Amore a senso unico
Nella tua relazione dai o ricevi? È una domanda semplice, ma può aprire una riflessione importante sul modo in cui una coppia costruisce, mantiene e alimenta il proprio legame. In ogni relazione esistono momenti in cui uno dei due dà di più e l’altro riceve di più. Può accadere per un periodo: durante una malattia, un momento difficile, un cambiamento lavorativo, una gravidanza, una crisi personale. Il problema nasce quando questa asimmetria diventa la struttura stabile della relazione. Uno si prende cura, organizza, propone, ascolta, sostiene, pensa ai dettagli, crea occasioni, fa piccoli gesti e grandi sacrifici. L’altro riceve, accetta, usufruisce e restituisce poco. Oppure dà soltanto quando viene sollecitato. A quel punto la coppia rischia di trasformarsi in una relazione tra un giver, colui che investe continuamente nella relazione, e un taker, colui che tende soprattutto a beneficiare di ciò che l’altro costruisce. Non si tratta di un’etichetta psicologica né di una diagnosi. È piuttosto una metafora utile per osservare una dinamica relazionale.
Che cosa significa essere un giver in una relazione?
Il giver è la persona che tende a investire molto nella relazione. Non significa necessariamente essere più innamorati. Può significare, semplicemente, avere una maggiore attenzione spontanea alla dimensione del “noi”. Il giver può:
- dedicare tempo al partner;
- ricordarsi delle sue preferenze;
- organizzare occasioni insieme;
- ascoltare e cercare di comprendere;
- occuparsi dei problemi pratici;
- fare piccoli gesti senza che gli vengano richiesti;
- pensare al futuro della coppia;
- cercare soluzioni quando emerge una difficoltà;
- chiedersi che cosa potrebbe far piacere all’altro.
Il punto non è la quantità matematica dei gesti. In una relazione sana non esiste necessariamente un cinquanta e cinquanta quotidiano. Esiste però una domanda fondamentale: entrambi sentono di essere responsabili della relazione? La ricerca sulle relazioni di coppia attribuisce particolare importanza alla responsiveness, cioè alla capacità di rispondere in modo sensibile ai bisogni, alle esperienze e alla realtà soggettiva del partner. È un processo necessariamente interpersonale: non riguarda soltanto ciò che uno fa, ma il modo in cui i due partner si influenzano reciprocamente.
E chi è il taker?
Il taker non è necessariamente una persona egoista, narcisista o cattiva. È una persona che può essersi abituata a vivere la relazione soprattutto dal lato della ricezione. Riceve attenzioni, tempo, organizzazione, disponibilità e cura, ma può non chiedersi spontaneamente:
“Che cosa sto facendo io per alimentare questa relazione?”
Può dare per scontato che l’altro organizzerà la vacanza, penserà al regalo, proporrà l’uscita, risolverà il problema, farà il primo passo dopo una discussione. La relazione diventa così qualcosa che semplicemente accade. Come un albero che cresce da solo. Ma una coppia non è un albero selvatico che cresce indipendentemente dalle persone che lo compongono. Ha bisogno di attenzione, presenza, cura e partecipazione.
Il problema del “minimo sindacale”
Uno dei segnali più evidenti di una relazione sbilanciata è quando una persona offre spontaneamente molto e l’altra restituisce soltanto ciò che è strettamente necessario. Non necessariamente perché non provi affetto. Talvolta semplicemente non percepisce quanto lavoro relazionale venga svolto dall’altro. È la differenza tra partecipare alla relazione e beneficiare della relazione. Una persona può essere molto presente quando l’altro chiede qualcosa, ma quasi mai prendere iniziative spontanee.
Può dire:
“Se me lo avessi chiesto, l’avrei fatto.”
Ma proprio qui emerge una questione importante. In una relazione adulta non dovrebbe essere sempre necessario chiedere all’altro di accorgersi dell’altro. La cura non consiste soltanto nel rispondere alle richieste. Consiste anche nella capacità di vedere il partner.
Quando il giver finisce le energie
Una relazione sbilanciata può funzionare per molto tempo. Il giver continua a dare perché ama, perché spera, perché è abituato a prendersi cura, perché pensa che prima o poi l’altro se ne accorgerà. Poi qualcosa cambia. Non necessariamente arriva una grande lite. A volte arriva semplicemente la stanchezza. Il giver smette di organizzare. Smette di proporre. Smette di ricordarsi di tutto. Smette di compensare le mancanze dell’altro. Smette di voler trascorrere tempo con l’altro. E improvvisamente la relazione sembra “non funzionare più”. In realtà può essere accaduto qualcosa di diverso: la persona che per anni aveva mantenuto in movimento la relazione non ha più energie per farlo. È come se il partner scoprisse soltanto allora quanto lavoro invisibile veniva svolto dall’altro.
Una relazione non è un sistema di debiti
Attenzione, però: parlare di reciprocità non significa trasformare l’amore in una contabilità. Non significa: “Io ho fatto tre cose per te, quindi tu devi farne tre per me.” La reciprocità non è necessariamente simmetria perfetta. In una coppia sana possono esserci periodi molto diversi. Uno può dare maggiormente oggi e ricevere maggiormente domani. La questione fondamentale è un’altra: entrambi sono orientati praticamente verso il benessere della relazione? La reciprocità, infatti, non è soltanto uno scambio quantitativo. È la percezione che esista un interesse reciproco per l’altro e per il legame. Il problema nasce quando la direzione è quasi sempre una sola.
Giver e taker possono cambiare ruolo?
