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10 motivi per cui è difficile fare psicoterapia se fumi thc

Il THC (tetra-idro-cannabinolo), il principale composto psicoattivo della cannabis, può influenzare il cervello e i comportamenti in vari modi. Gli effetti possono variare da persona a persona e dipendere da fattori come la dose assunta, la frequenza di utilizzo e la sensibilità individuale. In questo articolo ti spiego perché se assumi THC può essere difficile che tu abbia beneficio da un percorso di psicoterapia per la cura dell’ansia.

 

  1. Distorsione della percezione: Il THC può alterare la percezione della realtà, rendendo difficile il processo terapeutico che si basa sulla comprensione e la valutazione oggettiva dei problemi.
  2. Difficoltà di concentrazione: fumare THC può compromettere la capacità di concentrarsi durante le sessioni terapeutiche, ostacolando la comunicazione efficace con il terapeuta.
  3. Memoria compromessa: il THC può influire sulla memoria a breve termine, rendendo difficile ricordare le discussioni o i compiti assegnati durante la terapia.
  4. Ridotta motivazione: l’uso regolare di THC può ridurre la motivazione e l’impegno nel processo terapeutico, limitando i risultati positivi della terapia.
  5. Effetti sulle emozioni: il THC può influenzare le emozioni e l’umore, rendendo complesso il lavoro emotivo durante la terapia e il raggiungimento di una stabilità emotiva.
  6. Mascheramento dei sintomi: l’effetto psicoattivo del THC potrebbe mascherare temporaneamente i sintomi sottostanti che sarebbero importanti da esplorare e trattare durante la terapia.
  7. Difficoltà nel trattamento delle dipendenze: se l’uso di THC è correlato a una dipendenza, potrebbe essere difficile affrontare efficacemente il problema durante la terapia senza affrontare anche l’uso di sostanze.
  8. Interferenza con la motivazione al cambiamento: l’effetto rilassante del THC potrebbe ridurre la motivazione al cambiamento necessaria per affrontare i problemi e apportare modifiche positive nella vita.
  9. Interferenza con la stabilità emotiva: l’uso cronico di THC può influenzare negativamente la stabilità emotiva, rendendo più difficile il mantenimento di un rapporto terapeutico costruttivo.
  10. Complicazioni nel trattamento di disturbi concomitanti: l’uso di THC può complicare il trattamento di disturbi psicologici concomitanti, come l’ansia o la depressione, poiché può interferire con l’efficacia delle terapie specifiche per tali disturbi.
Smettere di fumare THC è importante. A maggior ragione se vuoi intraprendere un percorso di psicoterapia per uscire dalla gabbia dell’ansia. Ricorda, il THC può contribuire ad aumentare l’ansia o scatenare attacchi di panico, soprattutto in dosi elevate o in individui predisposti. Non fumare THC per curare l’ansia! È come cercare di spegnere il fuoco con la benzina. Per la cura dell’ansia esistono farmaci specifici e la psicoterapia.

Quando è inutile andare in psicoterapia?

Rivolgersi a uno psicoterapeuta a volte non produce alcun cambiamento. L’ansia rimane, gli attacchi di panico non vanno via, quella situazione problematica non cambia. Perché accade questo? Quali sono i fattori principali che determinano un insuccesso del percorso di psicoterapia? E quando è inutile andare in psicoterapia? Ne parlo in questo articolo.

 

Convinzioni errate sulla psicoterapia

La psicoterapia è un percorso complesso e profondo, che richiede un impegno significativo da parte del paziente. Andare in psicoterapia non serve a nulla se non c’è un reale impegno da parte del paziente nel processo di guarigione. Troppo spesso, c’è l’errata convinzione che il semplice atto di recarsi dal terapeuta possa risolvere i problemi senza che il paziente debba fare nulla al di là di condividere i propri pensieri e sentimenti. Questa prospettiva, però, è distorta e limitante.

