Come guarire da una dipendenza?

Nel mio lavoro di psicoterapeuta emerge spesso una verità scomoda: il bene, la salute, la libertà, non accadono sempre automaticamente. Non sono sempre automatismi e non si mantengono per inerzia e non crescono né si mantengono senza un nostro impegno. Al contrario, il benessere psicologico è il frutto di una disciplina quotidiana, fatta di scelte consapevoli, rinunce, allenamento emotivo e responsabilità personale. Curiosamente, accade l’opposto con il malessere. Dipendenze, vizi e sintomi psicopatologici tendono a mantenersi da sé, anche quando la persona ne soffre e desidererebbe liberarsene. È come se avessero una forza autonoma, una capacità di auto-alimentazione che spesso va contro la volontà cosciente dell’individuo. Comprendere questa asimmetria è il primo passo per uscire da molte trappole psicologiche.


Il bene non è un automatismo

A differenza della visione comune di bene, il bene non coincide né con la soddisfazione di un desiderio né con il semplice sapere cosa sia giusto fare. Il bene richiede esercizio, discernimento e stabilità nel tempo. Proprio per questo motivo, il bene non accade da sé. Similmente, il benessere non è un effetto collaterale o spontaneo dell’esistenza, del nostro essere vivi, ma una disposizione acquisita che si costruisce attraverso la ripetizione di atti orientati da una ragione pratica sufficientemente formata. Senza questa disciplina quotidiana, l’anima, la psiche, non tende spontaneamente al bene, ma piuttosto al piacevole immediato, al sollievo, alla riduzione della tensione. Ed è qui che si apre una frattura fondamentale: mentre il bene richiede esercizio, molte forme di male psichico si mantengono da sole, quasi per inerzia.


Le dipendenze: il piacere separato dal bene

Le dipendenze sono forse l’esempio più evidente di fenomeni che si auto-mantengono. Sia chiaro: il piacere, di per sé, non è un male. Ma lo diventa quando si separa dal fine, quando non accompagna l’atto buono ma lo sostituisce. Facciamo un esempio per chiarire meglio questo concetto: nella dipendenza da alcol, l’azione (il bere) non è più orientata al convivio, alla relazione o al riposo, ma alla sostanza stessa. Il piacere smette di essere un compagno dell’azione e diventa il suo unico scopo. Perdiamo, cioè, la capacità di decidere (se bere o no) e l’atto si ripete malgrado me.


I vizi: l’abitudine senza misura

Cos’è un vizio? È un eccesso o un difetto stabilizzati. I vizi, dal punto di vista psicologico condividono una caratteristica cruciale: offrono un guadagno immediato e un costo differito.

Due esempi di vizi

  1. Procrastinazione
    Non è semplice pigrizia, ma una scelta ripetuta di evitare il peso dell’atto. Il soggetto conosce il bene, ma non lo compie. E la persona si abitua a sottrarsi alla fatica del decidere.

  2. Fame emotiva
    Il cibo non risponde più alla necessità naturale (il nutrimento), ma diventa una modalità di regolare le mie emozioni. Anche qui, non c’è valutazione del giusto mezzo (quando, quanto, cosa e perché mangiare) ma solo una risposta immediata al disagio (uno stato di ansia o di vuoto, per esempio).

Il vizio si consolida senza sforzo perché asseconda ciò che è già facile.


I sintomi psicopatologici: quando la sofferenza ha una funzione

Se è vero che nulla persiste senza una causa, anche ciò che fa soffrire, se rimane, in qualche modo serve a qualcosa, ha una funzione. Molti sintomi psicopatologici non sono solo “difetti da eliminare”, ma strategie di adattamento fallite

Due esempi di sintomi psicopatologici

  1. Attacchi di panico
    L’evitamento protegge dall’angoscia immediata, ma ci priva della possibilità di apprendere che il pericolo non è reale  o di fare i conti con esso. Il sintomo diventa così una forma di falsa prudenza.

  2. Rituali ossessivi
    Il rito, la compulsione, produce un ordine apparente, una rassicurazione momentanea. È una caricatura della razionalità pratica: sembra controllo, ma è solo ripetizione afinalistica.

Il sintomo non ha bisogno di volontà: ha una logica interna che si auto-rinforza. E si mantiene perché simula una soluzione, pur non essendolo.


Sei amico o nemico del sintomo?

In psicologia si distingue tra sintomi egodistonici ed egosintonici:

  • Il sintomo egodistonico è vissuto come estraneo al fine dell’anima: viene combattuto, ma spesso senza successo.

  • Il sintomo egosintonico, invece, appare coerente con l’immagine di sé: non viene messo in questione, perché “funziona” (nel senso che è funzionale a qualcosa).

Si arriva così a odiare ciò che andrebbe protetto e a proteggere ciò che andrebbe odiato o eliminato.


Il bene è un esercizio

Il bene, il benessere, la salute non sono ideali astratti ma abitudini ben orientata. Richiedono tempo, ripetizione, fallimenti e correzioni. Non crescono spontaneamente e a volte vanno contro a ciò che è immediatamente piacevole.

E tu, sai:

  • tollerare la frustrazione senza cercare subito sollievo?

  • sospendere un comportamento impulsivo?

  • scegliere ciò che ha senso nel lungo termine?

Ricorda: il bene, il benessere, la salute non si auto-mantengono. Vanno custoditi e coltivati. In psicoterapia si lavora solo per combattere il sintomo, ma per comprenderne la funzione.


La disciplina quotidiana del bene

Se dipendenze, vizi e sintomi si mantengono da soli, il bene invece richiede:

  • allenamento della consapevolezza

  • esposizione graduale alla frustrazione

  • rinuncia al sollievo immediato

  • costruzione di nuovi significati

Il benessere non è una grazia: è una pratica.

Non è rigidità, ma coerenza ripetuta nel tempo. Non è controllo, ma responsabilità affettiva verso se stessi.


Vuoi essere libero?

Se senti di essere intrappolato in comportamenti che si ripetono malgrado te, non è una mancanza di forza di volontà. È il segnale che serve uno spazio di comprensione, non di giudizio.

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👉 Inizia un percorso di psicoterapia per trasformare automatismi di sofferenza in scelte consapevoli
👉 Il bene non viene da solo, ma può essere costruito insieme