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AREA DI INTERVENTO

Attacchi di panico e agorafobia

Il primo attacco dura pochi minuti. La paura del secondo può durare anni.

Durata
45 minuti
Modalità
In studio e online
Lingue
Italiano e inglese
Dove
Milano, Monza, Cernusco sul Naviglio

Ti riconosci?

Frasi che sento spesso in studio. Riconoscersi in una di queste non significa avere un disturbo.

Ho sentito il cuore battere forte, mi mancava il fiato e ho avuto paura di stare per morire.

Non ho paura solo dell'attacco di panico. Ho paura del prossimo.

Ho paura di sentirmi male lontano da casa.

Appena la porta in metro o in aereo si chiude sento di non avere più aria. Non è il posto chiuso. È l'idea di sentirmi male e non poter uscire.

Prima di qualsiasi evento mi preoccupo di quello che di negativo potrebbe succedere.

Ho il terrore di vomitare o di strozzarmi ed evito cibi, luoghi e persone.

I disturbi d'ansia, uno per uno

Cos'è un attacco di panico

Un attacco di panico è un'ondata improvvisa di paura intensa che raggiunge il picco in pochi minuti — di solito meno di dieci — e poi si ritira.

Non arriva quasi mai in un momento di pericolo. Arriva in coda alla posta, in metropolitana, al supermercato, alla guida, a volte mentre si sta guardando la televisione. È una delle cose che lo rende più spaventoso: non c'è niente intorno che spieghi quello che sta succedendo.

Nel corpo succede molto, e tutto insieme: il cuore accelera, il respiro si fa corto o affannoso, arriva la sensazione di non prendere abbastanza aria. Vertigini, testa leggera, formicolii alle mani o intorno alla bocca. Sudorazione, tremore, brividi o vampate. Nausea o stretta allo stomaco. A volte dolore o oppressione al petto.

E succede molto anche nella testa: la sensazione che stia per accadere qualcosa di irreparabile. Paura di morire, di avere un infarto, di svenire, di perdere il controllo, di impazzire. Oppure una sensazione più difficile da descrivere: che le cose intorno non siano del tutto reali, o che non lo si sia noi stessi.

Chi lo attraversa la prima volta spesso chiama i soccorsi o va al pronto soccorso. È una reazione ragionevole: quello che il corpo sta facendo assomiglia molto a un'emergenza medica.

Perché il corpo fa questo

Quello che accade in un attacco di panico non è un guasto. È un sistema di allarme che si attiva in pieno, solo nel momento sbagliato.

Il corpo si sta preparando a una minaccia: manda sangue ai muscoli grandi, aumenta la frequenza cardiaca, accelera il respiro per portare più ossigeno. È la stessa risposta che sarebbe utile se ci fosse davvero qualcosa da cui scappare.

Il respiro accelerato spiega da solo diversi sintomi. Respirando più in fretta del necessario si abbassa l'anidride carbonica nel sangue, e questo produce formicolii, vertigini, sensazione di testa leggera, a volte la sensazione paradossale di non avere abbastanza aria proprio mentre si sta respirando troppo.

Una cosa che dico spesso, perché toglie un peso a molte persone: durante un attacco di panico la pressione sanguigna sale, non scende. Lo svenimento avviene per il motivo opposto. È per questo che, nel panico, svenire è molto improbabile — anche se la sensazione di essere sul punto di farlo è tra le più frequenti.

Perché torna: il circolo

Un singolo attacco di panico è un evento. Quello che lo trasforma in un disturbo è ciò che succede dopo.

Dopo il primo, l'attenzione cambia direzione: si comincia a monitorare il corpo. Il battito, il respiro, un capogiro, una stretta allo stomaco. Segnali che c'erano anche prima e che non venivano notati diventano ora oggetto di verifica continua.

E qui si chiude il circolo. Una sensazione viene letta come l'inizio di un attacco. Quella lettura attiva l'allarme. L'allarme produce esattamente le sensazioni che si temevano. Le sensazioni confermano la lettura iniziale.

A questo punto la paura non è più dell'attacco. È del prossimo attacco. È una paura che non ha bisogno di un attacco in corso per funzionare: lavora nell'attesa.

L'evitamento, e come nasce l'agorafobia

Il passo successivo è ragionevole, ed è quello che restringe la vita.

Si comincia a evitare i posti dove è già successo. Poi i posti che assomigliano a quelli. Poi le situazioni da cui sarebbe difficile uscire in fretta: la metropolitana, l'autostrada, l'aereo, la fila alla cassa, il cinema, l'ascensore. Poi si esce solo accompagnati. Poi si esce meno.

