
Un tema del trauma
Lutto e perdita
Il lutto non è un disturbo, e non ha un calendario. Ci sono però situazioni in cui si blocca.
Sono passati due anni e tutti si aspettano che io sia andata avanti.
Il lutto non è un disturbo
È una risposta ordinaria a una perdita, e nella maggior parte dei casi non richiede un intervento clinico. Le persone attraversano un lutto con le proprie risorse e con quelle di chi hanno intorno, e questo va detto prima di qualsiasi altra cosa.
Quello che rende utile un percorso non è l'intensità del dolore. È il blocco: quando qualcosa si è fermato e non si muove più, in una direzione o nell'altra.
Non ci sono fasi
Il modello delle cinque fasi è la cosa più citata e la più fraintesa: era stato descritto osservando persone di fronte alla propria morte, non persone in lutto, e non è mai stato un percorso da attraversare in ordine.
La ricerca successiva descrive qualcosa di diverso: oscillazioni. Giorni in cui il dolore è pieno e giorni in cui è assente, e l'alternanza non è un tradimento — è il funzionamento.
Chi si aspetta le fasi finisce per giudicarsi due volte: per il dolore, e per il fatto di non provarlo nell'ordine previsto.
Quando si complica
Ci sono situazioni in cui la traiettoria non si muove: la vita rimane organizzata intorno all'assenza a distanza di anni, con stanze intatte e routine congelate. Oppure il contrario — l'assenza di qualsiasi reazione, non come forza, ma come qualcosa che non è ancora arrivato.
Anche l'evitamento di tutto ciò che ricorda, o un senso di colpa che non trova un fondo, sono segnali che vale la pena guardare.
Non c'è una data oltre la quale un lutto è troppo lungo. Il criterio è funzionale, non temporale.
I lutti che nessuno riconosce
Alcune perdite non ricevono un rito né un permesso: un aborto spontaneo, un animale, un rapporto interrotto con qualcuno che è ancora vivo, la fine di una possibilità — una diagnosi, un progetto, un paese lasciato.
Poi ci sono le perdite ambigue, dove non c'è un momento in cui è finito: una persona con una demenza, una relazione che si dissolve senza dichiarazioni.
Quando intorno non c'è un riconoscimento, il dolore resta senza posto, e senza posto è più difficile che si muova.
Quello che gli altri dicono
"Era anziano", "adesso non soffre più", "devi essere forte", "il tempo aggiusta tutto". Chi le dice vuole aiutare, e quasi sempre sta gestendo il proprio disagio davanti a un dolore che non può risolvere.
L'effetto è che si smette di parlarne, e il silenzio arriva proprio nel periodo in cui la rete intorno si assottiglia — dopo le prime settimane, quando tutti tornano alla propria vita.
Come si lavora
Non per superare, e non per chiudere. Si parte da dove il movimento si è fermato e da cosa lo tiene fermo: un evitamento, una colpa, qualcosa che non è stato detto, o una vita che si è organizzata per non toccare il punto.
Non c'è nulla da liquidare. Il lavoro riguarda il fare posto — a quello che è stato e a quello che continua ad esserci.
Domande frequenti
Il modello delle cinque fasi era stato descritto osservando persone di fronte alla propria morte, non persone in lutto, e non è mai stato un percorso da attraversare in ordine. La ricerca successiva descrive oscillazioni: giorni in cui il dolore è pieno e giorni in cui è assente, senza una sequenza prevista. Aspettarsi le fasi porta spesso a giudicarsi per non provarle nell'ordine giusto.
Non c'è una risposta, e chiunque ne dia una precisa sta dicendo qualcosa che non può sapere. Il criterio non è temporale ma funzionale: la domanda utile non è quanto tempo è passato, ma se qualcosa si sta muovendo. Un lutto può occupare anni senza essere bloccato, e bloccarsi dopo pochi mesi.
Nella maggior parte dei casi le persone attraversano un lutto con le proprie risorse e con quelle di chi hanno intorno, e non serve un intervento clinico. Quello che rende utile un percorso non è l'intensità del dolore: è la sensazione che qualcosa si sia fermato — un evitamento, una colpa, una vita organizzata per non toccare un punto.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta
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