ghosting

Ghosting: come reagire

Sparire dall’orizzonte dell’altro. Capita sempre più spesso che relazioni sentimentali, ma anche di altro tipo, vengano interrotte attraverso la vera e propria scomparsa dell’altro. È in questi casi che si parla di ghosting.

Che cosa è il ghosting?


Ghosting è una parola inglese che significa “diventare un fantasma”. Questo termine è stato inserito nel dizionario Collins solo nel 2015 e indica una modalità di interrompere relazioni significative attraverso una vera e propria sparizione.
A oggi si stima che circa l’80% delle relazioni finiscano attraverso un’azione di ghosting. Uno studio recente che ha coinvolto più di 1300 intervistati ha messo in evidenza che circa il 25% dei partecipanti era stato ghostato. Nella stessa ricerca, il 20% ha dichiarato di aver attuato il ghosting nelle relazioni affettive e il 38% di averlo fatto in una relazione amicale.
Ad essere maggiormente esposte a fenomeni di ghosting sono le relazioni sentimentali, nonostante si possa diventare fantasma per l’altro anche in tipi differenti di rapporto.
Il ghosting esiste da sempre nelle relazioni amorose, d’amicizia o professionali. La diffusione delle relazioni mediate dalla rete, però, ha reso il ghosting un fenomeno particolarmente attuale. Sparire da una relazione d’amore, d’amicizia o di lavoro che si è sviluppata prevalentemente online, infatti, è molto più semplice che farlo nella vita reale. Per sparire basta bloccare una persona sui social o su WhatsApp, spegnere il telefono o non rispondere più a mail e messaggi.
Questi fenomeni sono caratteristici del ghosting e lo differenziano da fenomeni simili quali l’orbiting e lo zombieing.

Non solo ghosting: orbiting e zombieng

Nell´orbiting, la persona non sparisce del tutto, ma si limita ad interrompere la relazione con l’altro. Può però continuare a seguirlo sui social, controllandolo a distanza o decidendo di non tagliare del tutto i ponti per paura di restare soli.

Nello zombeing, lo zombie può interrompere un rapporto riservandosi la possibilità di tornare a farsi vivo ogni tanto, incurante degli effetti sull’altro.

Perché si chiude una relazione attraverso il ghosting?


Chiudere un rapporto perché non rappresenta più una fonte di soddisfazione o una occasione di crescita comporta la necessità di assumersi una responsabilità. Non tutte le persone, però, sono propense a prendere una decisione che può essere dolorosa e che richiede un confronto con l’altro. In questi casi, la scelta più semplice può essere sparire senza dare nessuna spiegazione. Si tratta di una soluzione immatura ma indolore per il ghoster. A soffrirne è soprattutto chi viene abbandonato o ignorato senza spiegazioni, spesso senza avere la possibilità di fare qualcosa per salvare la relazione.
L’aspetto più doloroso e disturbante del ghosting, infatti, consiste nell’unilateralità della scelta di troncare una determinata relazione. A fare particolarmente male, inoltre, è la modalità passivo-aggressiva che ricorda la relazione abusante e punitiva del trattamento del silenzio.
Ma perché alcune persone ricorrono al ghosting per gestire le loro relazioni sentimentali o amicali?

Qual è il profilo psicologico del ghoster?


Alcuni studi sociologici sul ghosting lo descrivono come una conseguenza della diffusa perdita di empatia che caratterizza la nostra società. In tal senso, la scarsa capacità di empatizzare con il dolore dell’altro sarebbe all’origine della diffusione del ghosting. Ciò sarebbe ancora più vero in una condizione in cui l’immaterialità di molte relazioni oggetto di ghosting rende la sparizione ancora meno emotivamente coinvolgente.
Il richiamo alla mancanza di empatia consente di mettere a fuoco alcune caratteristiche psicologiche che potrebbero accomunare i ghoster. La carente capacità di empatizzare con l’altro, in effetti, può essere presente in numerosi quadri psicopatologici. Del resto, la scarsa empatia non è l’unico segno caratteristico del ghoster che può anche presentare una certa immaturità, essere propenso allo sfruttamento e all’inganno, vivere sentimenti di grandiosità ed egoismo.
Così descritto il ghoster presenta molte caratteristiche che richiamano tratti disfunzionali tipici del narcisismo, della psicopatia e del cosiddetto machiavellismo. Il ghoster, in altre parole, sarebbe propenso a sparire non solo perché poco in contatto con i sentimenti dell’altro. Ad essere chiamato in causa è anche il tentativo di sfuggire alla sensazione di essere cattivo. Inoltre, il ghoster può coltivare l’illusione di poter cancellare magicamente una relazione, come se non fosse mai esistita.
In genere si tratta di persone che fanno fatica a legarsi all’altro, così come avviene nel caso della philofobia. Questa difficoltà può affondare le sue radici nelle relazioni sperimentate in infanzia con le figure di accudimento. Laddove il caregiver sia stato disattento o imprevedibile, la persona può sviluppare una modalità evitante di entrare in relazione. Una modalità, cioè, secondo la quale la relazione viene vissuta come rischiosa. In un simile contesto relazionale non si può fare affidamento su un altro che viene percepito come incostante o abbandonico. Non a caso, abbandonare l’altro prima di essere abbandonati diventa uno schema relazionale protettivo. Ed è per questo che, nella stragrande maggioranza dei casi, il ghosting avviene quando la relazione diventa significativa.

La psicoterapia può essere utile nelle situazioni di ghosting?


Chi è vittima di ghosting può riportare il vissuto di essere non meritevole di amore ed attenzione, riportando un danno al proprio livello di autostima.
Inoltre, può essere comune sentirsi responsabili di un fallimento e incapaci di preservare legami con gli altri. Simili vissuti si aggiungono al dolore per l’interruzione di una relazione che può essere stata significativa e, almeno a tratti, soddisfacente e nutritiva.
In simili situazioni si può avvertire un disagio che può essere difficile da gestire da soli perché, per esempio, si accompagna ad autocritica e sofferenza.
Per questo motivo, può essere raccomandato un intervento di supporto psicologico in grado di sostenere la persona abbandonata nella gestione del disagio connesso al ghosting. Simili interventi consentono di recuperare le proprie energie e di attivare le risorse necessarie in una condizione di stress.
Meno probabile è che il ghoster si rivolga ad uno psicoterapeuta, sebbene il ghosting venga spesso attuato da persone con problematiche di interesse psicologico. Difficilmente, infatti, il ghoster percepisce di avere un problema che necessita di un aiuto.

Riferimenti bibliografici
Freedman, G., Powell, D. N., Le, B., & Williams, K. D. (2019). Ghosting and destiny: Implicit theories of relationships predict beliefs about ghosting. Journal of Social and Personal Relationships, 36(3), 905-924.

mobbing

Mobbing: cosa fare?

Quando il posto di lavoro diventa un incubo. Il mobbing
Il mobbing è un fenomeno che riguarda i contesti di lavoro in cui comportamenti aggressivi e vessatori vengono esercitati contro qualcuno da parte di colleghi o superiori. Cosa fare per proteggersi da questa forma di stress psicosociale?

Che cos’è il mobbing?


