Metodo
La psicoterapia guarda in due direzioni
Verso la storia da cui una difficoltà è emersa, e verso tutto quello che da allora ha messo fuori portata.
Una faccia — il passato
Da dove viene
Quello che le persone raccontano rimanda quasi sempre a un momento preciso: quello in cui il sintomo è comparso, apparentemente dal nulla. Ripercorrere la storia serve a collocarlo, non a scavare per il gusto di scavare.
In pratica significa raccogliere un'anamnesi clinica e familiare: percorsi precedenti, eventuali terapie in corso, il contesto in cui sei cresciuto e le relazioni che lo hanno formato.
Il passato non è una condanna, e non è un destino.
L'altra — quello che c'è davanti
Verso cosa
La seconda faccia guarda alle possibilità che una difficoltà ha ristretto. Una parte del lavoro è un inventario di quello che c'è ancora: risorse, capacità, margini rimasti inutilizzati.
Quando la memoria o la concentrazione sembrano poco affidabili, si può verificarlo davvero — con test neuropsicologici validati, invece che a impressione.
Verso la fine definiamo degli orizzonti: progetti a medio termine che la difficoltà stava decidendo al posto tuo.
In mezzo
Il percorso
Fase uno
Il primo incontro
Cosa succede, da quanto tempo, in quali situazioni, cosa hai già provato a fare. Anamnesi clinica e contesto familiare. Le domande le faccio io, quindi non serve arrivare con un discorso preparato.
Alla fine ti dico che cosa ho capito e che cosa proporrei.
Fase due
Il meccanismo
Una lettura di come si è formato e di cosa lo tiene in vita adesso. Di solito qui qualcosa si muove già — non perché il sintomo sia sparito, ma perché ha smesso di essere illeggibile.
Da lì si lavora su chi vuoi essere senza quel peso addosso.
Fase tre
Sperimentare
Capire non basta. Quello che cambia uno schema è fare qualcosa di diverso e vedere cosa succede davvero — non quello che avevi previsto.
Fra un incontro e l'altro c'è materiale concreto che portiamo a quello successivo.
Il diario
L'ansia si ricorda male. A distanza di giorni resta l'impressione generale e i dettagli si perdono — e i dettagli sono esattamente quelli su cui si lavora. Non è un compito da consegnare: è materiale.
"Ore 16:00. Il collega mi chiede se posso occuparmi di una pratica. Sono già in ritardo con le mie consegne. Ma ho paura che, se rifiuto, lui possa rimanerci male e così accetto. E poi l'ansia, perché so già che anche stasera farò tardi."
Piccoli esperimenti
Passi concordati, volutamente piccoli. Cosa succede davvero quando ti sottrai a una richiesta che non ti andava — e poi annotiamo quello che è successo, non quello che temevi sarebbe successo.
Il ritmo. I primi due o tre incontri sono ravvicinati, perché il quadro si sta ancora ricostruendo e gli intervalli lunghi disperdono i dettagli. Poi l'intervallo si allarga, e quando allargarlo lo decidiamo insieme invece di annunciarlo in anticipo.
La relazione
Né affetto, né giudizio. Una distanza precisa — abbastanza vicina da servire, abbastanza lontana da vedere.
Una relazione clinica non è quella che hai con un amico o un familiare. Quella conversazione ha un valore suo e regole sue; questa ha un metodo alle spalle, e una distanza mantenuta di proposito.
Le ricerche sugli esiti sono abbastanza concordi su un punto: quello che predice il cambiamento non è tanto la scuola di appartenenza del terapeuta, quanto l'alleanza di lavoro che le due persone riescono a costruire. Che è un altro modo per dire che la relazione non è la cornice del lavoro. È parte del lavoro.
Ed è il motivo per cui farlo da soli è più difficile di quanto sembri. Esaminare i propri errori dall'interno è difficile per costruzione — già Galeno raccomandava di lasciarsi aiutare in questo compito, e da allora il problema non è migliorato. Per diventare psicoterapeuta in Italia servono circa dieci anni di formazione teorica e pratica, con un aggiornamento continuo che non finisce. È su questo che la distanza si regge.

L'approccio
Compreresti le scarpe da qualcuno che vende un solo numero?
Un metodo che costringe ogni difficoltà dentro la stessa cornice parla una lingua sola — la propria — e lascia a te il compito di tradurti. Se hai in mano un martello, tutto comincia a somigliare a un chiodo.
Preferisco partire dalla persona e scegliere lo strumento dopo. Non ho mai incontrato due persone con la stessa ansia.
Cosa chiedo a te
Pensa a una palestra. Un allenatore può costruire il programma e correggerti la postura, ma nessuno può sollevare al posto tuo — lo sforzo non si trasferisce.
Qui vale lo stesso. Non mi sostituirò a te nel tuo percorso. Quello che faccio è tenere una direzione al lavoro, e fare in modo che tu possa accorgerti se si sta muovendo.
Se non sono la persona giusta
Succede. Qualcuno cerca una tecnica specifica che non pratico, o un tipo di sostegno che appartiene a tutt'altro ambito.
Il primo incontro serve anche a stabilirlo, e quando è così te lo dico e ti indirizzo verso dove cercare. Costa un incontro e ne fa risparmiare parecchi.
Come finisce
Di proposito, non per inerzia. Nella fase conclusiva definiamo cosa viene dopo: progetti a medio termine che la difficoltà stava silenziosamente decidendo al posto tuo.
Poi alcuni incontri di controllo, distribuiti nei mesi successivi, per vedere come sta tenendo. Tutto quello che hai imparato lungo il percorso resta con te — che poi è il punto. La direzione del lavoro è verso il non averne più bisogno.
Online e in studio
Stessa durata, stessa tariffa, stesso modo di lavorare. Due studi a Milano, uno a Monza, uno a Cernusco sul Naviglio — oppure una piattaforma riservata, da dove ti trovi.
In raccordo con il medico
Non sono un medico e non prescrivo farmaci. Quando una terapia è già in corso lavoro in raccordo con chi l'ha prescritta; quando emerge che varrebbe la pena valutarla, te lo dico e ti indirizzo.
Cosa resta nella stanza
Tutto, compreso il fatto stesso che tu sia qui. In Italia il segreto professionale è un obbligo di legge, non una cortesia.
Riconoscere l'individualità della persona che ho davanti è forse la forma più alta di rispetto che le posso portare.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta
PRIMO PASSO