Immagina… Se una persona si iscrivesse in palestra, ma si sedesse solo ad osservare gli altri fare esercizio senza mai sollevare pesi o fare cardio, è improbabile che raggiunga i suoi obiettivi. Proprio come sarebbe assurdo aspettarsi di ottenere risultati positivi senza un impegno personale nell’allenamento, allo stesso modo, aspettarsi che la psicoterapia funzioni senza un impegno attivo del paziente è irrealistico.

La metafora della palestra può essere estesa anche al campo della nutrizione. Immaginate di consultare un nutrizionista per ricevere una dieta personalizzata e poi continuare a consumare cibi non salutari senza apportare alcuna modifica al proprio stile di vita. È chiaro che senza il coinvolgimento attivo nel seguire la dieta e apportare le modifiche consigliate, i risultati positivi saranno difficili da raggiungere.

 

Ma allora qual è la funzione dello psicoterapeuta?

Nel contesto della psicoterapia, è essenziale comprendere che il terapeuta non può fare il lavoro al posto del paziente. Il terapeuta fornisce strumenti, supporto e orientamento, ma la reale trasformazione avviene quando il paziente decide di applicare questi insegnamenti nella propria vita. La guarigione non avviene attraverso il semplice atto di condividere i problemi con il terapeuta, ma attraverso l’azione, l’auto-riflessione e la volontà di apportare cambiamenti significativi.

L’impegno nel processo terapeutico può assumere molte forme. Può significare seguire le indicazioni del terapeuta tra una seduta e l’altra, implementare strategie apprese durante le sessioni nella vita quotidiana, o affrontare attivamente le sfide e i modelli di pensiero negativi. Inoltre, può richiedere la volontà di esplorare profondamente le radici dei problemi, anche quando questo può essere doloroso o scomodo.

 

La paura di star bene

Spesso, la resistenza al cambiamento è uno degli ostacoli più significativi nel percorso terapeutico. Alcune persone possono sentirsi scoraggiate o temere di affrontare le proprie paure e vulnerabilità. Tuttavia, è proprio attraverso il superamento di queste resistenze e la volontà di affrontare le sfide che si apre la strada alla crescita personale e alla guarigione.

La psicoterapia è un contesto clinico e uno spazio sicuro dove il paziente può esplorare i propri pensieri e sentimenti. Tuttavia, è fondamentale che sia accompagnata da un impegno personale nel processo terapeutico. Senza questa componente attiva, la psicoterapia rischia di trasformarsi in una conversazione superficiale senza effetti tangibili sulla vita del paziente. In chiacchiera da bar.

Quanto ti fidi del tuo terapeuta?

Un altro aspetto cruciale è la costruzione di una relazione di fiducia e collaborazione tra il paziente e il terapeuta. Questa relazione diventa un elemento chiave nel facilitare l’impegno del paziente nel percorso terapeutico. Quando c’è fiducia reciproca, il paziente si sente più incline a essere aperto e a impegnarsi nella psicoterapia, e questo, senza dubbio, favorisce il processo di guarigione.

In sintesi, andare in psicoterapia è solo il primo passo verso la guarigione. Senza un impegno significativo da parte del paziente, il processo terapeutico rischia di perdere la sua efficacia. È cruciale comprendere che il terapeuta può essere una guida preziosa, ma la reale trasformazione avviene quando il paziente decide di mettere in pratica ciò che apprende durante le sessioni. Solo attraverso questo impegno attivo è possibile sperare di ottenere risultati positivi e duraturi nella psicoterapia.

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Perché lo psicoterapeu­ta non mi da sempre ragione?

Perché lo psicoterapeu­ta non mi da sempre ragione? Lo psicoterapeuta non sempre dà ragione al paziente per diverse ragioni fondamentali nel contesto della terapia. In questo articolo ti spiego perché.

Cos’è la psicoterapia?

Iniziamo analizzando il concetto di terapia come un processo collaborativo basato sulla fiducia reciproca tra terapeuta e paziente che avviene in un contesto clinico e in una relazione asimmetrico. Contesto clinico implica che una delle due figure, il terapeuta in questo caso, possieda competenze che l’altro non ha. Fiducia reciproca significa che il paziente è chiamato a fidarsi e ad affidarsi al suo terapeuta. Relazione asimmetrica significa che in psicoterapia ciascuno degli attori gioca un ruolo ben preciso che non consente scavallamenti di confini (per esempio lo psicoterapeu­ta non può “fare l’amico” del paziente, sedurlo, ecc. E viceversa).