La parola mobbing viene dal verbo inglese “to mob” che significa “aggredire”, “attaccare in gruppo”, “accerchiare”. Questa parola è stata utilizzata dall’etologo K. Lorenz per descrivere il comportamento delle specie animali in cui alcuni membri si coalizzano contro uno di loro. In questi casi, il gruppo può isolare, attaccare, escludere un membro fino a portarlo alla morte. Nella lingua inglese, inoltre, il verbo to mob indica l’atteggiamento dei cani nella caccia alla volpe.
In italiano, invece, è usato per indicare una forma di stress psicosociale caratteristica di alcuni ambienti di lavoro. Il mobbing è fonte di sofferenza importante per chi lo subisce.
Il mobbing, infatti, è una tipologia di violenza il cui fine ultimo è l’esclusione o l´emarginazione, reali o simboliche, della vittima dal contesto lavorativo.
È H. Leymann che lo descrive in questi termini a metà degli anni Ottanta. E che lo definisce come una modalità di comunicazione ostile ed immorale. In caso di mobbing, una o più persone manifestano aggressività e/o ostilità verso un altro individuo che potrebbe difficilmente trovare dei mezzi per difendersi. La persona che subisce le vessazioni da parte di colleghi, superiori o subalterni, è il lavoratore mobbizzato. Chi esercita violenza, invece, viene denominato “mobber”.
Se atti vessatori e violenze vengono messi in atto dal proprio superiore diretto o dai vertici dell’organizzazione, si può parlare di bossing.
Il mobbing orizzontale, invece, si verifica quando mobber e mobbizzato sono colleghi di pari grado. Se il mobber è un superiore o un collega di grado inferiore, si parla di mobbing verticale.

Come si manifesta il mobbing?


Si può parlare di mobbing ogni volta che sul contesto di lavoro si verificano comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti e sistematici contro una persona. Il carattere sistematico e ripetuto è fondamentale perché si possa parlare di mobbing.
Lo psicologo italiano H. Ege, per esempio, lo definisce come una forma di terrore psicologico che si deve protrarre per almeno sei mesi. Altri autori, in aggiunta, specificano che gli attacchi devono ripetersi almeno una volta a settimana.
Il mobbing, quindi, è una strategia di attacco ripetuto nel tempo che ha una finalità chiaramente persecutoria. Sulla persona mobbizzata viene esercitata una vera e propria violenza morale che può assumere diverse forme.

Quali sono le principali forme di mobbing?


Diffuse, per esempio, sono le pressioni psicologiche e le molestie, la calunnia, le offese personali, le minacce e le critiche. Maltrattamenti e forme eccessive di controllo possono esasperare il lavoratore e non sono esclusi atti vessatori indirizzati al privato del lavoratore, spesso relativi a variabili di genere, religione, razza. Sul piano lavorativo in senso stretto, inoltre, il mobbing si esprime attraverso lo svuotamento delle mansioni o l’attribuzione di compiti eccessivi. Talvolta, poi, può essere presente l’assegnazione di compiti dequalificanti. Elementi comuni, infine, sono l’esclusione dalle informazioni utili alle attività lavorative, l’estromissione dalle iniziative formative, l’impossibilità di accedere a mezzi e strumenti necessari.

Quando non è possibile parlare di mobbing?


Come è evidente, il mobbing si può esprimere attraverso una serie diversificata di azioni e comportamenti.
Affinché si possa parlare di mobbing, però, gli atti violenti e vessatori devono ripetersi sistematicamente nel tempo. Per questo motivo, non si può parlare di mobbing nel caso di una singola azione contro un lavoratore.
Il fenomeno del mobbing, inoltre, non si esprime attraverso i fenomeni di conflitto diffuso che coinvolgono fasce ampie di lavoratori in una stessa azienda. Simili situazioni di conflitto, spesso dovute a cambiamenti organizzativi, rientrano più che altro nel fenomeno dello stress lavoro-correlato.
Il mobbing, inoltre, non deve essere considerato un problema della persona o una sua malattia. Si tratta, infatti, di un problema dell’ambiente di lavoro che, però, può essere all’origine di disturbi psicofisici importanti.
In aggiunta, non è un fenomeno che si manifesta in ambienti diversi da quelli lavorativi, per esempio in ambito scolastico o familiare.
Infine, non si tratta di una molestia di carattere sessuale sul posto di lavoro. In alcuni casi il mobber può aggredire sessualmente la vittima o colpirla attraverso la calunnia ed altri atti vessatori in relazione alla sfera sessuale. La finalità, però, non è mai quella di ottenere prestazioni sessuali, quanto di umiliare, colpire o isolare la vittima.

Quali sono le conseguenze del mobbing?


Il mobbing può avere delle conseguenze negative sulla salute fisica e psicologica della persona. Chi è oggetto di atti vessatori ripetuti nel contesto di lavoro, infatti, può sviluppare ansia, depressione, problemi psicosomatici quali disturbi gastro-intestinali, dermatiti, dolori osteo-articolari. Nei casi più seri, inoltre, non è escluso che la persona possa sviluppare delle vere e proprie sindromi da stress.
A lungo andare, infatti, le situazioni di mobbing configurano una condizione di stress cronico che danneggia la salute.
Può essere interessante sottolineare che il mobbing può avere un impatto anche sulle relazioni familiari del mobbizzato. Se il mobbizzato condivide le sue difficoltà in famiglia può essere all’inizio compreso e sostenuto. In simili situazioni, però, può svilupparsi anche un distacco da parte dei familiari che produce ulteriore solitudine. È in questi casi che si parla di doppio mobbing. La famiglia, infatti, diventa un contesto rifiutante ed escludente come quello lavorativo.

Cosa fare in caso di mobbing?


Se pensate di essere vittima di mobbing, può essere molto importante rivolgersi a un professionista della salute mentale. L’intervento psicologico, infatti, oltre a fare chiarezza sulla effettiva presenza di fenomeni di mobbing sul posto di lavoro, può essere importanti in termini di supporto.
In questi casi, infatti, è fondamentale condividere l’esperienza con un esperto che possa aiutare nel potenziamento della risposta allo stress. Ciò comporta l’attivazione delle proprie risorse di coping e l’elaborazione di possibili vissuti disturbanti.
Non bisogna dimenticare, infine, che il mobbing può essere denunciato. Se è possibile ricorrere a vie legali al fine di interrompere atti vessatori e violenze, può essere necessaria la valutazione dei danni psicologici da mobbing. Una simile operazione si rende necessaria in caso di procedimenti giudiziari volti ad accertare le responsabilità negli atti vessatori.

Riferimenti bibliografici
Ege, H. (2005). Oltre il mobbing. Straining, stalking e altre forme di conflittualità sul posto di lavoro. Milano: FrancoAngeli.

ansia stress gastrite

Ansia, stress e gastrite

Molte persone soffrono di disturbi gastrici che si acuiscono in momenti di particolare ansia e stress. Cosa sappiamo delle relazioni tra psiche e pancia? Cosa ci dicono i disturbi gastrici sul nostro stato psicologico ed emotivo? Che cos’è la gastrite? La gastrite è un’infiammazione che coinvolge le mucose gastriche, interessando le pareti interne dello stomaco. […]

paura di amare

Paura di amare. La philofobia

La philofobia è una fobia specifica che accomuna tutte le persone che fanno fatica ad innamorarsi e ad abbandonarsi a una relazione. Come riconoscerla e cosa fare per superarla?

Che cosa è la philofobia?

Philofobia è una parola composta che deriva dall’unione di due parole greche: “philo”, che significa amore, e “phobos”, che vuol dire paura.
La philofobia, quindi, è la paura di amare, una fobia specifica che accomuna le persone che scappano dagli impegni sentimentali e dalle situazioni amorose.
Le persone philofobiche sono reticenti ad entrare in intimità con un possibile partner e provano ad evitare le situazioni ad alto coinvolgimento emotivo.
Non solo sperimentano una forte paura di amare. Ma, spesso, trovano difficile anche lasciarsi amare dal partner. In chi soffre di philofobia, infatti, l’idea di legami amorosi durevoli può scatenare una vera e propria angoscia. Questo avvviene perché il legame di amore viene vissuto come pericoloso, costringente, limitante. Di qui la necessità di evitare le relazioni amorose. Per loro, in effetti, può essere una sofferenza non riuscire a gioire del benessere che può dare un rapporto di coppia.

Paura di amare o forse c´è altro?

