazione medica non rimanda il lavoro psicologico: spesso i due percorsi procedono insieme.

No. Servono le informazioni cliniche necessarie a capire il meccanismo — quando succede, in quali circostanze, da quanto tempo — non un resoconto.

Si procede al ritmo che è sostenibile, e le domande le faccio io: rispondere a una domanda precisa è diverso dal dover trovare le parole da soli.

È un ambito in cui il pudore è la regola, non l'eccezione, e non è un ostacolo al lavoro.

Non necessariamente: molto del lavoro è individuale e riguarda il proprio funzionamento.

In alcuni casi un incontro insieme è utile, per esempio quando la difficoltà si è organizzata attorno alla coppia e ha modificato il modo in cui i due si avvicinano. Si valuta, non si dà per scontato.

Quando ha senso, se ne parla prima: è una proposta, e la decisione resta tua.

Stress e burnout

Distinguere il burnout, e cosa riguarda il contesto lavorativo.

No, anche se condividono diversi sintomi. Il burnout è legato a un contesto — di solito lavorativo — e tende a variare con esso; la depressione riguarda tutti gli ambiti della vita.

Il segnale che spesso orienta è cosa succede in ferie: se dopo una settimana lontano dal lavoro qualcosa si allenta, il quadro somiglia di più al burnout.

Distinguerli è parte della valutazione iniziale, anche perché possono sovrapporsi: un burnout prolungato può evolvere.

Se ci sono sintomi fisici persistenti, sì. Stanchezza cronica, disturbi del sonno e sintomi gastrointestinali hanno cause organiche possibili che vanno escluse.

Alterazioni della tiroide, anemie e carenze danno un quadro di spossatezza che somiglia molto all'esaurimento da stress.

Il medico di base è il riferimento per capire quali accertamenti servono.

Non è una domanda a cui rispondo io: è una decisione che riguarda la vita di chi la prende, e dipende da vincoli — economici, familiari, di percorso — che conosce solo lei.

Il lavoro in studio serve a prenderla con chiarezza invece che per esaurimento, che è la differenza fra una scelta e una resa.

Capita spesso che, chiarito il quadro, la decisione cambi forma: non lasciare, ma cambiare qualcosa in quello che c'è.

Trauma

Quando è successo, cosa raccontare, e con quale approccio lavoro.

Non al primo incontro, e non necessariamente nel dettaglio. Si comincia da come stai adesso: cosa succede nella vita quotidiana, cosa si è modificato, che cosa eviti.

Il racconto arriva quando c'è la base per sostenerlo, e quella base è parte del lavoro, non un prerequisito.

Raccontare troppo presto può riattivare senza elaborare, ed è una delle ragioni per cui il ritmo lo si stabilisce insieme.

Il tempo trascorso non determina se qualcosa è stato elaborato. Un evento di vent'anni fa può restare attivo, e uno recente può essersi assestato da solo.

Molte persone arrivano anni dopo, spesso perché qualcosa di recente ha riattivato quello che era rimasto fermo: un cambiamento, una perdita, una situazione che somiglia.

Il fatto di essersene occupati tardi non è un problema clinico: è la norma.

Sì. La gravità dell'evento non è il criterio: conta l'effetto che ha avuto, e quello dipende da molte cose — l'età, il contesto, la presenza o l'assenza di qualcuno accanto.

Le forme cumulative sono spesso le più difficili da riconoscere dall'interno: niente di singolarmente grande, ma un clima prolungato — svalutazione, imprevedibilità, trascuratezza — che non lascia un episodio da raccontare.

Proprio perché manca l'episodio, molte persone arrivano convinte di non averne diritto.

No. Ho una formazione in Psicoterapia Cognitivo-Neuropsicologica, ed è l'approccio con cui lavoro.

Se stai cercando specificamente l'EMDR, il primo colloquio serve anche a questo: capire se quello che offro corrisponde a quello che cerchi, e in caso contrario orientarti.

Vale in generale, non solo per l'EMDR: la corrispondenza fra la richiesta e il metodo è una delle cose che si valutano nel primo incontro.

Giuseppe Iannone, ritratto.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta

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