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AREA DI INTERVENTO

Ansia e disturbi d'ansia

Quando la preoccupazione smette di essere occasionale e comincia a decidere cosa fai, dove vai e cosa eviti.

Durata
45 minuti
Modalità
In studio e online
Lingue
Italiano e inglese
Dove
Milano, Monza, Cernusco sul Naviglio

Ti riconosci?

Frasi che sento spesso in studio. Riconoscersi in una di queste non significa avere un disturbo.

Non riesco a smettere di preoccuparmi, anche quando so che sto esagerando.

Ho sentito il cuore battere forte, mi mancava il fiato e ho avuto paura di stare per morire.

Non ho paura solo dell'attacco di panico. Ho paura del prossimo.

Ho paura di sentirmi male lontano da casa.

Appena la porta in metro o in aereo si chiude sento di non avere più aria. Non è il posto chiuso. È l'idea di sentirmi male e non poter uscire.

Evito le persone per non sentirmi giudicato e ho paura di fare una figuraccia anche nelle situazioni più normali.

I disturbi d'ansia, uno per uno

Cos'è l'ansia

L'ansia non è un difetto. È una funzione.

Serve ad anticipare: prepara il corpo e la mente a qualcosa che potrebbe succedere. Il battito accelera, i muscoli si tendono, l'attenzione si restringe su ciò che conta. È un sistema antico e, quando funziona come dovrebbe, è utile — è quello che ti fa controllare due volte prima di attraversare, o preparare bene un colloquio importante.

Il problema non è l'ansia. Il problema è quando resta accesa in assenza di qualcosa da cui difendersi, e quando comincia a restringere quello che fai.

La differenza tra un'ansia normale e un disturbo d'ansia non sta nell'intensità di quello che senti. Sta in tre cose: quanto dura, quanto occupa spazio nella giornata, e quante cose hai smesso di fare per non sentirla.

Una persona può convivere per anni con un livello di ansia alto senza pensare che sia un problema, semplicemente perché ha organizzato la propria vita intorno ad essa: evita certi posti, rimanda certe decisioni, sceglie il percorso più lungo. L'ansia non si è ridotta. Si è solo fatta spazio.

Come si manifesta

L'ansia si presenta su tre piani contemporaneamente, e spesso ci si accorge solo di uno.

Nel corpo. Tensione muscolare, soprattutto collo, spalle e mascella. Difficoltà a respirare a fondo. Battito accelerato. Disturbi gastrointestinali. Sudorazione. Vertigini o sensazione di testa leggera. Difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni. Stanchezza che non passa con il riposo.

Molte persone arrivano in studio dopo aver fatto esami che non hanno trovato nulla. Non significa che i sintomi non ci fossero: significa che il corpo stava rispondendo a qualcosa che non era una malattia.

Nei pensieri. Preoccupazioni che si ripresentano nonostante tu sappia che sono sproporzionate. Anticipazione: la mente costruisce lo scenario peggiore prima che accada qualsiasi cosa. Difficoltà a concentrarsi, perché una parte dell'attenzione è sempre impegnata altrove. Bisogno di rassicurazione, che funziona per poco e poi va rinnovato.

Nei comportamenti. L'evitamento è il segnale più affidabile. Non prendere l'autostrada, non andare a quella cena, non candidarsi per quel ruolo, controllare il telefono, controllare il corpo, chiedere conferme. Ogni evitamento riduce l'ansia sul momento — ed è proprio per questo che si ripete.

Perché l'ansia si mantiene

C'è un meccanismo che riconosco quasi sempre, in forme diverse.

Una sensazione viene interpretata come segnale di pericolo. Il corpo risponde come se il pericolo fosse reale. Quella risposta — il cuore che accelera, il respiro corto — diventa la prova che il pericolo c'era davvero.

Poi arriva l'evitamento, e con l'evitamento arriva il sollievo. Il sollievo è immediato e concreto, e insegna una cosa precisa: ho evitato, e non è successo niente. Ma la conclusione che il cervello ne trae non è «non c'era pericolo». È «ho fatto bene a evitare».

Così il campo si restringe. Non per una decisione, ma per una serie di piccole scelte ragionevoli prese una alla volta.

Lo stesso vale per il controllo. Controllare il corpo, i sintomi, i messaggi, gli esami: ogni controllo abbassa l'ansia per qualche minuto e la rialza subito dopo, perché una verifica ne chiama un'altra.

Non c'è una causa unica dei disturbi d'ansia. Contano la predisposizione individuale, la storia personale, i periodi di stress prolungato, e il modo in cui si è imparato a leggere i segnali del proprio corpo. Ma il modo in cui l'ansia si mantiene è spesso più accessibile della sua origine — ed è da lì che si può cominciare a lavorare.

Come lavoro con l'ansia

Il primo incontro serve a capire di cosa stiamo parlando. Non è un test e non è un impegno a proseguire: è una conversazione in cui mi racconti cosa succede, da quanto, e cosa hai già provato a fare.

Da lì il lavoro procede su due binari.

Il primo è capire il meccanismo — non l'ansia in generale, ma il tuo. Quali situazioni la attivano, quali interpretazioni la alimentano, quali strategie la stanno mantenendo senza che tu te ne accorga. Molte persone scoprono in questa fase che quello che facevano per gestire l'ansia era parte di ciò che la teneva viva.

Il secondo è il lavoro sulle situazioni concrete, con gradualità e in accordo. Non si tratta di affrontare di colpo quello che si evita, ma di ricostruire margine dove il campo si era ristretto.

Lavoro anche con il corpo, perché nell'ansia il corpo non è un accessorio: è dove la cosa accade per prima.

Ho studiato Neuroscienze Cognitive e Cliniche all'Università di Maastricht e ho lavorato come ricercatore proprio sui meccanismi dell'ansia e del panico, prima di specializzarmi in psicoterapia. È il motivo per cui il modo in cui il corpo produce e mantiene l'ansia è al centro di come lavoro.

Quando ha senso chiedere aiuto

Non esiste una soglia di gravità da superare per avere diritto a chiedere.

Le domande più utili non sono «è abbastanza grave?», ma:

— Quante cose ho smesso di fare per non sentire ansia?

— Da quanto tempo va avanti?

— Le persone vicine se ne sono accorte?

— Quanto della mia giornata è occupato dal gestirla?

Se la risposta a una di queste ti mette a disagio, è un motivo sufficiente per parlarne. Non serve aspettare che peggiori, e non serve avere già capito cosa dire: il primo colloquio esiste anche per quello.

Domande frequenti

È un incontro di 45 minuti in cui mi racconti cosa succede. Serve a capire la richiesta e a valutare insieme se e come proseguire. Non comporta impegno a continuare.

Perché è già un incontro clinico, non una presentazione commerciale. Il tempo, l'ascolto e la valutazione sono gli stessi di qualsiasi altra seduta.

Sì. Gli incontri online hanno la stessa durata e lo stesso costo di quelli in studio. Per alcune persone è la modalità che rende possibile iniziare, per esempio quando l'ansia rende difficile spostarsi.

Non sono un medico e non prescrivo farmaci. La psicoterapia può essere svolta con o senza terapia farmacologica; quando è già in corso, o quando emerge che potrebbe essere utile valutarla, lavoro in raccordo con il medico curante o lo psichiatra.

La valutazione medica viene prima. Se non l'hai ancora fatta, è il primo passo. Molti sintomi dell'ansia sono corporei, e distinguere richiede un accertamento medico, non un'interpretazione psicologica.

No. È abbastanza comune arrivare senza sapere da dove cominciare. Le domande le faccio io.

Giuseppe Iannone, ritratto.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta

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