E' possibile impazzire durante un attacco di panico

E’ possibile impazzire durante un attacco di panico?

La paura di impazzire, di perdere il controllo o di fare qualcosa di sconsiderato è uno dei sintomi cognitivi più invalidanti e spaventanti di un attacco di panico. Ma davvero è possibile impazzire durante un attacco di panico?

Perché durante un attacco di panico ci sembra di impazzire?

I pensieri catastrofici si susseguono alla velocità della luce. La paura ci attanaglia il cuore e non ci fa respirare. Lo sguardo si muove, incerto e smarrito, alla ricerca di un punto di riferimento. Le vertigini e lo sbandamento rendono tutto instabile di fronte a noi. La derealizzazione e la depersonalizzazione ci fanno vivere come se noi stessi e il mondo non fossero reali. E ci sembra di essere a un passo dal baratro della pazzia. Perché? Cosa succede durante un attacco di panico?

La paura di impazzire è nota nel linguaggio psicoterapico come frenofobia o psicotofobia.

La paura di impazzire è uno dei tanti sintomi di un attacco di panico. Può essere correlata ad altri sintomi del panico stesso.

  1. Depersonalizzazionederealizzazione. Entrambe le condizioni sono tra i sintomi più comuni durante gli attacchi di panico (ma possono comparire anche durante periodi di stress intenso). Causando importanti cambiamenti soggettivi nella percezione, possono creare una sensazione di disconnessione con il corpo e con il resto del mondo che può portare a una sensazione di impazzire.
  2. Iperventilazione. L’aumento della frequenza degli atti respiratori in condizione di riposo causa un aumento dell’ossigeno nel sangue e una riduzione dell’anidride carbonica. Questo causa alcalosi respiratoria, ossia un aumento del pH del sangue.
  3. Vertigini. La sensazione di instabilità,
  4. o vuota può essere confusa con la sensazione di stare per impazzire.
  5. Scosse” alla testa. La testa sembra vibrare, quasi il cervello sia improvvisamente attraversato da una forte scossa elettrica. No, non stiamo impazzendo. Si tratta di una normale risposta che il nostro corpo mette in atto quando ci troviamo in condizioni di forte ansia o stress.
  6. Paura. La paura, si sa, gioca brutti scherzi. A partire da una condizione di forte paura è facile convincerci che stiamo per impazzire o perdere il controllo.

Paura di impazzire o attacchi di panico: cosa causa cosa?

La paura di impazzire è un sintomo cognitivo degli attacchi di panico. Detta così sembrerebbe che il panico causi la paura di impazzire. Ed è vero. Ma è anche vero che la paura di impazzire può portare ad attacchi di panico, che possono anche accrescere ulteriormente la convinzione che si sta effettivamente impazzendo. Un circolo vizioso dal quale se ne esce con una buona psicoterapia specifica per l’ansia e il panico.

Pazzia o solitudine?

La sensazione di impazzire, di perdere il controllo o anche il semplice sentirsi irrequieti possono essere correlati al sentirsi soli o disconnessi dagli altri. L’interazione sociale con gli altri è fondamentale per il tuo benessere mentale. E la mancanza di rapporti sociali di qualità (ossia caratterizzati da intimità, amicizia, affetto e amore) può facilmente farci sprofondare in sentimenti di paura e ansia (l’esperienza del lockdown durante l’emergenza Covid ce l’ha fatto toccare con mano). Possiamo sentirci disconnessi, poi, se abbiamo perso una persona cara o anche quando ci sentiamo incompresi o non amati dagli altri. 

Cosa fare quando credo che sto per impazzire durante un attacco di panico?

Di solito, di fronte alla paura di impazzire durante un attacco di panico ci sentiamo sopraffatti, impauriti e indifesi. Ma occorre ricordare tre cose:

  1. Si tratta di una sensazione. Dobbiamo imparare a sfidare i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre sensazioni. Perché non tutti dicono il vero di noi e su quello che ci sta succedendo.
  2. La sensazione è temporanea. In genere la paura acuta passa già dopo 10-15 minuti. Quella che resta è una sorta di ansia anticipatoria che la paura di impazzire possa tornare.
  3. Ascoltami bene. L’idea che tu pensi che stai per impazzire indica di fatto che la tua mente è consapevole della realtà e che tu non sei pazzo. Hai mai sentito dire a un “pazzo” che è pazzo? Io ancora no 🙂
amico o psicologo

Ne parlo con un amico o con uno psicologo?

Davanti a una questione che ci assilla spesso parlare con qualcuno può aiutarci in diversi modi. Condividere il problema, sfogarsi, ricevere un consiglio (o a volte anche solo un abbraccio) aiuta a fare luce e ridare serenità. Ma in quali situazioni il consiglio di un amico non basta ed è meglio rivolgersi a uno psicologo? Qual è la differenza tra amico e psicologo?

Amico o Psicologo?

Se avessi la possibilità di parlare con uno psicoterapeuta o con un amico, forse la maggior parte di noi sceglierebbe di parlare con un amico. Come mai? Per diverse ragioni. Gli amici ci danno consigli che vogliamo sentire. Abbiamo l’impressione che i nostri amici si prendano cura di noi e vogliano il meglio per noi. E poi, parlare con un amico non costa nulla. Al massimo, quando avranno bisogno di te, gli restituirai il favore.

La psicoterapia, invece, ha lo scopo di aiutare le persone a comprendere e rimediare a un problema.

Le persone vanno in terapia per tutti i tipi di motivi. A volte per trattare un sintomo clinico, come ansia, panico, depressione, stress, ecc. Altre volte, invece per problemi relazionali, di coppia, sul lavoro, ecc.

Chi trova un amico trova un tesoro…

L’amicizia è un bene così prezioso e raro da essere equiparata a una persona che trova un tesoro! L’amicizia è un valore fondamentale capace di superare i confini spaziali, i legami di sangue, le stagioni della vita e di liberarci da tante paure. Ci capita sempre più spesso di sentire affermazioni tipo “ il cane è il miglior amico dell’uomo”. Personalmente questa frase mi fa venire i brividi. Il miglior amico dell’uomo è l’uomo. Troppo comodo un cane da comandare. Tutt’altra storia avere a che fare con esseri umani come noi. Giocarsela alla pari. Scendere dal piedistallo di voler comandare e farsi obbedire.

Qualcuno ha definito le amicizie la famiglia che ci scegliamo. Ed è davvero così. Infatti, se genitori, fratelli, sorelle, ecc. ci vengono dati senza che noi abbiamo possibilità di scelta. non è così per gli amici. Siamo noi a scegliere o a essere scelti e chiamati a un rapporto di amore, fiducia e rispetto reciproci.

Con un amico puoi condividere gioie e dolori, puoi confidarti, aprire il tuo cuore. Ma ci sono situazioni nelle quali il consiglio di un amico non ci basta. Perché?

… e chi trova uno psicologo?

Tante volte le persone arrivano in terapia portando una questione che li assilla e che sembra irrisolvibile. Le hanno provate tutte. Dall’autoanalisi della situazione, al confronto con un amico o con il partner. Ma nulla è servito a migliorare le cose. Diciamocelo: per alcune situazioni il consiglio di un amico non basta. Perché? Cos’ha lo psicologo che l’amico non ha?