Si tratta di un elemento importante da sottolineare se è vero che, nel quadro di disturbi diversi, la persona può non essere minimamente interessata a una relazione sentimentale, non ricercandola. È questo il caso del disturbo schizoide di personalità, quadro in cui la persona non prova interesse nello sviluppare delle relazioni amicali e/o intime. Il non avere un partner, però, in quel caso, non costituisce un problema per la persona schizoide.
Anche chi soffre di philofobia può non essere particolarmente angosciato per la mancanza di una relazione amorosa e non pensare di avere un problema. È però da capire se in simili situazioni la paura dell’amore possa essere così forte da essere all’origine di un massiccio evitamento. In simili situazioni, infatti, la persona si manterrebbe al sicuro non creando nessuna occasione di intimità.

Perché si ha paura di amare?

La philofobia sembra essere destinata a diventare sempre più frequente. Al momento, riguarda circa il 10% delle persone. Le cause di questo disturbo e dell’aumento della sua frequenza possono essere ricercate sia nelle caratteristiche della nostra società, sia nelle storie individuali e/o familiari.
Da una parte, per citare Bauman, viviamo in un’epoca di relazioni sempre più liquide che rendono difficile l’instaurarsi e la ricerca di relazioni intime stabili. Dall’altro, sembra importante rilevare che molte persone philofobiche hanno sperimentato insoddisfacenti relazioni interpersonali. Se ripetute esperienze amorose fallimentari possono scoraggiare la volontà di iniziare nuove storie, nella philofobia un ruolo importante sembra essere giocato dalle relazioni infantili.
Molte persone che trovano difficile fidarsi e affidarsi a un partner e a una relazione d’amore, infatti, hanno vissuto esperienze negative con i propri caregiver. Genitori poco sintonizzati che non hanno espresso vicinanza in caso di bisogno o sofferenza possono aver comunicato al bambino di non essere meritevole di amore. Lo stesso può essere avvenuto di fronte a un caregiver imprevedibile e disattento. O infine nelle situazioni in cui l’amore e le cure sono stati rinfacciati.
Si tratta di esperienze comuni nell’infanzia di molti bambini, importanti perché incidono sulla qualità delle relazioni infantili, ma anche adulte.

La philofobia è un disturbo?

Attualmente la philofobia non è ancora considerata un vero e proprio disturbo psicopatologico. Per questa ragione, non è stata inserita nella quinta edizione di uno dei manuali diagnostici più usati a livello mondiale, il DSM (APA, 2013). Il manuale, comunque, comprende e descrive la categoria cui appartiene la philofobia, quella delle fobie specifiche.
Si tratta di problematiche che rientrano tra i disturbi di ansia e che possono essere descritte come paure persistenti e irrazionali legate a specifici stimoli.
Le fobie specifiche possono essere attivate da situazioni, oggetti, attività, animali, colori, suoni, ecc. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, se è vero che ciascuno di noi può vivere come fobico qualsiasi tipo di attività, stimolo o circostanza. In questi casi, la persona evita attivamente la situazione fobica o la affronta con ansia. Ciò significa che può sperimentare alcuni sintomi quali, senso di soffocamento, tachicardia, sudorazione, nausea, vertigini, disturbi gastro-intestinali.

All´origine di questo può esserci proprio il desiderio di non sperimentare sensazioni e sintomi sgradevoli all’origine dell’evitamento delle situazioni fobiche. Da qui, i tentativi di sottrarsi a proposte e occasioni di incontro. Ma a lungo andarela situazione può diventare insostenibile e spingere la persona a ricercare un aiuto.

Philofobia o autonomia?

Se è vero che chi soffre di philofobia fugge dall’amore, ci possono essere casi in cui si riesce comunque ad avere una relazione. In simili circostanze, chi soffre di philofobia può essere sfuggente, fare richieste di maggiore autonomia al partner, riferire insicurezza sulla relazione o sentirsi oppresso dalla relazione.
Un caso ancora diverso è quello della cosiddetta philofobia latente. Molti philofobici, cioè, riescono a mantenere delle relazioni di coppia mostrando un certo adattamento rispetto alla situazione di amore e intimità. Ciò non esclude che, in specifiche situazioni, possano emergere comportamenti e sintomi philofobici, attivati esclusivamente da incontri in grado di scatenare amore e interesse autentici.

La psicoterapia può aiutare a superare la philofobia?

In caso di philofobia è possibile rivolgersi a un professionista della salute mentale al fine di riceverne l’aiuto necessario a superare il problema.
Al pari delle altre fobie, infatti, anche la philofobia può comportare malessere, suscitando ansia e ponendo molte limitazioni alle persone e ai loro cari.
In simili situazioni, lo psicoterapeuta facilita un processo di maggiore consapevolezza sul problema, attivando le risorse della persona e aiutandola a trovare modalità di relazione più funzionali.
Nel caso della philofobia, quindi, i percorsi psicologici riducono la sintomatologia, facendo in modo che la persona si avvicini con meno ansia alle situazioni amorose.

Riferimenti bibliografici
Tavormina, R. (2014). Why are we afraid to love. Psychiatria Danubina, 26(1), 178-183.
Veneruso, D. (2019). Philophobia e philoterapia: paura di amare. Milano: FrancoAngeli.

burnout

Sono in burnout?

Da diversi anni si parla di sindrome del burnout, una problematica che riguarda le professioni ad elevata intensità relazionale. Cos’è il burnout? Come sconfiggerlo’

Che cos’è il burnout?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il burnout è una forma di stress cronico che si origina nei contesti lavorativi.
Burnout è una parola che deriva dall’inglese e che significa “bruciato”. In italiano, due termini che rendono l’idea di cosa significhi essere in burnout sono “scoppiato” o “esaurito”. Il burnout, infatti, colpisce chi si sente esausto a causa del proprio lavoro e delle situazioni che deve gestire.

Chi è a maggiore rischio di burnout?

Il burnout è sempre stato associato alle professioni di aiuto (medici, psicologi, infermieri, insegnanti, forze dell’ordine, soccorritori, ecc.). Studiato inizialmente negli ambiti della sanità, dell’assistenza e della difesa, in seguito è stato riscontrato anche in professionisti che lavorano in condizioni di forte pressione. Attualmente si ritiene che possa colpire tutti i lavoratori che gestiscono attività che richiedono di entrare in relazione con l’altro. Non riguarda, cioè, solo i professionisti delle relazioni di aiuto, ma anche legali, ristoratori, negozianti, personale di front office, ecc.
La sindrome del burnout non compare nel più diffuso manuale per la diagnosi dei disturbi psichiatrici, il DSM 5 (APA, 2013). Dal 2019, però, è stata inserita nell’International Classification of Disease curato dall’OMS. Nel suo ambito viene definita come un fenomeno occupazionale, precisando che non si tratta di una malattia o una condizione di rilevanza medica. Nonostante ciò, essendo associata a situazioni di stress cronico, può avere tutta una serie di conseguenze sulla salute.

Quali sono i sintomi del burnout?

Il burnout si presenta come un insieme di sintomi ed è per questo che si parla di “sindrome”. Sul piano dell’esperienza del lavoratore, molto spesso, la sensazione è quella di essere esauriti sul piano psicofisico. Si sperimentano, infatti, scarsa energia o ci si sente esausti. Inoltre, nel tempo, accanto all’esaurimento fisico ed emotivo, la persona può sviluppare un atteggiamento di insofferenza nei confronti degli utenti, spesso trattati con cinismo.

Chi sta attraversando un momento di burnout, fatica a trovare un senso in quello che fa sul piano lavorativo. Non raramente, infine, può sperimentare la sensazione di essere inefficace e non riuscire a raggiungere i propri obiettivi.
Si tratta di vissuti che descrivono un quadro complesso di sofferenza e malessere.

Al pari delle altre forme di stress lavoro-correlato, può accompagnarsi ad ansia, umore depresso, disturbi del sonno, comportamenti disfunzionali, dolori muscolo-scheletrici ed altri problemi fisici (mal di pancia, mal di testa, ecc.).