Prima di tutto, è importante comprendere che la terapia mira a promuovere il benessere mentale del paziente attraverso l’esplorazione di pensieri, emozioni e comportamenti. In questo contesto, il terapeuta può sfidare le prospettive del paziente per stimolare la crescita personale e affrontare i problemi sottostanti.

• Obiettività: Il terapeuta si sforza di mantenere un punto di vista neutrale per valutare oggettivamente la situazione. Spesso, questo implica esaminare le esperienze del paziente da diverse prospettive, incoraggiando una comprensione più approfondita.

• Auto-riflessione: Il terapeuta incoraggia il paziente a esplorare le proprie convinzioni e percezioni. Sottolinea l’importanza dell’auto-riflessione per sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e affrontare eventuali distorsioni cognitive.

• Cambiamento di prospettiva: La terapia spesso richiede di affrontare le sfide e di vedere le cose da una nuova prospettiva. Questo può essere scomodo o frustrante, ma è un elemento cruciale per il cambiamento positivo.

• Confronto con la realtà: Il terapeuta potrebbe dover confrontare il paziente con la realtà, specialmente se le convinzioni o le interpretazioni sono distorte. Questo processo può causare inizialmente disagio, ma è essenziale per la crescita e il superamento delle difficoltà.

• Sfida delle difese: Talvolta, il paziente può utilizzare difese psicologiche per evitare di affrontare aspetti dolorosi o scomodi della propria vita. Lo psicoterapeuta può sfidare queste difese per facilitare la consapevolezza e la comprensione.

• Apprendimento e crescita: La terapia è un processo dinamico che mira al cambiamento positivo. Il terapeuta potrebbe non sempre concordare con il paziente per spingere verso nuove prospettive, apprendimento e crescita personale.

• Autonomia: Il terapeuta rispetta l’autonomia del paziente, ma ciò non implica necessariamente sempre dare ragione. Al contrario, la sfida costruttiva può favorire la presa di coscienza e l’autonomia decisionale del paziente.

In conclusione, lo psicoterapeuta non offre sempre ragione per favorire un processo di crescita e cambiamento profondo. La sfida delle convinzioni, la consapevolezza delle difese e l’esplorazione di nuove prospettive sono elementi essenziali della terapia che possono portare a una migliore comprensione di sé e alla risoluzione dei problemi.

Lo psicoterapeu­ta può interrompere la terapia?

La relazione terapeutica costituisce un delicato equilibrio tra il terapeuta e il paziente ed è basata su elementi chiave come la fiducia, la collaborazione e l’apertura. Quando il paziente rifiuta in modo costante il supporto offerto dal terapeuta e dimostra una mancanza di disposizione a lavorare sulle questioni presentate, questo scenario può diventare una ragione ponderata per considerare l’interruzione della terapia.

 

Quando il paziente rifiuta la cura

La riluttanza da parte del paziente ad accettare il supporto terapeutico può derivare da una varietà di fattori. Questi includono

  • la mancanza di fiducia nel terapeuta,
  • la resistenza a esplorare specifici aspetti della propria vita 
  • una semplice mancanza di volontà o motivazione per affrontare le sfide presentate.

Questi comportamenti possono rappresentare un ostacolo significativo al progresso terapeutico e sollevare domande sulla possibilità di un cambiamento positivo.

Un elemento cruciale della terapia è la creazione di un ambiente sicuro e di sostegno, dove il paziente si senta libero di esplorare le proprie emozioni, pensieri e comportamenti. Quando il paziente rifiuta il supporto offerto, ciò può compromettere la creazione di questo ambiente sicuro, rendendo difficile l’esplorazione approfondita delle questioni sottostanti.

Il terapeuta, agendo come guida e facilitatore del cambiamento, può cercare di comprendere le ragioni del rifiuto del supporto da parte del paziente. Questo processo può coinvolgere una chiara comunicazione sulle aspettative della terapia, l’esplorazione delle preoccupazioni del paziente o l’identificazione di eventuali barriere emotive o cognitive.