Ci sono molte differenze tra il sostegno che può offrire un amico e la relazione terapeutica con lo psicologo. Vediamone assieme qualcuna.

  1. Lo psicoterapeuta (a differenza dell’amico) è un professionista della salute mentale autorizzato e formato per aiutare i propri pazienti a migliorare la propria vita, sviluppare le competenze necessarie per far fronte alle sfide e alle situazioni della vita. Lo psicoterapeuta, infatti, è stato specificamente formato (di solito un percorso di psicologia+psicoterapia dura almeno 10 anni!) nella scienza (e nell’arte) del comportamento umano, della conversazione, interpretazione, valutazione e trattamento sia di disturbi mentali che di questioni non cliniche (per esempio relazionali). Anche se spesso può sembrare una conversazione “casual”, il terapeuta sa porre domande durante la sessione per aiutarti a scoprire il significato e riflettere sulle esperienze di vita e su come queste hanno plasmato la tua situazione attuale. Può aiutarti a guardare come i tuoi pensieri, le tue emozioni e il tuo dialogo interiore contribuiscono a generare e mantenere la situazione problematica in atto. L’amico no.
  2. La terapia ha confini chiari. La psicoterapia si gioca in un setting clinico, sicuro, confidenziale, professionale, solidale ed empatico per esplorare gli aspetti di sé difficilmente valutabili in setting non clinici, come nelle amicizie o nelle altre relazioni personali. Infatti, incontrerai il tuo terapeuta a un’ora specifica e di solito nel suo ufficio online o in presenza. L’amico, invece, è reperibile (quasi) sempre.
  3. In terapia, il focus è su di te. In un’amicizia, sia tu che il tuo amico ascoltate i problemi l’uno dell’altro e vi supportate a vicenda. Nella relazione terapeutica, l’attenzione è esclusivamente su di te. Un terapeuta, a differenza di un amico, non parlerà mai dei propri problemi poiché il focus della relazione terapeutica è su di te.
  4. Lo psicoterapeuta è obiettivo. Poiché non ha una relazione personale con te (ma soltanto professionale), lo psicoterapeuta non è influenzato dai sentimenti personali. Ed è imparziale quando guarda alla tua situazione e ascolta la tua storia.
  5. La psicoterapia è un processo di dispiegamento della nostra saggezza intrinseca che spesso è intrappolata sotto strati di condizionamento o paura. I nostri amici spesso sono felici o tristi per noi ma in genere non si occupano di supportare la crescita e il cambiamento a lungo termine. Né, tantomeno, sono capaci di guarirci da sintomi o disturbi mentali. Non basta parlare con un amico per guarire dall’ansia, dal panico o dalla depressione. Sarebbe come dire, se ho l’appendicite o una gamba rotta ne parlo con un amico e guarirò.

Ricordo ancora come una mia paziente definì la psicoterapia online per curare i suoi attacchi di panico:

E’ stata una delle esperienze più preziose della mia vita. Nei miei momenti di prova personale, la psicoterapia online è stato un porto sicuro, un luogo in cui ricevevo feedback, intuizioni e prospettive uniche da qualcuno che non mi conosceva ma che sapeva leggere dentro di me”.

Potremmo riassumere la differenza tra parlare con un terapeuta e un amico con questa analogia: lo psicoterapeuta è come un allenatore che dalla panchina osserva la tua vita. I tuoi amici, invece sono i tuoi compagni di squadra, che giocano con te e proprio per questo non hanno una prospettiva più ampia su quello che succede in campo. Entrambi i ruoli sono importanti ma le funzioni di ciascuno sono diverse.

benzodiazepine per il panico: sì o no?

Benzodiazepine per il panico: sì o no?

Il trattamento del disturbo di panico comprende interventi psicologici e farmacologici. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono il trattamento di prima linea. Gli SSRI, infatti, danno meno effetti collaterali, minore dipendenza e astinenza rispetto alle benzodiazepine. Tuttavia, le benzodiazepine continuano a essere prescritte per il sollievo acuto degli attacchi di panico. Perché?


Le opzioni di trattamento raccomandate per il disturbo di panico a oggi sono:

1) la terapia psicologica (psicoterapia)

2) i farmaci

3) l’auto-aiuto

Tutte queste opzioni si sono dimostrate efficaci nel trattare il disturbo di panico. La scelta del trattamento sarà una conseguenza del processo di valutazione e del processo decisionale condiviso tra psicoterapeuta e paziente.

Quanto dura la psicoterapia per il panico?

Di solito sono previste 1 o 2 ore a settimana e la psicoterapia dovrebbe essere completata entro un massimo di 4 mesi dall’inizio.

Farmacoterapia. Benzodiazepine sì o no?

Le benzodiazepine sono associate a un esito meno buono a lungo termine e non dovrebbero essere prescritte per il trattamento di soggetti con disturbo di panico.

Anche gli antistaminici o gli antipsicotici sedativi non dovrebbero essere prescritti per il trattamento del disturbo di panico.

Gli antidepressivi dovrebbero essere l’unico intervento farmacologico utilizzato nella gestione a lungo termine del disturbo di panico. Le classi di antidepressivi che hanno una base di prove per l’efficacia sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), gli inibitori della ricaptazione della serotonina-noradrenalina (SNRI) e gli antidepressivi triciclici (TCA). A oggi solo escitalopram, sertralina, citalopram, paroxetina e venlafaxina sono autorizzati per il trattamento del disturbo di panico.

Nel decidere quale farmaco proporre al paziente occorre tener conto di diversi fattori, quali:

  • l’età della persona
  • una precedente risposta al trattamento
  • rischi
  • la probabilità di sovradosaggio accidentale
  • la probabilità di autolesionismo intenzionale, per sovradosaggio o altro (il rischio più alto è con i TCA)
  • tollerabilità
  • la possibilità di interazioni con farmaci concomitanti
  • le preferenze personali (per esempio, la persona preferisce la psicoterapia ai farmaci)
  • i costi, dove è dimostrata la stessa efficacia, si preferirà l’opzione più economica.

Un’ultima, importante. nota sull’uso delle benzodiazepine. Il rischio di dipendenza e i sintomi da sospensione di questa classe di farmaci sono una questione seria. E’ quindi bene evitarne l’uso come trattamento di prima linea, soprattutto nel lungo termine e preferire la psicoterapia o gli antidepressivi per la cura del panico.

Quando si prescrivono gli SSRI, occorre prestare attenzione a 4 condizioni

  1. Alla comorbilità, ossia alla presenza contemporanea di panico con depressione e/o abuso di sostanze.
  2. Al fatto che l”interruzione improvvisa degli antidepressivi può causare sintomi di interruzione/astinenza. Per ridurre al minimo il rischio di sintomi da interruzione/astinenza quando si interrompono gli antidepressivi, la dose deve essere ridotta gradualmente per un periodo di tempo prolungato.
  3. Quando si prescrivono gli SSRI, bisogna chiedere al paziente informazioni sull’uso di cocaina
  4. Bisogna infine evitare l’uso simultaneo di più farmaci serotoninergici.

Infine, vorrei ricordare che un attacco di panico non costituisce necessariamente un disturbo di panico. E che un trattamento appropriato di un attacco di panico può limitare lo sviluppo del disturbo di panico.

disturbo d'ansia sociale

Timidezza o disturbo d’ansia sociale?