Molti degli indicatori della sindrome del burnout appena descritti possono essere presenti in altri disturbi psicologici. Al fine di poter parlare di sindrome del burnout, quindi, devono essere escluse altre condizioni. Spesso le condizioni di burnout, infatti, potrebbero essere confuse con disturbi da stress e dell’adattamento, sindromi ansiose e/o depressive.

Quali sono le cause del burnout?

Il burnout è un fenomeno complesso che origina da diversi fattori, sia individuali che organizzativi.
Per fattori individuali, si fa riferimento all’età, al genere, allo stato civile.
Solo per fare un esempio, le persone molto giovani ed all’inizio della carriera sono in genere più vulnerabili allo stress lavorativo. Chi non ha ancora un’esperienza su cui fare affidamento, infatti, non ha ancora acquisito delle strategie funzionali di risposta allo stress. In più, gli studi sul burnout hanno evidenziato che i lavoratori più a rischio sono quelli che si identificano molto con la propria professione o che investono piú del dovuto sulla carriera. Accanto a questo fattore individuale, inoltre, sembra rilevante anche un eccessivo investimento di risorse ed energia nel lavoro.

Esistono lavori più stressanti di altri?

Rispetto agli aspetti organizzativi del lavoro, invece, è ormai noto che alcuni contesti lavorativi sono più stressanti di altri. Ciò non dipende solo dal tipo di lavoro, ma anche da come sono organizzati i processi di produzione o di erogazione dei servizi.
A titolo di esempio, è diverso lavorare in un contesto in cui ci si sente supportati da colleghi e superiori oppure dove ciò non avviene. Un ruolo importante è giocato da altri fattori: carico di lavoro, sicurezza, chiarezza degli obiettivi, equilibrio responsabilità-autonomia, percezione di poter controllare la propria attività.
In generale, comunque, una situazione di stress si verifica quando si percepisce uno squilibrio tra le richieste lavorative e le proprie capacità di risposta.

Quali soluzioni per superare il burnout?

Essendo una forma estrema di stress lavorativo, il burnout può avere un impatto importante sulla qualità della vita della persona. Il burnout, del resto, può tradursi in minori efficacia ed efficienza, con un calo del rendimento e della qualità del proprio lavoro. Anche la relazione con l’utente ne risente, poiché nelle forme estreme si può agire con distacco, freddezza e cinismo.

Come combattere il burnout?

Per tutte queste ragioni, quindi, è opportuno contrastare il burnout. Se alcuni interventi dovrebbero focalizzarsi sugli aspetti organizzativi del lavoro, ugualmente importanti sono gli interventi di psicoterapia.
Lo psicologo psicoterapeuta, infatti, può aiutare la persona a riconoscere e individuare i primi sintomi da sindrome di burnout, differenziando questa problematica da altri disturbi psicologici. Una volta effettuata una corretta diagnosi, poi, l’intervento psicologico sarà importante al fine di individuare migliori strategie di adattamento al contesto lavorativo.
Gli interventi psicologici e psicoterapici, inoltre, possono essere importanti al fine di potenziare le risorse di fronteggiamento dello stress. Nei casi in cui il burnout si accompagni a vissuti ansioso-depressivi o disturbi psicosomatici, infine, la psicoterapia faciliterà il superamento dei sintomi.
Al pari di tutte le condizioni di disagio psicologico, anche la sindrome da burnout va incontro a una risoluzione più semplice se non si cronicizza.
Il consiglio è quindi quello di rivolgersi a un professionista della salute mentale alla comparsa dei primi indicatori di disagio.
La sindrome da burnout, infatti, non compare quasi mai all’improvviso ma si sviluppa lentamente. Purtroppo, però, è frequente la sottovalutazione dei primi sintomi. Sono campanelli d’allarme la scarsa voglia di andare a lavoro, frequenti cefalee ed altri problemi fisici, l’impossibilità di recuperare energie nonostante un periodo di riposo.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
World Health Organization (2019). International Classification of Diseases 11. Consultato su ICD-11 – Mortality and Morbidity Statistics (who.int)

combattere fame nervosa

Come combattere la fame nervosa?

Non sempre mangiamo per fame ed è ormai noto il rapporto tra emozioni e alimentazione. Come riconoscere la fame nervosa e come combatterla?

Come distinguere la fame fisica dalla fame emotiva?

Sono molte le circostanze possono scatenare la fame emotiva. Le situazioni capaci di attivare la fame emotiva sono soggettive e diverse tra loro. Non solo fattori stressanti, ma anche noia, fatica, solitudine e ansia sono in grado di indurre la sensazione di fame. Ma anche stati emotivi piacevoli sono in grado di indurre fame emotiva.

In tutti i casi, si tratta di condizioni che scatenano una sensazione di appetito che non ha nulla a che vedere con il bisogno fisiologico di nutrirsi. La fame fisica, infatti, viene soddisfatta attraverso il nutrimento. In maniera differente, invece, la fame nervosa può anche non placarsi dopo l’assunzione di cibo. Talvolta, non a caso, la persona riesce a smettere di assumere alimenti solo perché sente un forte senso di colpa. Nelle situazioni più gravi, infatti, può essere molto difficile fermarsi nonostante ci si senta pieni.

Inoltre, la fame emotiva arriva in maniera urgente e non ha nulla a che fare con la gradualità della fame fisica. Talvolta può essere molto specifica e portare all’assunzione di alimenti ipercalorici e ricchi di grassi e zuccheri.

Quando si è in preda alla fame emotiva, infine, il cibo può essere assunto anche in maniera non pienamente consapevole. Ciò avviene soprattutto se la persona non sospetta che ci possa essere un nesso tra insoddisfazione, emozioni negative e consumo di cibo.

Che cosa si intende per fame nervosa?

La fame nervosa o emotional eating caratterizza tutte le situazioni in cui il cibo viene assunto per fronteggiare e ridurre lo stress. In questo modo, le preoccupazioni quotidiane, il sovraccarico lavorativo, la rabbia, la tristezza o la noia possono portare a sentire il bisogno di mangiare.
In altre parole, quindi, stimoli emotivi negativi possono determinare un comportamento alimentare disfunzionale che si associa a una maggiore assunzione di alimenti. In simili situazioni, l’assunzione di cibo ha l’effetto di alleviare la tensione fornendo un momentaneo sollievo. Non raramente, però, il consumo di alimenti si accompagna a sentimenti di colpa e di vergogna. Questo favorisce un circolo vizioso in cui una falsa soluzione alimenta un comportamento dannoso.

Una fame che viene dal passato

Come avviene anche in alcuni disturbi del comportamento alimentare quali il binge eating, la persona è in genere consapevole degli effetti negativi dell’alimentazione non controllata. In alcuni quadri di fame nervosa, infatti, può determinarsi un aumento di peso con impatto sull’autostima e la salute. È ormai noto che si tratta di dinamiche disfunzionali in cui la soluzione per alleviare emozioni negative può alimentare ulteriori preoccupazioni e problematiche.

In queste situazioni, il cibo è utilizzato come un regolatore esterno dei propri vissuti emotivi. Non è raro che l’adulto ripeta alcuni schemi infantili. Spesso, chi soffre di fame nervosa ha sperimentato un comportamento disfunzionale di accudimento da parte del proprio caregiver nell’infanzia. Nei casi di scarsa sintonizzazione affettiva tra bambino e caregiver, cioè, quest’ultimo potrebbe aver utilizzato il cibo come mezzo di contenimento delle emozioni negative. In tal senso, un bambino abituato a ricevere nutrimento se piange, avrà buone probabilità di diventare un adulto che proverà a placare la tristezza mangiando. Nell’infanzia della persona, infatti, il cibo ha sostituito comportamenti rassicuranti e parole adeguate a consolare. Il disagio, insomma, è stato sedato secondo modalità di contenimento inadeguate e che rendono difficile distinguere la fame dalle emozioni.

Perché mangiamo se siamo stressati?