La fine della terapia 

Tuttavia, se nonostante gli sforzi del terapeuta il paziente continua a rifiutare in modo costante il supporto e non mostra alcuna intenzione di collaborare attivamente alla propria crescita e benessere, il terapeuta potrebbe essere portato a considerare l’interruzione della terapia.

È essenziale sottolineare che la decisione di interrompere la terapia non dovrebbe mai essere presa in modo impulsivo. Prima di giungere a tale conclusione, il terapeuta dovrebbe esplorare apertamente con il paziente il motivo del suo rifiuto del supporto e lavorare insieme per superare eventuali resistenze.

In alcuni casi, la riluttanza del paziente può essere collegata a paure profonde o a traumi passati, richiedendo un approccio terapeutico più delicato e mirato. Il terapeuta potrebbe cercare di adattare le strategie terapeutiche per affrontare specificamente le paure o le resistenze del paziente.

La decisione di interrompere la terapia rappresenta una scelta etica (non è una punizione per il paziente) che il terapeuta deve prendere con attenzione, considerando la responsabilità dell’atto.

Quando il rifiuto del supporto compromette la possibilità di fornire tale trattamento, l’interruzione può diventare una scelta necessaria per garantire l’integrità etica della pratica terapeutica.

  • In conclusione, quando un paziente rifiuta costantemente il supporto offerto dal terapeuta, non è disposto a lavorare sulle questioni presentate, se la mancanza di collaborazione persiste e mina la possibilità di lavorare efficacemente sulle problematiche del paziente, e ciò ostacola significativamente la possibilità di un progresso terapeutico, l’interruzione della terapia può essere considerata come una decisione etica e responsabile per il benessere del paziente.
sintomi ansia

Che differenza c’è tra panico e paura?

Panico e paura sono due esperienze emozionali distinte, ma sono spesso confuse. Oppure i due termini sono utilizzati come sinonimi. In questo articolo comprenderemo le differenze tra queste due reazioni.
Che cos’è la paura? 

La paura è una risposta naturale di difesa che si attiva di fronte a una minaccia concreta e immediata. È una sensazione normale e adattativa che prepara il corpo a fronteggiare il pericolo. La paura è legata a stimoli specifici e può variare in intensità in base alla percezione individuale del rischio. Per esempio, una persona può avere paura dei serpenti, mentre un’altra può sentirsi a disagio nei luoghi affollati.
Che cos’è il panico? 

D’altra parte, il panico è una forma estrema di ansia che si manifesta in risposta a una minaccia percepita come incontrollabile o inaspettata. A differenza della paura, il panico non è sempre legato a una situazione di pericolo reale. Gli attacchi di panico possono insorgere improvvisamente, causando sintomi fisici e psicologici intensi, come palpitazioni, sudorazione e sensazione di perdita di controllo.

Cosa posso fare quando ho paura? E durante un attacco di panico?

La gestione della paura spesso coinvolge affrontare direttamente la fonte del timore, imparare a comprenderla e adattarsi a essa. Il panico, invece, richiede un approccio più complesso. Uno degli aspetti cruciali nella gestione del panico è l’apprendimento di tecniche di rilassamento e di controllo della respirazione. Questi metodi possono aiutare a ridurre l’intensità degli attacchi di panico e fornire un senso di controllo sulla situazione.

La psicoterapia  è ampiamente utilizzata per affrontare sia la paura che il panico. La psicoterapia si concentra sull’identificazione e sulla modifica di schemi di pensiero distorti che delle emozioni e dei comportamenti che contribuiscono all’ansia. Nel caso del panico, la psicoterapia può aiutare a riconoscere e cambiare le credenze catastrofiche associate agli attacchi, promuovendo una prospettiva più equilibrata e realistica.

Un altro elemento fondamentale nella gestione del panico è l’esposizione graduale. Questa tecnica implica l’esposizione progressiva alla situazione o al luogo temuto, permettendo al paziente di adattarsi gradualmente e ridurre l’ansia associata. Ad esempio, se una persona ha paura degli spazi chiusi, l’esposizione graduale può iniziare con l’entrare in ambienti più piccoli per periodi brevi, aumentando gradualmente la durata man mano che la persona diventa più confortevole.