E’ molto facile per i non addetti ai lavori scambiare il disturbo d’ansia sociale per semplice timidezza o introversione. In questo articolo approfondiamo questo tema rispondendo ad alcune domande fondamentali attraverso la descrizione di un caso clinico.

Il caso (NB: Nomi, dettagli e particolari sono stati modificati per garantire la privacy del paziente.)

Luca, 32 anni, italiano di nascita ma residente nel Regno Unito, mi contatta per fissare un incontro online. Mi racconta che già dai tempi dell’università, ogni volta che doveva parlare davanti a terzi iniziava a entrare in un forte stato di ansia già settimane prima dell’evento, soffriva di insonnia e manifestava disturbi gastrointestinali. Nel giorno fatidico dell’esame, poi comparivano tremori, rossori in viso, forte sudorazione, tachicardia e vertigini. Nonostante la pletora di sintomi Luca è riuscito comunque a laurearsi e ha accettato un lavoro all’estero come assistente di ricerca. Sperava, con la fine dell’università di dare un calcio a quelle brutte sensazioni. Ma, purtroppo, queste non sono scomparse. Sono addirittura peggiorate. A causa del suo lavoro, Luca si trova quasi quotidianamente in situazioni in cui deve parlare davanti al suo team e questo lo mette in un forte stato di agitazione.

Semplice timidezza o disturbo d’ansia sociale?

Il disturbo d’ansia sociale è caratterizzato da un’intensa paura di situazioni sociali in cui la persona può essere sottoposta al giudizio o allo sguardo altrui. La persona teme di essere valutata negativamente, di essere giudicata ansiosa, debole, stupida, noioso o sgradevole.
Il disturbo d’ansia sociale è uno dei disturbi mentali più diffusi, con una prevalenza una tantum del 13% e una prevalenza a 12 mesi dell’8% tra gli adulti. Il disturbo ha un
esordio precoce (età media, 13 anni) ed è spesso cronico se non trattato. Le condizioni coesistenti comuni includono altri disturbi d’ansia, disturbo depressivo maggiore, disturbo da uso di sostanze e disturbo evitante di personalità. Il disturbo d’ansia sociale è associato a un aumentato rischio di disturbi depressivi, disturbi da uso di sostanze e malattie cardiovascolari. La condizione può anche avere effetti negativi sul decorso di altri disturbi mentali. Ad esempio, è associato a una maggiore probabilità di persistenza dell’abuso di sostanze e a un decorso più maligno della depressione, che include tendenze suicidarie, funzionamento alterato nei ruoli sociali (ad es. produttività sul lavoro e funzionamento alterato nelle relazioni sociali e romantiche) e una ridotta tendenza a cercare aiuto.

Purtroppo, solo un paziente su tre ricerca e riceve aiuto professionale per questo tipo di disturbo. Questo succede anche perché spesso il disturbo d’ansia sociale viene scambiato con la timidezza. La timidezza di per sé non è patologica. Solo una minoranza di persone che si identificano come timide soddisfano i criteri per il disturbo d’ansia sociale. Pertanto, è solo quando ci sono effetti avversi significativi in aree importanti del funzionamento (ad esempio, sociale o lavorativo) che dovrebbe essere presa in considerazione una diagnosi di disturbo d’ansia sociale.

Quali sono i sintomi del disturbo d’ansia sociale?

I sintomi del disturbo d’ansia sociale includono:

  • Paura o ansia marcate legate a una o più situazioni sociali in cui è previsto il controllo da parte di altri. Gli esempi includono impegnarsi in interazioni sociali (ad es. conversare o incontrare persone sconosciute), essere osservati (ad es. quando si mangia o beve) e esibirsi di fronte ad altri (ad es. tenendo un discorso).
  • Paura di agire in un modo che sarà valutato negativamente dagli altri (ad esempio, sarà umiliante o imbarazzante o sarò rifiutato dagli altri se arrossisco o mi sento in ansia).
  • La paura o l’ansia sono quasi sempre provocate da situazioni sociali.
  • Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia.
  • La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia rappresentata dalla situazione sociale e dal contesto socioculturale. Sono persistenti, in genere durano per 6 mesi o più. Causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.
  • Se la paura o l’ansia sono limitate al parlare o all’esibizione in pubblico, il disturbo d’ansia sociale dovrebbe essere specificato solo come ansia da prestazione (proprio come nel caso di Luca).

Perché alcune persone soffrono di disturbo d’ansia sociale?

Un modello teorico plausibile presuppone che i fattori genetici influenzino la vulnerabilità al disturbo d’ansia sociale, ma sono necessari fattori ambientali per il suo sviluppo. Questi fattori possono includere il condizionamento, l’apprendimento per osservazione e imitazione (ad esempio, l’apprendimento osservando un genitore) e lo stile genitoriale. Per quanto riguarda quest’ultimo, è stato riscontrato che se il genitore (soprattutto il papà) incoraggia nel gioco a sperimentare comportamenti rischiosi (in sicurezza, ovvio!) il rischio di soffrire di disturbo d’ansia sociale diminuisce. Inoltre, è stato riscontrato che il disturbo d’ansia sociale dei genitori è predittivo della paura e dell’evitamento nei bambini piccoli e dell’ipereccitazione autonomica nei bambini (un marker di vulnerabilità genetica ai disturbi d’ansia). Un altro fattore di rischio è l’inibizione comportamentale (vale a dire, eccessiva cautela quando si è esposti a nuove situazioni).

Come ho trattato questo caso di disturbo d’ansia sociale

Il disturbo d’ansia sociale può essere trattato con la psicoterapia, la farmacoterapia o entrambe. La scelta del trattamento dipende dalle preferenze del paziente e dal giudizio clinico. Per i pazienti che sono stati precedentemente trattati per il disturbo d’ansia sociale, un precedente una risposta positiva o negativa a un determinato approccio è utile per guidare le decisioni terapeutiche. Tra i pazienti per i quali la psicoterapia è troppo spaventosa (per essere stati esposti a una situazione temuta), la farmacoterapia può essere preferita inizialmente, almeno fino a quando l’ansia è stata ridotta e la psicoterapia diventa un’opzione più accettabile.

Sono disponibili diversi metodi di psicoterapia per il trattamento del disturbo d’ansia sociale. Per gli adulti che non possono o non vogliono recarsi nello studio dello psicoterapeuta, la psicoterapia online è una validissima alternativa. È stato infatti riportato che l’efficacia della psicoterapia online è simile alla psicoterapia faccia a faccia.