Diverse ricerche hanno esplorato le relazioni tra stress e comportamento alimentare. Si tratta di ricerche che hanno individuato alcuni meccanismi biologici alla base della fame emotiva.
Un ruolo centrale viene giocato dallo stress cronico e dalle sollecitazioni del cosiddetto asse ipotalamo-ipofisi-surrene.
Si tratta di un sistema neuroendocrino essenziale nell’attivazione della risposta allo stress.
Nello specifico, il rilascio dell’ormone dello stress, il cortisolo, aumenta l’appetito e modifica il comportamento alimentare. Il cortisolo induce la persona ad assumere cibi grassi o dolci che riducono la percezione dello stress.
Come già detto, però, si tratta di effetti temporanei che tendono a svanire nel breve periodo. L’assunzione di cibo può associarsi a vergogna, disgusto per sé stessi o colpa che possono aumentare lo stress percepito e le probabilità di cercare cibo per fronteggiarlo.

La fame nervosa è un disturbo psicologico?

Il DSM 5, manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali (APA, 2013), non inserisce la fame nervosa in una specifica categoria diagnostica.
Ciononostante, è ormai chiaro che l’emotional eating costituisce un fattore di rischio per alcuni disturbi del comportamento alimentare. Tra di essi, la bulimia nervosa e il binge eating. Si tratta di disturbi differenti accomunati da abbuffate in cui la persona può assumere grandi quantità di cibo in un arco di tempo limitato. Anche in questi casi, la persona mangia in un tentativo estremo di controllare le sue emozioni negative.
Cosa fare?

Proprio perché la fame nervosa può caratterizzare quadri psicopatologici di una certa gravità può essere utile rivolgersi a un professionista della salute mentale.
Il confronto con uno psicoterapeuta potrà permettere di comprendere se la fame nervosa è il campanello di allarme di un disturbo più serio. Sarà così possibile intervenire sul problema in maniera tempestiva al fine di evitare conseguenze per la salute fisica e psicologica.
La psicoterapia aiuta ad aumentare la consapevolezza emotiva della persona. In alcune persone, infatti, è proprio la difficoltà a differenziare sensazioni corporee e sentimenti ad alimentare la fame nervosa.
Focalizzarsi su simili aspetti della propria esperienza permette di differenziare fame emotiva e fisica, portando ad alimentarsi solo in caso di appetito.
La psicoterapia, inoltre, fornisce strumenti concreti per riconoscere le emozioni negative che precedono la fame imparando ad accoglierle senza provare a spegnerle subito. Le emozioni, infatti, sono importanti perché forniscono informazioni su di noi e sul nostro ambiente. Una buona capacità di regolazione delle emozioni, quindi, dipende da un migliore contatto con il messaggio di cui sono portatrici.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.

Covid e bambini

Gli effetti della pandemia su bambini e adolescenti

A distanza di un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19 il problema della salute mentale di bambini ed adolescenti sta diventando sempre più urgente. Come riconoscere il loro disagio e quali strategie adottare per aiutarli?

Quali sono gli effetti del Covid-19 sulla salute di bambini e adolescenti?

Sin dall’inizio della pandemia da Covid-19 è stato immediatamente chiaro che il virus ha colpito l’età pediatrica in maniera meno grave rispetto a quella adulta.
È quanto viene affermato dal presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), Alberto Villani, che ha fornito alcuni dati sui contagi di bambini e adolescenti. In una recente intervista, ha riferito che, dall’inizio della pandemia, i casi diagnosticati nella fascia 0-9 anni sono stati il 3,6%. Percentuale che sale all’8,6% per la fascia 10-19 anni.
Come è noto, infatti, il Covid-19 non si manifesta con sintomi severi nel range delle età più giovani. Nonostante ciò, però, la pandemia sta facendo registrare numerosi effetti indiretti sulla salute dei più giovani.
Tra questi, cresce la preoccupazione degli esperti per le conseguenze psicologiche a breve e lungo termine della pandemia.

Qual è l’impatto psicologico della pandemia in bambini e adolescenti?

La pandemia da Covid-19 ha cambiato bruscamente le nostre abitudini quotidiane, sconvolgendo il nostro modo abituale di vivere. Ciò è stato vero soprattutto per bambini e adolescenti che, per tutto il primo lockdown, hanno dovuto sospendere le lezioni in presenza.In questo modo, è venuta meno la routine fondamentale dei minori in età scolastica, con la scuola che non è solo apprendimento, ma anche socializzazione. La sospensione delle lezioni e l’interdizione delle altre attività sportive e aggregative, in effetti, ha scombussolato il programma quotidiano.Senza un calendario di attività e la scansione della giornata in momenti ben definiti, bambini ed adolescenti hanno dovuto reiventare il loro tempo.

Nuove condizioni di vita

Le criticità della didattica a distanza e le difficoltà connesse allo smart working dei genitori hanno reso ancora più difficili queste nuove condizioni di vita. Molti bambini hanno dovuto condividere con fratelli e genitori spazi domestici non sempre adeguati e dispositivi elettronici. Non avere giornate così strutturate, poi, ha lasciato molto più tempo a disposizione per il gioco elettronico e la navigazione in genere. Per questo motivo, se stanno aumentando le richieste di presa in carico psicologica dei minori. Molte richieste sono legate a problemi di dipendenza da dispositivi elettronici.
Si tratta di un problema non nuovo per queste fasce di età, ma la pandemia ha sicuramente aggravato alcune situazioni già critiche.

Quali sono i campanelli di allarme?

È ancora la SIP a mettere in guardia nei confronti di un uso non controllato dei dispositivi elettronici, sottolineando le conseguenze negative degli eccessi. In tal senso, viene consigliato ai genitori di attenzionare alcuni indicatori di malessere. Tra i campanelli di allarme: tristezza o rabbia eccessive durante il gioco, tendenza a dedicare molto tempo a queste attività, irritabilità quando non è possibile giocare. Ai genitori che riscontrassero simili problematiche, viene raccomandato di rivolgersi a degli specialisti, mentre sul piano educativo il consiglio è di porre dei limiti chiari.
Il problema di uno scorretto e dannoso utilizzo dei dispositivi elettronici, comunque, non è l’unico riscontrato da genitori e professionisti.

Alcune evidenze scientifiche

Una ricerca italo-spagnola recente (Orgiles et al., 2020) ha messo in evidenza come i genitori abbiano rilevato ulteriori indicatori di malessere. L’85% delle famiglie intervistate, infatti, ha riscontrato nei figli noia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ansia, senso di solitudine. Meno frequenti, disturbi del sonno, perdita di alcune competenze acquisite prima del lockdown, comportamenti aggressivi, paure prima assenti.
Un altro problema che sembra assumere un carattere di allarme, infine, è rappresentato dai disturbi dell’alimentazione. L’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro parla di un esordio dell’anoressia più precoce e di un raddoppio delle prime visite per il trattamento dei disturbi alimentari.
Anche in questo caso gli specialisti consigliano di prestare attenzione agli indicatori precoci di disagio. Tra questi, una diversa attenzione al cibo, con l’eliminazione dei più grassi e una riduzione della gamma di alimenti consumati. Inoltre, possono esserci un’eccessiva attenzione nei confronti del corpo e dell’aspetto fisico e a un atteggiamento di particolare silenzio e concentrazione ai pasti.


Cosa c’è all’origine di queste diverse forme di disagio?

Accanto alla perdita delle routine essenziali, laddove si fatica a parlare del Covid, i più piccoli possono avvertire forte ansia e l’incertezza legata alla malattia. C’è infatti una sintonizzazione con gli stati emotivi dei caregivers ed il silenzio risulta spesso inspiegabile per il bambino con i non detti che possono essere destabilizzanti. In questi casi, possono osservarsi ansia, disattenzione, paura per la salute di genitori e nonni, irritabilità, eccessivo attaccamento.
Non bisogna dimenticare, infine, il ruolo dell’isolamento. Conosciamo noi stessi e la nostra realtà attraverso il corpo e le relazioni interpersonali sono essenziali per il normale sviluppo.
Per questo, essere deprivati sul piano relazionale può essere associato a problemi psicologici molto seri. Vale nei confronti dei pari e, a maggior ragione, per le figure di attaccamento. Vivere separazioni forzose dai propri genitori o da altre persone importanti può causare ansia, attacchi di panico, depressione.