È importante sottolineare che la gestione della paura e del panico può richiedere tempo e sforzi costanti. La consulenza psicologica e, in alcuni casi, la terapia farmacologica possono essere parte integrante del percorso di trattamento. La collaborazione con uno psicoterapeuta o uno psichiatra specializzato nell’ansia può offrire un supporto cruciale per sviluppare strategie personalizzate di gestione.

In conclusione, mentre la paura è una risposta adattativa a una minaccia specifica, il panico è una forma più intensa di ansia spesso scatenata da sensazioni o situazioni percepite come incontrollabili. La gestione efficace di queste esperienze richiede un approccio olistico che coinvolga psicoeducazione, tecniche di rilassamento e di respirazione , psicoterapia e, in alcuni casi, l’uso di
. L’obiettivo è promuovere un equilibrio emotivo sano e consentire alle persone di affrontare le sfide della vita con maggiore resilienza.

Come prepararsi a una seduta di psicoterapia

Come prepararsi a una seduta di psicoterapia? Cosa fare prima di cominciare l’incontro? Prepararsi per una seduta di psicoterapia è importante per massimizzare i benefici del trattamento.

Ecco alcuni suggerimenti che possono aiutare a ottenere il massimo dalla tua terapia:

 

 

Qual è il segreto del successo di una psicoterapia?

L’alleanza terapeutica è uno degli ingredienti fondamentali per la buona riuscita di una psicoterapia perché rappresenta la collaborazione e la relazione di fiducia tra il paziente e il terapeuta.
Ecco perché è importante:

Cosa significano i sogni in psicologia?

I sogni sono stati oggetto di fascino e dibattito per secoli. Da interpretazioni mitiche e religiose a teorie scientifiche moderne, il significato dei sogni è stato oggetto di studio e interpretazione da parte di psicologi, filosofi e scienziati di varie discipline. In questo articolo, esploreremo il significato dei sogni in psicologia, analizzando le teorie più rilevanti e offrendo una panoramica completa sull’argomento.

Agorafobia e claustrofobia: due facce della stessa medaglia

Perché ho paura di stare male quando sto fuori casa?

L’agorafobia è un disturbo d’ansia che può avere un impatto significativo sulla vita di chi ne soffre. Questo articolo esplorerà in dettaglio cos’è l’agorafobia, i sintomi associati, le possibili cause e le opzioni di trattamento disponibili.

Cos’è l’agorafobia?

L’agorafobia è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla paura di situazioni o luoghi in cui potrebbe essere difficile o imbarazzante fuggire o ricevere aiuto in caso di emergenza. Le persone con agorafobia spesso evitano situazioni come luoghi affollati, trasporti pubblici, ponti, ascensori e spazi aperti come piazze e parchi.

Quali sono i sintomi dell’agorafobia?

I sintomi dell’agorafobia possono variare da lievi a gravi e includono:

Paura intensa: Le persone con agorafobia provano una paura intensa e irrazionale nelle situazioni temute.

Evitamento: Evitano le situazioni o i luoghi che scatenano la loro ansia, limitando così la loro vita quotidiana.

Attacchi di panico: L’agorafobia è spesso associata a attacchi di panico, che possono includere sintomi come palpitazioni, sudorazione e tremori.

Sensazione di impotenza: Chi soffre di agorafobia può sentirsi impotente e fuori controllo nelle situazioni temute.

Quali sono le cause dell’agorafobia?

Le cause dell’agorafobia non sono completamente comprese, ma coinvolgono spesso una combinazione di fattori genetici, neurochimici e ambientali.

Alcuni fattori di rischio includono:

  • una storia familiare di disturbi d’ansia,
  • esperienze traumatiche passate
  • stress cronico.

Come si guarisce dall’agorafobia?

Fortunatamente, l’agorafobia è trattabile, e molte persone vedono miglioramenti significativi rivolgendosi a un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento includono:

Psicoterapia: Questo approccio terapeutico aiuta le persone a identificare i significati associati alla reazione di allarme che caratterizza chi soffre di agorafobia. Perché, e di cosa, hai paura? La risposta non è sempre scontata!