Nel caso di Luca, ho optato per una combinazione tra psicoterapia e farmacoterapia. La scelta è stata guidata dalle caratteristiche di malattia e dalle evidenze scientifiche in tema di trattamento. Nello specifico, il disturbo d’ansia sociale rappresenta un continuum di una serie di situazioni sociali temute. Tuttavia, esiste un sottotipo distinto di ansia sociale che si applica ai pazienti che hanno paure legate alle prestazioni che sono spesso legate alla loro vita professionale (ad es. fare un discorso o una presentazione in pubblico. In questi casi si parla di ansia da prestazione (è questo il caso di Luca). Le caratteristiche delle persone con questo sottotipo del disturbo sembrano essere qualitativamente diverse da quelle di altre persone con disturbo d’ansia sociale sotto diversi aspetti, inclusa una minore ereditarietà del disturbo, un esordio più tardivo, meno compromissione sociale, risposte psicofisiologiche più forti alle situazioni di performance e una risposta positiva al trattamento con farmaci beta-bloccanti. Con Luca e con lo psichiatra con il quale collaboro abbiamo deciso di ricorrere, per un breve periodo di tempo, all’utilizzo di un farmaco beta-bloccante per smorzare le risposte psicofisiologiche come rossore, sudorazione, tremori, ecc. Contemporaneamente, in psicoterapia abbiamo lavorato sul decentrarsi dalle sensazioni del proprio corpo per concentrarsi sul contenuto da esporre in pubblico.

Le evidenze scientifiche più recenti indicano che la farmacoterapia offre effetti più immediati mentre gli effetti della psicoterapia sono sì più lenti ma anche più duraturi.

Ho anche chiesto a Luca di videoregistrare il pubblico davanti al quale doveva presentare. Il suo timore infatti era che l’audience ridesse di lui o lo guardasse male. Rivedere i filmati ha nettamente smentito questa preoccupazione in Luca. Ma il punto centrale della terapia non è stato questo. Se fosse stato questo, Luca avrebbe continuato a vivere nella preoccupazione che, prima o poi, qualcuno avrebbe comunque potuto ridere di lui. E che non è ammissibile che qualcuno possa pensare male di lui. La vera svolta si è avuta quando a Luca è stato chiaro che il giudizio degli altri non definiva chi lui fosse. Un conto è la performance e un conto è la persona. Luca, poi, viveva con forte ambivalenza da un lato il desiderio di essere al centro dell’attenzione e, dall’altro, la paura di fare…bella figura, di essere una persona di successo. Luca temeva l’invidia delle altre persone più che il loro giudizio negativo!

La psicoterapia si è conclusa felicemente in soli 6 mesi, con incontri a cadenza di 20 giorni. Luca finalmente può ritornare alla sua vita con una libertà ritrovata e il sorriso sulle labbra.

paura di amare

La paura di amare (e di essere amati)

Esistono diverse “patologie dell’amore” che non consentono ad alcune persone né di dare né di ricevere amore. A volte è colpa dell’ansia, a volte di un trauma. Oppure la paura di amare e di essere amati ha a che fare con specifiche caratteristiche personologiche che impediscono alle persone di entrare in una relazione autentica con gli altri.

Cosa significa amare?

Tante persone confondono l’amore con l’innamoramento. L’innamoramento è una fase dell’amore nella quale tendiamo a idealizzare la persona amata. Sono le famose farfalle nello stomaco. La parte dolce della storia. Il momento in cui gli ormoni impazziti ci rendono capaci di ogni gesta per la persona amata. Ma cosa succede quando l’innamoramento si trasforma, si smorza e ritorniamo con i piedi per terra? Per alcuni quello è il momento di “abbandonare la nave” e terminare la relazione. “Non sentivo più nulla”, “Avevo bisogno di nuovi stimoli”, “Tutto era routine”, “Eravamo diventati amici più che partner”.

L’amore vero però entra in gioco proprio ora. E’ questo il momento in cui finalmente riesco a vedere l’altro con tutti i suoi limiti. E decido di amarlo ugualmente. Non amo le mie emozioni, le mie farfalle. Non sono dipendente dalla dopamina che l’innamoramento mi garantiva. Ma scelgo di impegnarmi in una relazione matura, profonda e duratura. Facciamo un esempio. Chi ha un cane sa bene cosa succede quando il cucciolo entra in casa. Tutto è novità, dolcezza, coccole. Uscire a passeggio è una vera gioia. Non si riescono a staccare gli occhi dal cucciolo. Lo subissiamo di coccole e attenzioni. Ma cosa succede quando in una giornata di pioggia in cui siamo magari anche raffreddati, dobbiamo portare il nostro cane a spasso? Un buon padrone, si imbacucca di tutto punto e, sfidando il raffreddore e le intemperie, porta comunque a spasso il suo cane. Perché lo fa? Non di certo perché gli va. Ma perché comprende che nella gratuità di gesto ne va dell’esistenza di un’altra creatura.

La stessa cosa succede quando, di notte, un neonato si sveglia piangendo. Se il genitore facesse dipendere l’alzarsi o meno dal letto per accudire il piccolo da quello che sente o meno staremmo freschi. L’amore è alzarsi comunque. Al netto di quello che sentiamo o non sentiamo. Si parla in questi casi di amore incondizionato. Ossia, ti amo a prescindere da quello che sento e da come mi sento. Lo faccio e basta.

Un ultimo esempio. Vi è mai capitato di vedere una coppia di anziani in cui uno dei due è sulla carrozzina che viene spinta dall’altro? E avete mai fatto caso alle espressioni del viso di chi spinge la carrozzina? Sicuramente avrete notato che c’è poco di romantico o di erotico in quella scena. Eppure vi trovate davanti a una forma tra le più pure di amore. Il servizio per l’altro. L’amore vero implica un distacco da sé. Dimenticarsi di sé per correre incontro all’altro. E, badate bene, non sempre l’amore è reciprocità. Quello è commercio. Do ut des. L’amore puro è quello di chi non si aspetta nulla in cambio. Come il genitore col neonato. O come nell’esempio della coppia di anziani. Amore è perdere. Sapersi decentrare, per l’altro.

Le patologie dell’amore

La paura di amare e di essere amati si declina in diverse sfumature. Di certo, una tra le più famose è l’amore narcisistico. Se ne fa un così gran parlare oggi che toccare l’argomento è ridondante.

Ma ne esistono delle altre, meno note ma altrettanto tossiche, che vorrei esplorare.

La prima è il breadcrumbing. Il breadcrumbing è un modo di relazionarsi all’altro sempre ambiguo, mai chiaro, caratterizzato da segnali incerti, indecisi, persino contrastanti. Vi faccio un esempio. E’ la classica persona che inizia a flirtare con voi ma che resta sempre un passo indietro rispetto all’evoluzione della relazione. Vi da un bacio, ma poi scompare. Ricompare con un messaggio ma si ritira presto indietro. In poche parole, da attenzioni a intermittenza. Non taglia mai i ponti. Ma non porta mai la relazione a un livello successivo, adeguato agli sviluppi della stessa. Il breadcrumber fa un passo avanti e due indietro. Poi quattro avanti e tre indietro. E lascia l’altra persona spesso confusa o addirittura paralizzata. Ovviamente qui non stiamo parlando di una sana cautela che dovrebbe caratterizzare ogni inizio di relazione. Quanto, piuttosto di una modalità di dare attenzioni a intermittenza. I motivi? Ce ne sono diversi. Ma il più comune è il seguente. Voi non interessate alla persona. Ma ella comunque vi tiene all’amo -in un gioco sadico- per puro autocompiacimento (in fondo a chi non fa piacere ricevere le attenzioni e i complimenti dell’altro?). E’ il gatto che giochicchia col topo ma non lo uccide. Una vera e propria agonia per chi fa il topo.

