
Una difficoltà relazionale
Difficoltà a dire di no
Qual è il prezzo che paghi dopo ogni sì detto contro voglia?.
Dico sempre sì, e poi passo la notte a chiedermi perché.
Di cosa si tratta
Non è gentilezza, e non è semplicemente disponibilità. Quelle sono attitudini e, soprattutto, possibilità di scelta. Qui il problema è un altro: il no sembra arrivare troppo tardi. La risposta parte prima che ci sia il tempo di valutare davvero se si vuole accettare. Ci si accorge di aver detto sì mentre lo si sta già dicendo.
Un segnale importante è ciò che accade subito dopo. Se al sì segue regolarmente il rimpianto, la stanchezza o la sensazione di essersi messi da parte, forse il problema non era la richiesta in sé, ma la difficoltà di scegliere liberamente come rispondere.
Le forme che può prendere
Accettare compiti che non rientrano nel proprio ruolo. Anticipare le richieste per non trovarsi nella posizione di doverle rifiutare. Aggiungere spiegazioni e scuse a un no che non ne avrebbe bisogno. Dire sì e poi rimandare, sottrarsi o sparire perché quel sì era diventato difficile da sostenere.
A volte accade il contrario: rifiutare in modo rigido o brusco perché non si è mai imparato a stare nella zona intermedia tra il cedere e il chiudere completamente. Rigidità e cedimento possono essere due risposte diverse alla stessa difficoltà: scegliere senza sentirsi in colpa.
Il meccanismo: il sollievo del sì
Quando arriva una richiesta, non si valuta soltanto se si vuole o si può accettare. Può attivarsi immediatamente anche il timore di deludere, dispiacere o creare un conflitto.
Dire sì riduce quel disagio sul momento. E proprio perché funziona nell’immediato, il meccanismo tende a ripetersi: il cervello impara che accettare è un modo rapido per far cessare quella tensione. La volta successiva, il no può diventare ancora più difficile.
Per questo la semplice intenzione di “essere più fermi” spesso non basta. Molte persone che arrivano in terapia lo hanno già deciso molte volte.
Il costo che si accumula
Il costo non si presenta necessariamente nel momento in cui si dice sì. Può arrivare dopo: come stanchezza, sovraccarico, irritabilità, frustrazione o risentimento verso chi ha fatto la richiesta.
Il risentimento è spesso la parte più difficile da riconoscere, perché sembra contraddire l'immagine di sé come persona disponibile e generosa. Ma può essere proprio il segnale che si sta dando più di quanto si è realmente scelto di dare.
Nel lavoro, questo meccanismo può contribuire al sovraccarico e, insieme ad altri fattori, aumentare il rischio di esaurimento. Nelle relazioni può invece trasformare la disponibilità in aspettativa, debito o risentimento.
Non è generosità
La differenza non sta in quanto si dà, ma nella possibilità di scegliere.
Dare per scelta lascia aperta la possibilità di dire no la volta successiva. Dire sì perché non ci si sente liberi di fare altrimenti significa invece rinunciare, almeno in quel momento, alla propria possibilità di scelta.
E c'è una conseguenza meno evidente: anche chi riceve quel sì può accorgersi che non è del tutto libero. Un sì autentico ha valore proprio perché avrebbe potuto essere un no.
Come si lavora
Si parte da episodi concreti e recenti: qual era esattamente la richiesta? Cosa è successo nei pochi secondi prima della risposta? Quale pensiero, emozione o timore ha reso il sì più facile del no?
In questo lavoro il diario può essere particolarmente utile. A distanza di giorni rimane facilmente il rimpianto, mentre si perde la sequenza attraverso cui si è arrivati a dire sì.
Poi si sperimenta, in modo graduale e concordato: un rifiuto a bassa posta, scelto intenzionalmente, osservando cosa accade davvero dopo. Non ciò che si temeva sarebbe successo, ma ciò che è effettivamente successo.
La differenza tra le due cose è spesso il punto da cui comincia una possibilità nuova: non dire sempre no, ma poter finalmente scegliere quando dire sì.
Domande frequenti
La gentilezza è una scelta, e una scelta implica che l'alternativa fosse disponibile. Qui la differenza è la reversibilità: dare per scelta lascia intatta la possibilità di non dare la volta dopo, dare perché non si può fare altrimenti la elimina. Il criterio pratico è cosa senti subito dopo aver accettato — se è regolarmente rimpianto, non era gentilezza.
È il timore che tiene in piedi il meccanismo, ed è il motivo per cui il lavoro non parte dalle situazioni più cariche. Si comincia da rifiuti a bassa posta, concordati, e si annota cosa succede davvero: nella maggior parte dei casi la distanza fra il temuto e l'accaduto è il dato più utile. Dove qualcuno reagisce male, quella reazione è a sua volta un'informazione sulla relazione.
Spesso è lì che il costo si vede prima. Accettare compiti fuori dal proprio ruolo, anticipare richieste, non rendere visibile un carico già pieno: è uno dei contributi più diretti all'esaurimento delle risorse. E a differenza delle relazioni personali, sul lavoro il meccanismo viene di solito premiato nel breve periodo, il che lo rende più difficile da riconoscere.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta
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