L'agorafobia non è paura degli spazi aperti, come si dice spesso. È la paura di trovarsi in una situazione da cui non si potrebbe andare via, o dove non si potrebbe essere soccorsi, se stessimo male.

Lo stesso vale per la claustrofobia legata al panico: non è il posto chiuso in sé, è l'idea di sentirsi male e non poter uscire.

E come ogni evitamento, funziona. Nell'immediato l'ansia scende, e questo insegna al cervello che evitare è stato giusto. Il campo si restringe una decisione sensata alla volta.

Accanto all'evitamento compaiono spesso i comportamenti protettivi: uscire solo con l'ansiolitico in tasca, sedersi vicino all'uscita, avere sempre la bottiglietta d'acqua, controllare dov'è il pronto soccorso più vicino. Anche questi danno sollievo. Anche questi mantengono la paura in vita, perché confermano che senza quella precauzione sarebbe successo qualcosa.

Come lavoro con il panico

Il primo incontro serve a ricostruire cosa succede: quando è iniziato, com'è il primo minuto di un attacco, cosa si evita adesso che prima non si evitava, cosa si porta in tasca uscendo di casa.

Da lì il lavoro procede su tre fronti.

Capire il meccanismo. Non il panico in generale, ma il proprio: quali sensazioni fanno partire l'allarme, quali interpretazioni lo alimentano, quali strategie lo stanno mantenendo. Molte persone scoprono qui che quello che facevano per proteggersi era parte del problema.

Lavorare sul corpo. Nel panico il corpo arriva prima del pensiero. Il respiro, l'attenzione ai segnali corporei, il modo in cui si reagisce a un battito accelerato: sono cose su cui si può lavorare direttamente, e sono spesso il punto da cui si comincia.

Recuperare il campo. Gradualmente e d'accordo, ricostruire l'accesso alle situazioni che si sono ristrette. Non affrontando tutto insieme, e non da soli.

Ho studiato Neuroscienze Cognitive e Cliniche all'Università di Maastricht e ho lavorato come ricercatore proprio sui meccanismi dell'ansia e del panico, prima della specializzazione in psicoterapia. È il motivo per cui il corpo è al centro di come lavoro.

E c'è un'altra ragione. Il mio primo attacco di panico è arrivato nel 2001, durante una lezione all'università. Non sapevo cosa fosse e non sapevo dargli un nome. Sapere dall'interno com'è quel minuto non sostituisce la formazione clinica, ma cambia il modo in cui si ascolta chi lo sta raccontando.

Quando ha senso chiedere aiuto

Un attacco di panico isolato non è di per sé un disturbo. Capita, e a molte persone capita una volta sola.

Le domande più utili riguardano quello che è successo dopo:

— È tornato, o ho paura che torni?

— Ho cominciato a evitare posti o situazioni?

— Esco portandomi dietro qualcosa che prima non mi serviva?

— Quanto tempo passo a controllare come sto?

Se una di queste risposte è sì, è il caso di parlarne. Non serve aspettare che il campo si restringa ancora.

Un'ultima cosa, se non è ancora stata fatta: la valutazione medica viene prima. I sintomi del panico sono corporei, e distinguerli da altre cause richiede un accertamento medico, non un'interpretazione psicologica.

Domande frequenti

I sintomi sono intensi, ma la risposta che il corpo mette in atto è la stessa che userebbe di fronte a un pericolo reale, non un danno. Detto questo, la valutazione medica viene prima: distinguere il panico da altre cause richiede un accertamento, non un'interpretazione psicologica.

Il picco arriva in genere entro dieci minuti, poi la reazione si ritira. Quello che spesso dura più a lungo è la stanchezza dopo, e la tensione nell'attesa del prossimo.

È molto improbabile. Nel panico la pressione sanguigna sale, mentre lo svenimento avviene quando scende. La sensazione di essere sul punto di svenire, però, è tra le più comuni.

Non sono un medico e non prescrivo farmaci. La psicoterapia può essere svolta con o senza terapia farmacologica; quando è già in corso, o quando emerge che potrebbe essere utile valutarla, lavoro in raccordo con il medico curante o lo psichiatra.

Sì. Gli incontri online hanno la stessa durata e lo stesso costo di quelli in studio. Per alcune persone è la modalità che rende possibile iniziare, per esempio quando l'agorafobia rende difficile spostarsi.

È un incontro di 45 minuti in cui mi racconti cosa succede. Serve a capire la richiesta e a valutare insieme se e come proseguire. Non comporta impegno a continuare.

Giuseppe Iannone, ritratto.

Dr. Giuseppe Iannone — Psicoterapeuta

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