La seconda patologia dell’amore è l’orbiting. Proprio come i pianeti descrivono un’ellisse attorno alla stella attorno alla quale ruotano, così chi fa orbiting alterna periodi di estrema vicinanza affettiva a periodi di allontanamento, per poi ritornare. Proprio in quest’ultima accezione, l’orbiting si differenzia dal ghosting. Nel ghosting, infatti, anch’essa una patologia dell’amore, la persona, dopo un periodo di corteggiamento o addirittura di relazione, sparisce nel nulla, senza offrire giustificazioni o spiegazioni.

Cos’hanno in comune queste persone? Tendono a soddisfare il proprio ego senza curarsi dei vostri sentimenti.

Il rimedio?

Starne alla larga. Punto. Non cercate di “curare” l’altro. Non illudetevi che possa cambiare. Voi fate la vostra partita. Lanciatevi pure in un inizio di conoscenza. Ma siate pronti, anzi prontissimi, a cogliere i segnali già dalle prime battute. Anche perché più passa il tempo più è facile abituarsi all’amore malato dell’altro. Voi meritate altro. Meritate un amore puro, sincero. Non sporcatevi le mani con relazioni tiepide e sciape. Su la testa. Avete una dignità da difendere. Né dovete fingere di essere chi non siete per meritare le attenzioni o i sentimenti altrui. Chi ci tiene a voi, vi vorrà bene per come siete. Per chi siete. E ricordate: le attenzioni non si elemosinano. Figuriamoci i sentimenti.

cos'é la felicità

Come vivere felici?

Cos’è la felicità per la psicologia? Come vivere felici? Come non perdere la felicità nonostante i problemi e le avversità quotidiane? Ne parliamo in questo articolo. Buona lettura!

Quali sono gli indicatori di benessere?

La psicologia positiva è una branca della psicologia che si occupa di investigare le variabili associate al benessere personale. Esistono alcuni indicatori oggettivi di benessere. Vediamoli assieme:

  1. La salute. Sia fisica che psicologica. “Quando si ha la salute si ha tutto”, recita l’adagio. Non c’è dubbio che godere di una buona salute ci apre a possibilità che la malattia, sia fisica che psicologica, ostacola o addirittura preclude. Ecco perché è importante prenderci cura di noi stessi.
  2. Le condizioni lavorative. Il lavoro ideale? Un lavoro soddisfacente, sfidante ma non eccessivamente stressante, non troppo lontano da casa. Che ci dia un senso di padroneggiamento della situazione. E caratterizzato da relazioni positive con clienti, superiori, inferiori e colleghi. L’aspetto economico? Importante ma sopravvalutato.
  3. Le condizioni abitative. Vivere in un’abitazione dignitosa, in un quartiere tranquillo o vivere in una catapecchia nel Bronx? Sono due situazioni estreme che ci aiutano a capire come il sentirsi comodi e al sicuro in una bella casetta possa influire sul nostro benessere psicologico.
  4. Le relazioni. Avere relazioni mature e soddisfacenti è un indicatore di benessere.
  5. La percezione personale di benessere. C’è chi si accontenta di meno ed è felice e chi invece ha molto ma resta sempre insoddisfatto. E’ importante riconoscere ed essere grati per ciò che di bello si ha nella vita.

Di cosa è fatta una persona felice?

Addentriamoci ancora un po’ alla scoperta della felicità e del benessere. La persona felice si contraddistingue per alcune caratteristiche particolari:

  1. E’ ottimista. Ossia nutre aspettative positive sul futuro. No, non stiamo parlando di una persona naive, staccata da terra e che vive sulle nuvole. Ma di chi sa ancora credere al bene. L’ottimista è una persona flessibile, che sa fare i conti con la realtà.
  2. Spera. La persona che spera il meglio ha sempre qualcosa di cui rallegrarsi. Un conto è, per esempio, prepararsi a un esame o a un colloquio da disperati (“tanto non ce la farò”) e un conto è sperare che tutto andrà bene.
  3. Ha una buona autostima. Per buona intendo qui né troppo alta né troppo bassa. La persona felice riconosce i propri pregi e i propri difetti, le proprie potenzialità e i propri limiti. E accetta entrambi.
  4. E’ resiliente. Ossia, quando la tempesta arriva e butta giù tutto, ricomincia a ricostruire, con pazienza. E’ facile qui vedere come la persona felice non sia immune dalle piccole e grandi difficoltà che la vita può porci davanti. Ma il resiliente, invece di disperarsi e mollare la presa, si rimette in piedi e va avanti.

Quando possiamo dire di stare bene?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il benessere come quella condizione in cui la persona è in grado di:

  1. Usare le proprie capacità cognitive ed emozionali.
  2. Esercitare la propria funzione all’interno della società.
  3. Rispondere alle esigenze quotidiane della vita.
  4. Stabilire relazioni soddisfacenti e mature.
  5. Partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente e adattarsi ai conflitti sia esterni che interni.

La felicità non coincide con la ricerca del piacere

Andiamo un po’ nello specifico. Ci sono due visioni di felicità. Quella edonistica e quella eudaimonica.

La visione edonistica fa coincidere la felicità con il raggiungimento del piacere.

Secondo la visione eudaimonica, invece, la vera felicità si ha nella conoscenza di sé, nell’espressione delle proprie capacità, talenti e potenzialità. Nel perseguimento dei propri scopi di vita. Eudaimonia è la vita buona, il vivere fiorente. Una vita impegnata e significativa. Non quindi dimensione solipsistica ma apertura e servizio all’altro. La felicità non è guardarsi l’ombelico, essere ripiegati su sé stessi. E’ qualcosa di più grande e bello della ricerca autogratificante e del piacere. Faccio un esempio. L’orgasmo nel sesso può essere raggiunto attraverso l’autoerotismo o nel rapporto sessuale. A livello di “chimica” il risultato sarà identico. Ma un conto è la masturbazione, un conto è far sesso con una persona soltanto per raggiungere il piacere (magari neppure amiamo questa persona) e un conto è fare l’amore con qualcuno che amiamo profondamente! Capite la differenza tra edonismo e eudaimonia?

I 6 indicatori di benessere psicologico

  1. Autonomia. La capacità di autodeterminazione. Il suo contrario è essere ossessionati dal giudizio altrui.
  2. Padronanza. Del contesto e dell’ambiente in cui si vive. Il suo contrario è sentirsi impotenti, per cui non si esplorano nuove opportunità.
  3. Crescita personale. Ossia sviluppare ed esprimere il proprio potenziale. All’estremo opposto troviamo noia, apatia e abulia.
  4. Relazioni. Le relazioni intime producono calore, empatia e reciprocità. Chi è infelice è invece sfiduciato, guardingo, poco aperto o addirittura ostile.
  5. Scopi. Le persone che stanno bene percepiscono che la loro vita ha un senso, una direzione, una continuità. Chi invece bene non sta esperisce una rottura tra passato, presente e futuro e decide di vivere in uno solo di questi tempi. Per esempio, il depresso vive nel passato. L’ansioso nel futuro. Chi soffre di mania o di disturbo borderline in un presente che sa di limbo eterno perché sganciato da passato e futuro.
  6. Accettazione di sé. Chi sta bene riconosce i propri pregi e difetti ed è in pace con entrambi. Non si inorgoglisce per i primi, né si butta giù per i secondi. All’opposto troviamo l’autocommiserazione del depresso: “Io non valgo nulla” o l’esaltazione, altrettanto patologica, del narcisista: “Io sono il migliore”.