Cosa fare se notate dei segnali di disagio nei vostri figli?

In caso di disagio è molto importante intervenire tempestivamente, soprattutto quando si tratta di bambini e adolescenti.
È per questo motivo che psicologi, neuropsichiatri e pediatri consigliano ai genitori di prestare attenzione ad eventuali cambiamenti nel comportamento. In questi casi, un aiuto professionale tempestivo diventa fondamentale per una corretta presa in carico di bambini e adolescenti. Un intervento competente, infatti, può evitare la cronicizzazione di disturbi altrimenti destinati a peggiorare nel tempo e nel corso della crescita.
Anche i genitori, del resto, possono chiedere aiuto per sé, soprattutto se si sentono sopraffatti dallo stress di questo periodo e se vogliono migliorare le proprie competenze genitoriali. Interventi di questo genere, infatti, sono importanti per sviluppare la sensibilità e le capacità necessarie per poter offrire una base sicura ai più piccoli.
Non è da tralasciare, poi, che l’intervento psicologico può supportare i genitori nell’apprendimento di strategie di comunicazione adeguate all’età dei più piccoli.

Riferimenti bibliografici
Orgilés, M., Morales, A., Delvecchio, E., Mazzeschi, C., & Espada, J. P. (2020). Immediate psychological effects of the COVID-19 quarantine in youth from Italy and Spain. Frontiers in psychology, 11, 2986.
https://www.hsr.it/news/2021/marzo/disturbi-comportamento-alimentare-adolescenti-2021
Covid, ecco gli effetti indiretti sui bambini – Società Italiana di Pediatria (sip.it)

trauma e resilienza

Trauma e resilienza: la crisi come opportunità di crescita

Essere esposti ad eventi avversi che mettono in pericolo la nostra vita si accompagna spesso a disagio psicologico. Se sono noti gli effetti negativi del trauma, in pochi sanno che alcune persone possono andare incontro a un processo di vera e propria crescita post-traumatica.

Cosa succede dopo un trauma?

La parola trauma deriva dal greco e significa ferita. Nella nostra lingua la utilizziamo sia per indicare le ferite del corpo (per es., un trauma osseo o lacero-contuso), sia per quelle psicologiche.
Eventi avversi come incidenti e catastrofi possono danneggiare la salute fisica ma anche dare origine a diverse forme di malessere psicologico.
Il disagio psicologico connesso al rischio di morire, alla perdita di beni, al lutto per i propri cari, può richiedere spesso trattamenti psicoterapici e farmacologici. Nelle situazioni più gravi, infatti, la persona può sperimentare una forte sofferenza psicologica. I disturbi dell’adattamento alle nuove condizioni di vita post-trauma sono molto comuni. Ma sono altrettanto frequenti i disturbi acuti da stress.

Fenomenologia del trauma

Con le dovute differenze da caso a caso, la persona può sperimentare uno stato di allarme e tensione che le impedisce di vivere normalmente. Il sonno può essere disturbato. Anche da svegli, però, i ricordi dell’evento possono interferire con le attività consuete. L’umore può essere irritabile o depresso e non raramente si avverte ansia.
Quelli appena descritti sono gli esiti più conosciuti connessi all’esperienza del trauma. Meno noti sono gli effetti positivi che si verificano in diversi casi a seguito di un evento avverso. Per descriverli si utilizza un’espressione specifica, crescita post-traumatica.
In effetti, circa il 70% delle persone sopravvissute ad eventi traumatici riportano cambiamenti psicologici positivi. Si tratta di una percentuale molto elevata che rende conto di un processo di sviluppo che può essere spiegato considerando il ruolo della sofferenza. Il dolore, infatti, costringe i sopravvissuti a ricercare e costruire nuovi significati in un processo di cambiamento dagli esiti spesso sorprendenti.

Cosa si intende per crescita post-traumatica?

È soprattutto grazie alla diffusione della psicologia positiva che si è cominciato a parlare delle possibilità di sviluppo attivate dai traumi.
Le ricerche internazionali sull’argomento si sono diffuse negli ultimi venti anni. Numerosi studiosi hanno cominciato ad interessarsi delle storie positive e dei successi conseguenti a eventi di vita traumatici. Questi studi hanno bene evidenziato che, se l’evento traumatico può destabilizzare completamente la persona e devastarla psicologicamente, può anche spingerla a rifiorire.
È in questo modo che è stato sviluppato il concetto di crescita post-traumatica, riferendosi alla tendenza a riportare cambiamenti positivi a seguito di un trauma.

Le 3 aree della crescita post-traumatica

La crescita post-traumatica riguarda in genere tre diverse aree: la percezione di sé, le relazioni interpersonali e la propria filosofia di vita. Meno frequenti sono i cambiamenti religiosi o spirituali o quelli che riguardano la scoperta di nuove possibilità sul proprio percorso.

Rispetto alla percezione di sé, molte persone segnate da traumi arrivano a una rappresentazione di loro stessi come sopravvissuti. In tal senso, sentirsi un survivor è molto diverso che percepirsi come la vittima di una disgrazia. Il sopravvissuto, infatti, sarà maggiormente consapevole delle proprie risorse e del fatto di avercela fatta. Allo stesso modo, migliore sarà anche la consapevolezza delle proprie fragilità, fattore che aumenta le probabilità che possa rivolgersi agli altri per riceverne l’aiuto necessario.

Si tratta di aspetti strettamente connessi anche ai cambiamenti relativi alle relazioni con gli altri. Maggiore profondità relazionale ed empatia, migliore capacità di esprimere le emozioni, altruismo e compassione sono tra gli esiti più comuni.
Rispetto alla filosofia di vita, invece, il trauma sembra aiutare le persone ad apprezzare maggiormente il tempo, spingendole a vivere più intensamente. Le persone che vanno incontro a crescita post-traumatica, quindi, riescono a dare un nuovo significato agli eventi avversi o al dolore ad essi connesso.

Quali fattori promuovono la crescita post-traumatica?

La probabilità di andare incontro ad una crescita post-traumatica dipende in buona parte dalla condizione psicologica pre-trauma. Nonostante ciò, è opportuno precisare che anche una persona già sofferente può mostrare una crescita post-traumatica. In parte, questa possibilità è dovuta al fatto che chi ha fatto esperienza difficoltà psicologiche in passato possiede strategie di fronteggiamento. Allo stesso modo, comunque, non bisogna trascurare che la condizione di salute mentale pregressa possa porre un freno alla crescita post-traumatica. Persone con uno stato di salute mentale pre-trauma migliore, cioè, mostrano in genere una maggiore crescita di quelle che avevano problemi precedenti.

Trauma e personalità

Numerosi studi, inoltre, hanno messo in relazione la crescita post-traumatica con alcune caratteristiche di personalità.
In primo luogo, le persone propense all’ottimismo e alla speranza sono in genere più pronte ad adottare risposte flessibili a seguito di eventi avversi. Fanno più facilmente progetti e piani, individuando obiettivi e strategie attive. In secondo luogo, anche le persone capaci di tollerare incertezza e ambiguità sono portate ad affrontare il trauma in maniera creativa. Infine, uno stile cognitivo aperto e complesso consente di vedere i problemi da nuove prospettive e creare nuove connessioni tra eventi.

Quali sono le relazioni tra intervento psicologico e crescita post-traumatica?