Terapia farmacologica: In alcuni casi, i farmaci possono essere prescritti per gestire i sintomi dell’agorafobia e dei disturbi d’ansia associati. Tra questi gli SSRI sono efficaci nel trattamento del disturbo, specialmente se combinati alla psicoterapia

Terapia di esposizione: Questa forma di terapia coinvolge un’esposizione  graduale e controllata alle situazioni temute, e consente alle persone di sviluppare gradualmente una maggiore tolleranza e strategie di coping alternative all’evitamento.

Supporto sociale: Pur non essendo una terapia di per sé, il sostegno da parte di amici, familiari e gruppi di supporto può essere un componente essenziale del recupero.

Psicoeducazione e biblioterapia: leggere libri che trattano l’argomento consente di conoscere le caratteristiche del disturbo e le opzioni di trattamento. Se soffri di agorafobia, ansia o panico dai un’occhiata al libro che ho scritto sull’argomento.

Conclusioni

L’agorafobia è un disturbo d’ansia debilitante, ma con il trattamento adeguato, molte persone possono gestire con successo i loro sintomi e migliorare la qualità della loro vita. Se ritieni di soffrire di agorafobia o conosci qualcuno che ne è affetto, è fondamentale cercare aiuto da professionisti della salute mentale. Con il giusto supporto e le giuste risorse, è possibile affrontare e superare l’agorafobia.

genitori e figli

Quando i genitori sbagliano

Quando i genitori sbagliano. L’espressione “genitore elicottero” è stata coniata negli anni Sessanta a indicare uno stile genitoriale segnato da eccessiva preoccupazione per i figli e iperprotezione. Quali i rischi per l’equilibrato sviluppo dei propri bambini?

Quando i genitori sbagliano. Chi sono i genitori elicottero?

L’espressione “genitori elicottero” ha ormai più di 50 anni ed è molto diffusa nella letteratura di lingua inglese. Nel 1969, Ginnott l’ha utilizzata per descrivere l’atteggiamento di quei genitori che controllano eccessivamente la vita dei propri figli. Dei loro sentimenti, pensieri e azioni di ogni giorno. L’espressione, poi, è diventata di uso comune nella letteratura internazionale per descrivere uno stile genitoriale che è quello delle “mamme chiocce”. Genitori disposti a tutto pur di preservare i propri figli dal fallimento. E che provano a proteggerli da un mondo ritenuto pericoloso e pieno di insidie.

La sottile linea tra protezione e iperprotettività

Non si tratta, però, di una cura normale e un interesse funzionale. Quanto di un atteggiamento in cui i genitori sono costantemente impegnati ad individuare possibili criticità ed imprevisti e porvi rimedio immediatamente. L’immagine dell’elicottero riflette il clima di sorveglianza e di controllo dall’alto. Con il genitore che monitora in maniera continua cosa sta accadendo nella vita del figlio ed è sempre pronto ad intervenire. Anche quando non c`è alcun bisogno.

I genitori elicottero affrontano le criticità relazionali o scolastiche al posto dei figli. Si sostituiscono a loro nella risoluzione dei problemi. Pretendono di conoscere ogni dettaglio della loro vita intima. E finiscono per privarli della loro autonomia e della possibilità di sperimentare errori, fallimenti e frustrazioni.
Si potrebbe pensare che essere un simile genitore è molto utile a proteggere i figli. Frequentemente, infatti, i genitori elicottero descrivono il proprio stile genitoriale in questi termini.

Il prezzo dell´iperprotettività

In simili situazioni, però, l’iperprotettività e l’ipercura possono privare i figli di autonomia e agentività. Come? Sottraendoli alla possibilità di confrontarsi con il limite, seguire la propria strada, comprendere quali sono i propri desideri e chi si è realmente. Molto spesso, inoltre, i figli possono ricavare dagli atteggiamenti e dai comportamenti dei propri genitori un´immagine negativa di sé. Sostituirsi sempre a qualcuno, infatti, può implicitamente lanciargli il messaggio che non lo si ritiene capace di farcela da solo. E questa modalità può rendere le persone meno fiduciose in sé stesse e meno pronte a mettersi in gioco e ad assumersi delle responsabilità.