La felicità è…un cartello stradale.

La felicità è un sentimento. Spesso confondiamo i sentimenti con la meta del nostro viaggio. Ma in realtà i sentimenti sono cartelli stradali. Ci indicano la via, un divieto, prudenza (come l’ansia), altri ci consigliano di rallentare (come la tristezza). Ma attenzione: noi non coincidiamo esclusivamente con quello che sentiamo. Né è quando analizziamo i nostri sentimenti che comprendiamo la nostra vita.

Posso essere felice per un nuovo amore, un nuovo lavoro, la nascita di un figlio, ecc. Poi, un giorno, mi sveglio e quella felicità non c’è più. E allora cosa faccio? Metto in discussione tutto perché “non sento più nulla”. Quanto è pericoloso vivere sotto la dittatura delle emozioni! Il problema è che abbiamo confuso quel progetto (l’amore, il lavoro, il figlio) con la meta. In realtà i progetti sono solo compagni di viaggio e non la destinazione finale. Semmai sono strumenti per raggiungere la nostra destinazione.

Quo vadis?

Dove vai? Qual è la meta del tuo viaggio? A cosa sei chiamato? Qual è la tua destinazione? Sono queste le domande giuste da farsi. E non chiedersi se si è felici (quello, in fondo lo sai già). Qual è il tuo destino? Ovviamente noi non sappiamo come andranno a finire le cose. Qui in ballo c’è la nostra libertà. Di decidere. Di sbagliare. Di ricominciare. Non possiamo non decidere. Ma spesso la scelta provoca angoscia perché scegliere significa definirci, mettere un limite ai nostri deliri di onnipotenza. E allora chiediti: qual è il tuo dono, il tuo talento, il tuo carisma? Come, e per chi, lo stai usando?

Felicità è….

Felicità è sapersi decentrare. Saper godere (anche) della felicità altrui. L’invidia invece è tristezza per il bene altrui. La felicità non è essere sazi. Né illusione di autosufficienza. Quando ci concentriamo troppo su noi stessi anche le relazioni iniziano a diventare problematiche perché l’altro mi appare come una minaccia, un ostacolo al raggiungimento della mia felicità o al mantenimento della stessa. E vediamo nemici dappertutto. Felicità è saper accettare che alcune cose stanno così (e non come vorremmo che stessero). E’ saper fare qualcosa di buono con quello che si ha. Da qui si vede la bravura di uno chef, da cosa riesce a fare di buono con quei quattro ingredienti che si ritrova in frigo.

come gestire lo stress

Come gestire lo stress?

Come gestire lo stress? La domanda del secolo. Di stress ne soffrono in tanti. Troppi. In questo articolo vediamo insieme i diversi tipi di stress e cosa fare per imparare a gestire lo stress.

Cos’è lo stress?

Lo stress è una reazione fisica e psicologica a una condizione sfidante o a una minaccia. Analizziamo meglio questa definizione.

Reazione. Significa che stiamo rispondendo a qualcosa che è già successo.

Fisica e psicologica. A reagire sono sia il nostro corpo che la nostra mente.

Condizione sfidante o minaccia. Si può trattare sia di qualcosa di reale e contingente che di qualcosa di irreale o non ancora presente.

Il livello di stress dipende da due fattori:

  1. da quanto percepiamo minacciosa o sfidante la situazione.
  2. da quanto ci percepiamo capaci di affrontare la situazione.

3 tipi di stress

Esistono 3 tipi di stress:

  1. Stress acuto
  2. Stress episodico
  3. Stress cronico

Facciamo 3 esempi.

Stress acuto. Immagina di stare guidando l’auto. A un certo punto, qualcosa all’improvviso ti taglia la strada. In un batter d’occhio, spingi sul pedale del freno e riesci a evitare di colpire il gatto che aveva deciso di attraversare la strada proprio in quell’istante. Tiri il fiato. Lo hai mancato per un pelo. Riprendi la marcia e lo stress sparisce.

Stress episodico. Guardi il calendario, alle 10 hai l’appuntamento con il dentista. E tu dal dentista non ci vai volentieri. Il tuo corpo e la tua mente si preparano a fronteggiare la situazione. Avverti quell’attivazione che per alcuni si colora di ansia. Terminata la visita, lo stress svanisce, proprio come era arrivato.

Stress cronico. Anche qui, qualche esempio può aiutarci. Un conflitto che dura da molto tempo con il tuo partner o al lavoro, o con i tuoi figli. O con i genitori. In questi casi la reazione alla situazione non si esaurisce nel breve termine ma tende a perdurare finché il problema non si è risolto. Ma fino ad allora, resti in una condizione di attivazione psicofisica che ti toglie il sonno. E la pace.

Quali sono i sintomi dello stress?

Partiamo dai sintomi fisici.

  • La pupilla si dilata (per vedere meglio e percepire così la minaccia)
  • Il battito cardiaco aumenta (per prepararti a fronteggiare la situazione)
  • La temperatura corporea si alza (da qui la sudorazione)
  • Il respiro diventa affannoso (maggiori livelli di ossigeno ti preparano a rispondere alla minaccia ma se entri in uno stato di iperventilazione puoi provare forte ansia o puoi faticare a concentrarti, avere vertigini, sentirti intontito)
  • Ipertensione
  • Tensione muscolare (l’ipertrofia muscolare ti protegge dal dolore e ti prepara a correre o combattere. Se dura per troppo tempo però può trasformarsi in dolori muscolari -cervicale, ecc. – o spasmi e crampi)

Sintomi psicologici

  • up&down emotivi
  • agitazione
  • fatica a concentrarsi e a memorizzare
  • rabbia incontrollata
  • senso di sopraffazione
  • disperazione

Quali sono le conseguenze dello stress?

Lo stress, specialmente quello cronico, può portare a soffrire di:

  • ansia
  • panico
  • depressione
  • cardiomiopatie
  • ipertensione cronica
  • ulcere
  • colon irritabile
  • disfunzioni sessuali
  • disturbi alimentari

Come gestire lo stress?

Imparare a gestire lo stress è fondamentale. Ecco alcuni consigli.

  • Fare esercizio fisico (bastano 30 minuti, 5 volte a settimana)
  • Praticare la mindfulness
  • Stare in contatto con la natura
  • Mangiare sano
  • Non isolarsi. Trascorrere del tempo con persone che ci vogliono bene è un toccasana per abbattere i livelli di stress.
  • Accettare che non possiamo avere il controllo su tutto.
  • Non essere troppo severi con sé stessi. Niente perfezionismo!
  • Aiutarsi con integratori. Per esempio, il magnesio.

E se tutto questo non basta?

Iniziare un percorso di psicoterapia può aiutare a riconoscere le nostre modalità disfunzionali di risposta allo stress e sostituirle con risposte adeguate. La psicoterapia è un percorso che vale la pena fare perché offre importanti strumenti per gestire lo stress che possiamo portare con noi nella vita di tutti i giorni. La psicoterapia consente di conoscere meglio noi stessi. Capire cosa ci manda in crisi, e perché. E migliorare la nostra qualità di vita.