In caso di traumi rivolgersi a un professionista della salute mentale può essere utile se si sta vivendo una condizione di malessere. Il livello di sofferenza provato dalla persona, infatti, può comprometterne la sua qualità di vita rendendo necessario un trattamento.
Anche laddove la persona ritenga gestibile la sua sofferenza, comunque, lo psicologo può giocare un ruolo nella promozione del benessere della persona.In questo caso, per esempio, l’intervento potrà maggiormente essere orientato alla mobilitazione delle risorse psicologiche ed all’attivazione di resilienza.

È in questo tipo di intervento che si possono facilitare anche i processi di crescita post-traumatica attraverso un percorso di supporto allo sviluppo.
Nel dettaglio, la persona potrà essere supportata nell’acquisire consapevolezza sull’importanza di cambiare schemi di pensiero ed azione, costruendo nuovi significati intorno alla vita.
Si tratta di un passaggio fondamentale che può essere facilitato dalla rifigurazione della crisi come momento che comporta rischi ma anche di nuove possibilità d´azione.

Riferimenti bibliografici
Prati, G. & Pietrantoni, L. (2006). Crescita post-traumatica: un’opportunità dopo il trauma? Psicoterapia Cognitiva e comportamentale, 12, 2: 133-144.

accumulo hoarding

Perché non riesco a buttare via niente?

L’accumulo compulsivo. Perché non riesco a buttare via niente?

Accumulare oggetti e non riuscire a liberarsene quando sono inutili o privi di valore può essere un importante disturbo psicologico. Quali sono i sintomi, le cause e i trattamenti della disposofobia?

Che cosa si intende per disposofobia?

Il disturbo da accumulo accomuna tutte le situazioni in cui la persona raccoglie compulsivamente oggetti di cui non riesce a liberarsi. L’impossibilità di disfarsi di cose inutili e prive di valore economico o affettivo si verifica nonostante l’accumulo limiti l’uso e la funzionalità degli spazi domestici. Questo disturbo è anche chiamato disposofobia o, in inglese, hoarding disorder.
Si tratta di una problematica ereditaria e circa il 50% degli individui che soffrono di accumulo hanno dei familiari che presentano lo stesso comportamento disfunzionale.

A che età si inizia a soffrire di disposofobia?

Il disturbo esordisce in genere nella prima età adulta, talvolta anche in adolescenza. Con il trascorrere del tempo, il disturbo tende a peggiorare rendendo scadente la qualità di vita della persona. La disposofobia, infatti, tende a cronicizzarsi. Nella stragrande maggioranza dei casi, la disposofobia si associa alla compromissione della vita lavorativa, riducendo le possibilità di cura di sé. Ciò avviene soprattutto nelle condizioni in cui chi soffre di accumulo compulsivo non ha consapevolezza di malattia. La persona, cioè, non ritiene di avere un problema psicologico.
Non è raro, poi, che la disposofobia si associ a problematiche di salute che, spesso, dipendono dalle pessime condizioni abitative.

La casa e gli animali domestici

L’accumulo di oggetti negli spazi domestici limita le possibilità di movimento all’interno della casa e può compromettere attività quali cucinare, occuparsi dell’igiene personale e dormire. Particolarmente difficile è la pulizia e la manutenzione di spazi e arredi, causa di frequenti problemi igienico-sanitari.
Ciò è particolarmente probabile nelle situazioni in cui l’accumulo riguarda animali domestici, caso che rappresenta una manifestazione particolare del disturbo. Non sono pochi, infatti, gli accumulatori di animali, spesso segnalati alle autorità per maltrattamento. L’accumulo di animali si accompagna in genere a un loro accudimento carente dal punto di vista alimentare o veterinario. Inoltre, la presenza di molti animali in spazi limitati peggiora le condizioni ambientali a causa di rumori molesti o cattivi odori. Sono soprattutto le condizioni estreme di questo genere ad alimentare tensione e conflitti con familiari e vicini e non è rara l’attivazione delle autorità e dei servizi sociali.

Quando è possibile diagnosticare la disposofobia?

Il DSM 5 (2013) ha inserito la disposofobia all’interno della categoria delle problematiche correlate al disturbo ossessivo-compulsivo.
Al fine di poter diagnosticare il disturbo da accumulo, secondo il manuale, devono essere soddisfatti alcuni criteri.
Deve intanto essere rilevata una persistente difficoltà a buttare o a separarsi dai propri beni, a prescindere dal valore che essi hanno. La difficoltà a gettare gli oggetti è dettata dal disagio associato a disfarsene ed alla percezione di un bisogno di custodirli. La difficoltà nel disfarsi dei beni superflui, inoltre, congestiona gli spazi vitali della persona. Ciò rende difficile una corretta fruizione degli ambienti che, spesso, tornano ad essere agibili solo attraverso l’intervento di altri soggetti. L’accumulo causa disagio clinicamente significativo o compromette il funzionamento socio-lavorativo della persona. Infine, il DSM raccomanda anche di escludere possibili cause alternative capaci di giustificare i comportamenti da accumulo. Un comportamento disfunzionale di questo genere, infatti, potrebbe essere dovuto a un altro disturbo mentale o a problematiche mediche. Tra queste ultime, per esempio, la disposofobia potrebbe essere spiegata anche con un trauma cranico o un disturbo cerebrovascolare.

Quali interventi per la disposofobia?

L´accumulo compulsivo può comportare un livello di disagio significativo alla persona che ne soffre. In genere, chi sperimenta malessere rispetto all’accumulo e lo riconosce come un problema ha maggiori probabilità di rivolgersi a un professionista della salute mentale.
Questa è una eventualità rara per chi, invece, non ritiene che il comportamento di accumulo sia problematico o rappresenti un indicatore di un disturbo mentale. In queste situazioni si può arrivare all’attenzione del clinico perché costretti dai servizi o da familiari e amici. Nel primo caso, le autorità possono attivarsi perché i comportamenti di accumulo possono causare problemi igienici e di sicurezza per sé e per gli altri. Nel secondo, familiari ed amici di persone con disposofobia possono sperimentare disagio e conflittualità che li spingono a porre un aut-aut ai propri cari.
Laddove non ci sia consapevolezza di malattia, quindi, è importante aiutare la persona a rendersi conto di avere un problema. Si tratta di una operazione non semplice, ma occuparsi dell’accumulo quando comincia a manifestarsi, massimizza le possibilità di risolverlo in maniera efficace. Simili informazioni dovrebbero essere fornite alla persona con problema di accumulo compulsivo al fine di convincerla a richiedere un aiuto specialistico.

La psicoterapia per la disposofobia

Un intervento di psicoterapia può essere importante per scongiurare conseguenze negative sulla propria salute e problemi con la propria rete di vicinato o la giustizia. A monte, la psicoterapia è fondamentale per recuperare una buona qualità della vita, anche considerando che la disposofobia si accompagna spesso ad altre problematiche psicologiche.
Circa il 75% delle persone con comportamenti da accumulo patologico presenta anche un disturbo d’ansia o depressivo. Circa il 20% manifesta i sintomi di un disturbo ossessivo-compulsivo. In molti casi, poi, i pazienti che soffrono di disposofobia hanno riferito di aver vissuto esperienze traumatiche prima dell’esordio del problema di accumulo. Nel complesso, si tratta di condizioni psicopatologiche che richiedono una adeguata presa in carico, talvolta anche di natura farmacologica.

La luce in fondo al tunnel

Per tutti questi motivi, rivolgersi a uno psicoterapeuta rappresenta il primo passo da compiere al fine di risolvere le problematiche di accumulo patologico. Anche laddove la persona che soffre di disposofobia preferisca non rivolgersi a un professionista della salute mentale, amici o familiari potrebbero valutare l’opzione di farlo per se stessi. Attraverso il confronto professionale con un esperto, infatti, si potranno ottenere informazioni sul disturbo da accumulo. Si tratta di un primo passo per migliorare la qualità delle relazioni con la persona che soffre di disposofobia e diminuire il conflitto. Con lo psicologo, inoltre, potranno essere vagliate le migliori strategie per rendere consapevole di malattia la persona che non riconosce di avere un problema con l’accumulo.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Frost, R. O., & Steketee, G. (2012). Tengo tutto: perché non si riesce a buttare via niente. Edizioni Erickson.

dismorfofobia

Mi vergogno del mio corpo

“Mi vergogno del mio corpo”. “Il mio corpo non mi piace”. Molti si (pre)occupano di curare il proprio fisico per ridurre imperfezioni e migliorarsi. tuttavia talvolta essere preoccupati per i propri difetti o per un aspetto ritenuto non attraente può essere un vero e proprio disturbo psicologico. Una vera ossessione alla ricerca di un corpo perfetto.