Quali figli per i genitori elicottero?

Diverse ricerche internazionali parlano di figli fragili e poco pronti ad accettare rischi. O incapaci di prendere decisioni che li riguardano e di darsi una direzione nella vita. Sono quelli che qualcuno ha definito “bamboccioni”. Questa parola indica un´intera generazione di giovani adulti ritenuti incapaci di trovare un lavoro. Ma anche prendere impegni, trovare una casa e non essere più a carico del nucleo familiare di origine.

I genitori che si sostituiscono al figlio e lo proteggono a ogni costo non lo mettono in condizione di gestire la propria vita autonomamente. E ciò va al di là di considerazioni che riguardano i pregiudizi espressi da questa parola. Che non considera le problematiche strutturali che hanno coinvolto diverse generazioni di ragazzi italiani (disoccupazione, mancanza di politiche e ammortizzatori sociali, ecc.),

Iperprotezione e figli viziati

L’abitudine ad avere qualcuno disposto a ssostituirsi a noi, ci rende spesso molto richiedenti nei confronti degli altri. I figli di genitori elicottero, in questo modo, pretendono spesso che tutto sia loro dovuto. Questo atteggiamento rischia di comprometterne le loro relazioni personali ma anche professionali.

In più, il messaggio che il mondo è un luogo pericoloso e che non si è capaci di affrontarlo da soli può favorirevissuti ansiosi. Vissuti caratterizzato da una scarsa autoefficacia percepita. La limitata abitudine a confrontarsi con limiti e insuccessi, poi, può portare a sentirsi in dovere di raggiungere standard elevati di perfezione. Ogni fallimento potrà essere associato a vissuti depressivi e confermare un’autorappresentazione di sé come incapace di affrontare le richieste del contesto.

Come supportare i genitori elicottero?

Rivolgersi a un professionista della salute mentale può essere una buona scelta. Soprattutto se si pensa di essere un genitore elicottero e si desidera modificare le proprie modalità di accudimento e educazione dei figli. È possibile trovare un equilibrio tra il desiderio di proteggere i propri figli dai mali del mondo e la necessità di renderli indipendenti. E con un adeguato senso di sé e un’autostima capaci di supportarli nelle loro sfide quotidiane.

Quando ci si rivolge a un professionista per problematiche di questo tipo, lo psicologo può supportare il singolo genitore. Ma anche la coppia nella comprensione delle motivazioni che hanno portato all’adozione di un determinato stile genitoriale invece che di un altro.

Talvolta, per esempio, il proprio modo di essere genitore può ricalcare quello dei propri genitori. In altre circostanze, invece, il proprio stile genitoriale si struttura a partire da un rifiuto delle modalità di accudimento e di educazione dei propri genitori.

L´intervento psicologico

Un intervento psicologico sul proprio stile genitoriale permette di rileggere la propria relazione con i genitori. Consente l’acquisizione di una maggiore consapevolezza sul ruolo della nostra pregressa esperienza di figli. In effetti, gli interventi psicologici offrono la possibilità di rivedere e rinarrare le nostre relazioni familiari. Questo aspetto ha delle inevitabili ripercussioni anche sulle modalità di essere genitore.

Un percorso incentrato sulla motivazione a cambiare il proprio stile genitoriale, inoltre, fornirà occasioni di apprendimento circa le diverse declinazioni possibili della funzione genitoriale. E migliorerà la consapevolezza sulle paure, gli eventi scatenanti, i pensieri che sono all’origine di una modalità incentrata sull’iperpotezione e il controllo.

Non è, infine, escluso che gli interventi possano concentrarsi anche sui figli. Questo al fine di supportarli in una crescita più equilibrata e per rafforzare l´autostima e l’autoefficacia percepita.


Riferimenti bibliografici
Somers, P., & Settle, J. (2010). The helicopter parent: Research toward a typology. College and University, 86(1), 18.