Come capire se mio figlio soffre di ansia?

Come capire se mio figlio soffre di ansia? Cosa provoca l’ansia nei bambini? E cosa può fare un genitore di un bambino che soffre di ansia? Esiste una psicoterapia per l’ansia dei bambini? A queste domande proverò a rispondere in questo articolo. Buona lettura!

Come capire se mio figlio soffre di ansia?

Partiamo da qui. Come gli adulti, anche i bambini possono sentirsi in ansia. O soffrire di un disturbo di ansia. Mentre molte forme di ansia sono aspetti normali della crescita che tendono a regredire spontaneamente, altre invece meritano un’attenzione clinica. Per esempio, provare ansia in un contesto nuovo come l’asilo o la prima elementare è del tutto normale. Quest’ansia tende infatti a scomparire in breve tempo.

Ma ci sono invece alcuni campanelli di allarme per capire se un bambino soffre di ansia. Partiamo dai “fearful spells“. In italiano questo concetto può essere tradotto come “stati di ansia o paura”. Si tratta di momenti apparentemente improvvisi di ansia, paura o addirittura panico di cui un bambino può fare esperienza nel corso della sua crescita.

Ma come distinguere l’ansia emozione da un disturbo di ansia? L’ansia nei bambini può diventare un problema quando esperiscono:

  • difficoltà col sonno (fatica ad addormentarsi o risvegli notturni)
  • difficoltà col cibo (restrizione o eccesso di cibo)
  • Incubi ricorrenti
  • Irritabilità
  • Facilità al pianto
  • Attaccamento eccessivo ai genitori
  • Mancanza di fiducia in adulti che non siano i genitori (insegnanti, istruttori, catechisti, educatori, ecc.)
  • Difficoltà di concentrazione
  • Evitamento di attività scolastiche ed extrascolastiche

In questi casi vale la pena drizzare le antenne, soprattutto se questi problemi persistono e causano un evidente disagio o sofferenza nel bambino.

Come si manifesta l’ansia nel bambino?

Esistono diversi tipi di disturbi di ansia. Nei bambini le 3 forme di ansia più comuni sono:

  • Il mutismo selettivo è un’incapacità costante dei bambini di parlare in determinate situazioni, come a scuola, mentre riescono a parlare normalmente in altre situazioni, come a casa con i familiari stretti.
  • Il disturbo d’ansia da separazione è caratterizzato da ansia eccessiva correlata alla separazione dai genitori o da altre figure che hanno ruoli genitoriali.
  • Le fobie specifiche sono caratterizzate da una forte ansia e paura quando il bambino è esposto a un oggetto o una situazione specifici e dal desiderio di evitarlo. Le fobie provocano attacchi di panico in alcune bambini. Le fobie specifiche più comuni nei bambini sono quelle per alcuni animali (squali, cani, ecc.), situazioni (altezze, temporali, acqua, buio, ecc.) o per fantasmi, mostri, streghe, ecc.

Cosa può fare un genitore per aiutare suo figlio?

Può fare molto. Ricordate che l’ansia può essere appresa. I vostri figli vi osservano. Se andate in panico a ogni piccola evenienza il bambino imparerà che è quello il modo per far fronte agli imprevisti. Soprattutto quando siete in presenza dei vostri figli, quindi, evitate ogni atteggiamento ansioso eccessivo. Essere calmi e in controllo della situazione è il modo migliore per insegnare ai vostri figli che non c’è motivo di sentirsi in ansia quando accade un imprevisto. Difficile, direte voi. Certo, lo è. Ma vale la pena sforzarsi.

Nel caso invece sospettiate che vostro figli soffra di un disturbo d’ansia potete rivolgervi a uno psicoterapeuta per una prima valutazione. Io, di solito, per esempio, lavoro non solo con il bambino ma anche con i genitori. Lavorare insieme permette di esplorare le dinamiche familiari ed extrafamiliari e i contesti entro i quali si manifesta l’ansia. Ecco alcuni tip per un genitore di un figlio che soffre di ansia:

  • aiutate vostro figlio a dare un nome a ciò che prova. Che si tratti di ansia, paura, stress, rabbia, tristezza, è importante che il bambino prenda dimestichezza con il suo mondo emotivo.
  • Educazione sentimentale! Insegnate ai vostri figli cosa sono i sentimenti. Potete lasciarvi aiutare da libri o film che aiutino il bambino a comprendere i sentimenti.
  • Non siate troppo protettivi. La vostra eccessiva premura può facilmente tramutarsi in ansia nel bambino. Ma non siate neppure trascuranti. Un bambino lasciato a sè stesso può diventare un bambino spaventato e ansioso.
  • Niente inversione di ruoli. Voi siete i genitori, loro i figli. Punto. Non scaricate sui figli responsabilità sproporzionate al loro ruolo e alla loro età.
  • Create routine. La routine rassicura, placa l’ansia. Le routine rendono il mondo più prevedibile. Le routine possono riguardare il momento della sveglia, dei pasti, della scuola, della nanna.
  • Aiutate vostro figlio a uscire dalla comfort zone. Per gradi. Con gentilezza. Aiutatelo a crescere.

differenza ansia panico

Qual è la differenza tra attacco di ansia e attacco di panico?

C’è una grande differenza tra attacco di ansia e attacco di panico. Ma le due condizioni vengono spesso confuse. In questo articolo ti spiego come riconoscere un attacco di panico da un attacco di ansia. Cominciamo!

L’attacco di ansia

Quello che, comunemente, viene chiamato attacco di ansia ha il nome in psicologia di ansia di stato. Per ansia di stato intendiamo una condizione di ansia di tipo situazionale. L’ansia è cioè ascrivibile a una determinata situazione, a un episodio, con un inizio, un’intensità di livello superiore a quello che prova un soggetto nella vita quotidiana, e che si attenua in tempi sufficientemente brevi.

Qualche esempio? Pensata all’ansia da esame. O da primo incontro con la persona che vi piace. O l’ansia che possiamo provare poco prima di una riunione di lavoro importante. O di un colloquio di lavoro. Ma anche all’ansia di non trovare più il cellulare, le chiavi della macchina o il portafogli. In tutti questi casi, l’ansia ha una cornice, e un fattore scatenante, ben definiti. E, conclusosi l’evento attivante, l’ansia scompare.

In tutti questi casi, l’ansia è informazione. Segnala una minaccia al nostro benessere e ci rende pronti a far fronte all’evenienza.

Ci dice quando dobbiamo congelarci, fuggire o combattere e mobilita il nostro corpo per rispondere rapidamente, senza pensare.

Senza ansia, non saremmo in grado di evitare vere minacce al nostro benessere e alla nostra incolumità.

Ma possiamo provare ansia anche solo per situazioni immaginarie, che possono o meno essere significative o reali.

L’ANSIA PUO’ ESSERE NOSTRA AMICA E ALLEATA

In un certo senso, le nostre menti si sono evolute per essere estremamente attente al rilevamento delle minacce. È più probabile che valutiamo le cose come minacce che non. In questo modo non ci perdiamo nulla di ciò potrebbe danneggiarci.

Ma la brutta notizia è che la nostra mente non ha un pulsante “off” per l’ansia. E questo significa che a volte l’ansia diventa un problema.