Sì. E questo è un punto fondamentale. Non siamo necessariamente “giver” o “taker” per tutta la vita. Possiamo esserlo in una relazione e comportarci diversamente in un’altra. Possiamo essere giver in alcuni ambiti e taker in altri. Inoltre, una persona che dà moltissimo può anche avere difficoltà a chiedere ciò di cui ha bisogno. E una persona che riceve molto può non rendersi conto dell’impatto della propria passività. Per questo la domanda terapeuticamente più interessante non è: “Chi è il cattivo: il giver o il taker?” Ma: “Come si è costruita questa particolare forma di reciprocità tra noi?” E soprattutto: “Che cosa accadrebbe se entrambi smettessimo di dare per scontato il contributo dell’altro?”
La domanda che può cambiare una relazione
Prova a porti questa domanda:
“Quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa esclusivamente perché poteva fare piacere al mio partner?”
Non perché fosse necessario. Non perché il partner l’avesse chiesto. Non perché “tocca a me”. Non per evitare una discussione. Semplicemente perché hai pensato: “Questo potrebbe renderlo felice.” E poi prova a porti la domanda speculare:
“Quando è stata l’ultima volta che il mio partner ha fatto qualcosa pensando spontaneamente a ciò che poteva farmi piacere?”
La risposta non serve a formulare un’accusa. Serve a osservare la relazione. Perché amare qualcuno non significa soltanto stare con lui. Significa anche, almeno in parte, prendersi cura dello spazio che esiste tra noi.
La relazione è corresponsabilità
Una coppia non può essere mantenuta indefinitamente da una sola persona. Ci possono essere momenti di squilibrio. Ci possono essere periodi in cui uno ha meno energie e l’altro sostiene maggiormente il peso della relazione. Ma se questo diventa permanente, il rischio è che il rapporto smetta progressivamente di essere un progetto condiviso. La relazione diventa allora qualcosa che uno costruisce e l’altro abita. Ed è proprio qui che può emergere una delle forme più dolorose di solitudine nella coppia: essere in due, ma sentirsi soli nel portare avanti il “noi”.
La psicologia delle relazioni sottolinea infatti l’importanza della responsività: sentirsi ascoltati, compresi e considerati dal partner è parte centrale dell’esperienza di una relazione di qualità. Per questo, prima di chiederti se il tuo partner ti ama abbastanza, potrebbe essere utile chiederti: “Come stiamo costruendo insieme questa relazione?” E ancora: “Se io smettessi per un mese di organizzare, proporre, ricordare, sostenere e compensare, che cosa rimarrebbe della nostra relazione?” La risposta potrebbe essere scomoda. Ma potrebbe anche essere molto utile. Perché una relazione non dovrebbe sopravvivere grazie all’esaurimento di uno dei due. Dovrebbe essere una responsabilità condivisa.
FAQ: Giver e taker nella coppia
Chi è il giver in una relazione?
È il partner che tende a investire spontaneamente molte risorse nella relazione: tempo, attenzione, energie, cura, iniziativa e disponibilità. Non è una categoria diagnostica e non significa necessariamente essere una persona migliore o più innamorata.
Chi è il taker in una relazione?
È il partner che tende prevalentemente a ricevere ciò che l’altro offre e può mostrare meno iniziativa nel contribuire alla relazione. Essere occasionalmente “taker” è normale; il problema è quando la dinamica diventa stabile e unilaterale.
Una relazione deve essere sempre 50/50?
No. La reciprocità non significa una perfetta equivalenza quotidiana. Una relazione sana può essere 70/30 in un periodo e 30/70 in un altro. Ciò che conta è che entrambi percepiscano la relazione come una responsabilità condivisa.
Quando una relazione diventa sbilanciata?
Quando uno dei partner deve costantemente iniziare, organizzare, sostenere, risolvere problemi e mantenere vivo il legame, mentre l’altro si limita prevalentemente a ricevere o a rispondere alle richieste.
Il giver rischia di esaurirsi?
Sì. Quando una persona sostiene a lungo una relazione quasi da sola può sperimentare stanchezza, risentimento, solitudine e progressiva perdita di motivazione. L’esaurimento può portarla a interrompere proprio quei comportamenti che tenevano in piedi la relazione.
Essere un taker significa essere narcisisti?
No. Il comportamento poco reciproco può avere molte spiegazioni e non consente, da solo, di formulare una diagnosi psicologica.
Come capire se nella mia coppia manca reciprocità?
Puoi osservare chi prende spontaneamente iniziative, chi si interessa ai bisogni dell’altro, chi propone momenti condivisi, chi si occupa degli aspetti pratici ed emotivi e chi tende invece soprattutto a ricevere.
Cosa posso fare se mi sento il giver della relazione?
Prima di aumentare ulteriormente ciò che dai, può essere utile fermarti e osservare la dinamica. Comunica ciò di cui hai bisogno, stabilisci confini e verifica se il partner è disposto a partecipare concretamente alla costruzione della relazione.
Cosa posso fare se riconosco di essere un taker?
Puoi iniziare dall’osservazione. Chiediti: “Che cosa faccio spontaneamente per il mio partner?”. Poi prova ad assumere iniziative concrete, senza aspettare che l’altro debba sempre chiedere.
In breve
Una relazione sana non richiede che entrambi diano la stessa quantità di cose, ma che entrambi si sentano corresponsabili del legame. Il problema non è essere qualche volta giver o qualche volta taker. Il problema è quando uno continua a costruire e l’altro continua semplicemente ad abitare ciò che è stato costruito. E allora forse la domanda più importante non è: “Quanto mi dà il mio partner?” Ma: “Quanto sto contribuendo, insieme al mio partner, a far esistere la nostra relazione?”.