Il disturbo di dismorfismo corporeo: mi vergogno del mio corpo

Il dismorfismo corporeo o dismorfofobia consiste in una preoccupazione persistente ed eccessiva circa il proprio aspetto fisico e possibili difetti ed imperfezioni. “Mi vergogno del mio corpo” è forse la frase che meglio riassume la fenomenologia del dismorfismo corporeo.
Si tratta di una problematica che riguarda circa il 2% della popolazione. Ma la percentuale sale al 3-6% in persone che ricorrono alla chirurgia estetica. Chi soffre di dismorfofobia, infatti, tende a ricorrere ad interventi chirurgici per ottenere un aspetto corrispondente alle proprie aspettative e che aspira alla perfezione.

La dismorfofobia è un disturbo mentale diffuso nella società dell’immagine. Nelle sue forme più gravi, chi è alla ricerca del corpo perfetto può sottoporsi a numerose operazioni, incurante perfino dei rischi sanitari.

A che età si inizia a soffrire di dismorfofobia?

L’età media in cui insorge il disturbo di dismorfismo corporeo è di 16-17 anni. Ma alcuni precursori del diturbo possano rilevarsi anche a 12-13 anni. Si tratta di un’età della vita in cui si è particolarmente sensibili al giudizio altrui e la persona deve abituarsi a un corpo che cambia. Soprattutto quando insorge più precocemente, il disturbo tende a diventare una condizione cronica, si associa a rischio suicidario e ad altri disturbi mentali.

Quali altri disturbi mentali si associano al dismorfismo?

Tra i disturbi più frequentemente associati al dismorfismo corporeo troviamo i disturbi depressivi, l’ansia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi correlati a sostanze. Gli elevati livelli di sofferenza connessi al disturbo di dismorfismo corporeo sono associati a una scarsa qualità della vita e a diverse problematiche psicosociali. Per esempio, il 20% circa dei giovani che soffrono di questa condizione possono presentare abbandono scolastico o preoccupanti fenomeni di evitamento delle relazioni sociali. Alla base di questi comportamenti, la volontà di sottrarsi agli sguardi che possano notare imperfezioni. Anche quando, in realtà tali imperfezioni sono soltanto presunte e impercettibili.
Per tutte queste ragioni, non sorprende che il disturbo di dismorfismo corporeo possa comportare anche il ricorso al ricovero presso strutture psichiatriche.

Quali sono i fattori di rischio?

Rispetto ai fattori di rischio, numerose ricerche hanno dimostrato che la prevalenza della dismorfofobia è elevata nei parenti delle persone con diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo. Nella storia della persona, infine, si trovano spesso episodi di trascuratezza e abuso nel corso dell’infanzia.

Quando è possibile diagnosticare il disturbo di dismorfismo corporeo?

Nella quinta edizione del manuale diagnostico-statistico dell’American Psychiatric Association (APA, 2013) il dismorfismo corporeo è stato incluso nella categoria dei disturbi correlati al disturbo ossessivo-compulsivo. Nella stessa categoria, disturbi quali la tricotillomania o il disturbo da accumulo, condizioni diverse accomunate da ossessioni e comportamenti compulsivi.
Anche nella dismorfofobia, in effetti, le persone possono essere disturbate da vere e proprie ossessioni che hanno come oggetto l’aspetto esteriore.

Quali sono i sintomi?

Secondo il DSM 5, la dismorfofobia si caratterizza per la preoccupazione riguardante imperfezioni del corpo ritenute gravi dalla persona ma quasi impercettibili da chi la circonda. Le preoccupazioni variano dal ritenere di non essere bello o attraente al credere di avere un aspetto deforme. Inoltre, possono essere focalizzate su una o più aree corporee, riguardando frequentemente la pelle, i capelli o il naso. Per esempio, possono essere percepiti come abnormi piccoli segni di acne o è possibile pensare di avere capelli troppo diradati o un naso eccessivamente grande, piccolo o storto. In linea di massima, comunque, ogni parte del corpo può essere ritenuta difettosa e alcuni individui sono preoccupati dall’asimmetria corporea o dall’aspetto dei genitali.

La dismorfia muscolare

In alcuni casi particolari, le persone sono preoccupate della propria muscolatura. Possono temere di avere una costituzione poco sviluppata. Questa condizione prende il nome di dismorfia muscolare o vigoressia. Essa è più frequente nei maschi che, per compensare le preoccupazioni, possono dedicarsi ad intensa attività fisica per apparire più muscolosi e meno mingherlini.

È possibile controllare queste preoccupazioni?

A prescindere dalla focalizzazione su una o più parti del proprio fisico, le preoccupazioni sono intrusive e occupano i pensieri per molto tempo. Difficilmente la persona le riesce a controllare e ad evitare. Per questo motivo causano ulteriore sofferenza, alimentando un circolo vizioso di malessere.
Durante il decorso del disturbo, la persona che ne soffre può cominciare a mettere in atto comportamenti ripetitivi peculiari. Per esempio, può guardarsi ripetutamente allo specchio, ricercare rassicurazioni negli altri, usare trucchi, toccare ripetutamente le parti del corpo oggetto di preoccupazione, ecc. Allo stesso modo, può compiere azioni mentali come paragonare il proprio aspetto con quello di altre persone per provare a trovare un sollievo per le proprie preoccupazioni. Anche in questo caso, però, comportamenti e azioni finalizzate a ridimensionare le proprie inquietudini non risolvono il problema ma possono alimentare ulteriore sofferenza.

Quali sono le conseguenze del disturbo?

Nel complesso, le preoccupazioni, i comportamenti ripetitivi e le azioni mentali determinano un disagio clinicamente significativo o causano una compromissione in ambito lavorativo, scolastico o sociale. Come già accennato, le convinzioni circa il proprio aspetto non attraente o deforme possono spingere la persona a ritirarsi dalle relazioni. Ciò è più probabile soprattutto nelle situazioni in cui la persona presenta convinzioni immodificabili circa i propri difetti ed è quindi poco propensa a rivederle. Spesso riscontrabile in persone con disturbi alimentari, il DSM 5 precisa che in questi casi la preoccupazione non deve riguardare esclusivamente peso o grasso corporeo.

Cosa fare se si soffre di disturbo di dismorfismo corporeo?

La dismorfofobia è un disturbo serio. E può essere molto invalidante per l’impatto psicologico. Compromette il funzionamento scolastico, lavorativo e sociale. E aumenta il rischio suicidario. Molto spesso accomuna persone con livelli di sofferenza differenziati che hanno vissuto infanzie infelici in cui non hanno ricevuto cure adeguate o sono state abusate.
Per tutte queste ragioni, può essere importante rivolgersi a uno psicoterapeuta che sappia aiutare la persona a controllare percezioni, comportamenti ed idee disturbanti.
Numerose ricerche in campo internazionale dimostrano infatti che la presa in carico psicologica può essere risolutiva delle problematiche di chi soffre di questo disturbo.
Inoltre, un trattamento psicoterapico precoce garantisce la risoluzione del disturbo evitando conseguenze psicofisiche importanti, ricoveri o un ricorso patologico ricorso inutile alla chirurgia estetica.

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Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Nicewicz, H. R., & Boutrouille, J. F. (2020). Body Dysmorphic Disorder (BDD, Dysmorphobia, Dysmorphic Syndrome). StatPearls [Internet].