Tutti gli esseri umani provano ansia quando sperimentano eventi stressanti. Parlare in pubblico, eventi sociali, problemi relazionali, stress sul lavoro e preoccupazioni finanziarie sono fattori scatenanti comuni che fanno sentire le persone in uno stato di ansia.

Tutto nella norma, almeno fino a qui. Succede, invece, a volte, che gli eventi della vita possono scatenare disturbi d’ansia o disturbi di panico.

L’attacco di panico

Le persone spesso dicono di avere o di avere avuto un “attacco di panico” senza sapere davvero cosa sia un attacco di panico. Vediamo allora cos’è un attacco di panico.

Un attacco di panico è un episodio improvviso di intensa paura, che spesso innesca reazioni fisiche e psicologiche anche quando non c’è una vera minaccia. A guardare bene però la minaccia c’è. Ed è reale. E sai qual è? La minaccia di un corpo impazzito, sul quale improvvisamente non ho più controllo. Il cuore batte forte, ho le vertigini, la testa leggera. Fatico a respirare, tremo, sudo. Ho paura che stia morendo, impazzendo o svenendo. Sensazioni terribili che spaventerebbero il più coraggioso degli eroi!

Gli attacchi di panico, infatti possono essere molto debilitanti e limitare la libertà delle persone.

Quando una persona ha un attacco di panico, il suo cuore inizia a battere forte e ha difficoltà a respirare. Alcune persone sentono di perdere il contatto con la realtà. Mentre però alcune persone hanno un solo attacco di panico, altre possono sperimentare episodi ripetuti nel tempo. Per coloro che hanno episodi ricorrenti, i professionisti della salute mentale possono lavorare per aiutare a identificare la causa e i fattori scatenanti.


Qual è la differenza tra attacco di ansia e attacco di panico?

Comprendere la differenze tra attacco di ansia e attacco di panico può aiutare le persone a prendere provvedimenti per affrontare le due condizioni. La conoscenza di queste differenze può anche aiutare le persone a riconoscere se la loro ansia o il loro panico necessita un trattamento. Vediamo ora insieme alcuni esempi di ansia e panico.

Esempio 1: un livello normale di ansia
E’ l’ansia che un individuo prova in una situazione difficile. La paura di un futuro incerto, i ricordi di un passato difficile, le minacce (sia reali che percepite) e la confusione sul mondo che ci circonda sono tutti fattori scatenanti dell’ansia. Si tratta di un’ansia naturale e comprensibile.

Esempio 2: un livello di ansia moderato
Il secondo esempio descrive un individuo che prova ansia quasi costante da almeno 6 mesi. L’ansia riguarda quasi tutte le aree della vita. In questi casi, soprattutto se l’ansia causa disagio o compromissione o limitazioni, è bene fare un check-up psicologico.

Esempio 3: panico
Un individuo che sta vivendo un attacco di panico. Gli attacchi di panico sono più rari – ma più gravi – dell’ansia. Possono venire dal nulla, senza preavviso o provocazione. Oppure possono essere situazionali, cioè indotti da determinate situazioni.

Le persone che hanno attacchi di panico possono provare mancanza di respiro, vertigini, nausea e intorpidimento. Alcuni tremano e sudano.

Gli individui che soffrono di panico spesso sono molto attenti alle sensazioni fisiche che potrebbero essere foriere di panico. Evitano i luoghi in cui potrebbero essersi verificati attacchi di panico in passato. Si arriva persino a evitare di uscire di casa. O di uscire solo in compagnia di qualcuno con il quale ci si sente al sicuro.

La buona notizia

La buona notizia è che sia l’ansia che il disturbo di panico sono altamente curabili con la psicoterapia. Specialmente se intercettati in tempo, al loro esordio. La cattiva notizia, invece, è che ansia e panico raramente guariscono spontaneamente. Non sottovalutarli. L’intervento psicoterapico funziona. E in tempi ragionevolmente brevi. Lasciati aiutare. Ritorna a vivere libero.

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Confusione mentale post-Covid: cos’è e cosa fare?

“Dopo il Covid, nonostante sia tornato negativo, avverto confusione mentale. Che cosa mi sta succedendo? E cosa posso fare?” Uno dei sintomi più invalidanti da post Covid è definita “nebbia cerebrale” o “brain fog”. In questo articolo vediamo assieme cos’è la confusione mentale post-covid e cosa fare.


Cos’è la confusione mentale post-Covid

Durante la pandemia di COVID-19, i medici si sono occupati principalmente della fase acuta e pericolosa della malattia. Era questa la priorità e i sistemi sanitari di tutto il mondo hanno lottato per far fronte all’emergenza sanitaria e per capire come trattare le persone con questa condizione.

Col passare del tempo, tuttavia, l’attenzione si sta spostando sugli effetti persistenti del COVID-19, che gli esperti chiamano COVID lungo.

Ad esempio, ci sono state innumerevoli segnalazioni di problemi di concentrazione e memoria. Da un nuovo studio delle Università di Cambridge ed Exeter nel Regno Unito è emerso che ben il 78% delle persone con sintomi di long-COVID hanno dichiarato di aver avuto difficoltà di concentrazione.

Cos’è la confusione mentale post-covid? Con il termine “nebbia cerebrale” o “brain fog” descriviamo una condizione che ricorda gli effetti dati dalla privazione del sonno o dello stress. Si presenta con una serie di sintomi tra cui:

  • scarsa concentrazione
  • confusione
  • pensiero rallentato o sfocato
  • fatica a ricordare/dimenticanze
  • non trovare le parole giuste
  • stanchezza mentale

Tre buone notizie

  • La nebbia cerebrale non è la stessa cosa della demenza.
  • Non significa che ci siano stati danni strutturali al cervello.
  • Le persone di solito si riprendono dalla nebbia cerebrale.

Perché si soffre di nebbia cerebrale?

La nebbia cerebrale è un fenomeno ben conosciuto e si manifesta in determinate condizioni. Potresti avere sintomi simili dopo altre infezioni, dopo un trauma cranico minore o durante la menopausa. La nebbia cerebrale è comune anche in chi soffre di depressione, ansia o stress.

Durante il recupero dal coronavirus (COVID-19), alcune persone possono soffrire di nebbia cerebrale. I sintomi possono variare e cambiare nel tempo. Non sono solo le persone ricoverate in ospedale con il Coronavirus che possono sviluppare la nebbia cerebrale. Anzi è una sintomo comune del long-COVID.

Ansia, umore depresso e affaticamento giocano tutti un ruolo nell’influenzare il funzionamento del cervello.

Cosa fare?

Ci sono alcune cose che puoi fare per aiutare a gestire i tuoi sintomi:

  • rimani idratato
  • dormi a sufficienza
  • fai esercizio fisico regolarmente, meglio se all’aperto
  • segui una dieta sana ed equilibrata (la dieta mediterranea va benissimo)
  • mantieni il peso forma
  • prova con la meditazione e gli esercizi di respirazione
  • fai pause regolari durante la giornata per riposare
  • fai le cose che ti piacciono, per esempio socializzare con amici e familiari
  • evita o riduci al minimo l’alcol
  • approfitta della nebbia cerebrale per smettere di fumare
  • parlane con il tuo medico di base o con il tuo psicoterapeuta di fiducia.