borderline

Il disturbo borderline di personalità

Come riconoscere se soffri di disturbo borderline di personalità? E quali sono le cure migliori per questa psicopatologia? Lo scopriamo insieme in questo articolo.

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Che cosa è un disturbo di personalità?

I disturbi di personalità sono disturbi mentali che compaiono di solito nella prima età adulta. Si caratterizzano per configurazioni tutto sommato stabili di stili affettivi, cognitivi e relazionali che connotano il carattere del soggetto e ne influenzano i comportamenti. Quando si parla di “disturbi di personalità”, quindi, non indichiamo forme di disagio psichico transitorie, quanto modalità stabili e patologiche di rapportarsi con sé stessi e con gli altri.

Che cos´è il disturbo borderline di personalità?

Il disturbo borderline è uno dei tanti disturbi di personalità.
Instabilità e conflittualità sono due caratteristiche frequenti di chi ne soffre. La persona vive spesso un ipercoinvolgimento patologico nei rapporti con partner, amici o familiari.
La sensibilità a possibili segnali di rifiuto da parte dell’altro è particolarmente sviluppata. Per esempio, di fronte a una critica o a un rifiuto, la persona che soffre di un disturbo borderline tende a reagire in maniera eccessiva, mostrando rabbia e aggressività incontenibili.

La paura dell´abbandono

Spesso, poi, le personalità borderline instaurano delle relazioni di tipo dipendente. Ciò che temono maggiormente è di essere abbandonate. L’abbandono, in effetti, è una evenienza che può spingerle addirittura verso atti di natura autolesionistica. Il tentativo di procurarsi un danno può essere dettato dalla disperazione evocata dall’abbandono. Ma non è raro che si tratti di azioni manipolative che che hanno lo scopo di attirare l’attenzione di chi non si vuole perdere. La manipolazione, del resto, è un’altra costante delle relazioni con le persone che soffrono di disturbo borderline. È una strategia messa in atto quando il partner o una persona significativa non rispondono ai bisogni espressi.

Le difficoltà interpersonali

Relazionari con una persona che soffre di questo disturbo, per tutti questi motivi, non è semplice. Anzi, è spesso fonte di preoccupazione e stress. Un rischio, inoltre, è quello di essere oggetto di una fastidiosa alternanza tra l’idealizzazione e la svalutazione. Spesso senza soluzione di continuità, un giorno si è messi in discussione. E il giorno dopo si può essere trattati come se si fosse la migliore delle persone. Accanto alla elevata instabilità interpersonale, le persone che soffrono di un disturbo borderline presentano problematiche di natura cognitiva e nell’immagine di sé.

Come si sente chi soffre di disturbo borderline


Concretamente, chi soffre di questo problema ha un´immagine di sé poco sviluppata e definita e sperimenta spesso sentimenti di vuoto. In genere, presenta un funzionamento di tipo “tutto o nulla” e la capacità di individuare obiettivi e fare dei progetti è compromessa. La persona, cioè, è volubile e può modificare le proprie convinzioni facilmente. Questo modo di essere contribuisce a rendere infruttuosi i progetti intrapresi e a cambiare frequentemente i propri obiettivi. L’incapacità di perseverare nel perseguire uno scopo e nel portare a termine i propri piani ha come conseguenza un frequente peggioramento dell’autostima. A questo si associano senso di colpa, vergogna e una critica eccessiva nei propri confronti.

Nei periodi di particolare stress possono essere riscontrati sintomi psicotici veri e propri. L’altro può essere vissuto come un nemico che ha cattive intenzioni. La persona può non riconoscere più sé stessa o il proprio mondo, avvertendo di essere prossima a un cambiamento catastrofico o di vivere in un contesto estraneo.

Le emozioni nel disturbo borderline

Il quadro del disturbo borderline si caratterizza inoltre per un´elevata disregolazione emotiva e comportamentale. Si passa da momenti di relativa calma a momenti di estrema instabilità caratterizzati dalla generale difficoltà a gestire le emozioni.

Inoltre le persone che soffrono di disturbo borderline sono incapaci di tollerare la frustrazione. Per questo motivo in condizioni stressanti possono mettere in atto comportamenti aggressivi. Trovando difficile prevedere le conseguenze delle proprie azioni, poi, si espongono con facilità a situazioni di rischio. Una ulteriore caratteristica è l’impulsività. Le persone con disturbo borderline di personalità possono ricorrere all’uso di sostanze, a condotte sessuali promiscue, a spendere il denaro in maniera poco oculata, ecc…

Quali trattamenti per il disturbo borderline?

Il disturbo borderline di personalità compromette il funzionamento relazionale, sociale e lavorativo della persona. È per questo importante richiedere un aiuto specialistico che possa integrare un intervento farmacologico e la psicoterapia. Solo in alcuni casi di particolare gravità, inoltre, potrebbe essere necessario il ricovero ospedaliero, intervento cui si ricorre nei momenti di crisi e di forte scompenso.
Il trattamento farmacologico può prevedere l´utilizzo di farmaci stabilizzanti dell´umore o di antipsicotici atipici. I farmaci possono facilitare anche il lavoro di psicoterapia, necessario per il raggiungimento di diversi obiettivi. Tra questi aumentare la finestra di tolleranza della persona rispetto alle frustrazioni e migliorare le abilità sociali. Ma anche aiutare la persona a essere consapevole dei meccanismi alla base dei comportamenti di rischio. E a supportarla nello sviluppo e nel mantenimento di un progetto di vita.
Importanti obiettivi terapeutici, inoltre, riguardano la possibilità di incrementare la consapevolezza su di sé e sul ruolo giocato nelle relazioni interpersonali ed intime. Ciò al fine di rendere meno problematica e conflittuale la sfera dei rapporti con l’altro.

Si è consapevoli della malattia?

Per concludere, si può ricordare che non sempre le persone che soffrono di disturbo borderline hanno consapevolezza dei propri problemi. Spesso infatti attribuisconoo le proprie difficoltà a chi le circonda. Non a caso, sono i familiari, il partner o gli amici a spingere la persona a rivolgersi a uno psicologo-psicoterapeuta. Sono loro spesso a riconoscere per primi la problematicità di alcuni comportamenti ed atteggiamenti del proprio caro. Purtroppo si tratta di tentativi che, in svariate circostanze, non raggiungono l’obiettivo sperato. Proprio per questo motivo, se pensate che qualcuno dei vostri cari possa soffrire di questo disturbo, potrebbe essere utile chiedere un consulto anche al fine di ricevere informazioni e consigli su come gestire al meglio la relazione ed indirizzare la persona ad un intervento di supporto appropriato.


Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Gunderson, J., Herpertz, S., Skodol, A. et al. (2018). Borderline personality disorder. Nat Rev Dis Primers, 4, 18029.

pandemic fatigue

Cos´è la pandemic fatigue?

Alzi la mano chi non ha sperimentato tristezza, stanchezza, angoscia in questi lunghi mesi di pandemia. Niente panico. In tempi di Covid-19 e lockdown queste emozioni e vissuti possono essere ritenuti normali. Ciò che forse non ci si aspetta, invece, è che lo stress possa ridurre la nostra capacità di proteggerci dal contagio. Che cosa si intende per pandemic fatigue? E quali sono gli effetti sui comportamenti di protezione dal virus?

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Da ormai un anno la popolazione mondiale è esposta ad una forma di stress cronico che si sta accompagnando a fatica, tristezza, ansia. Come si può leggere in un recente documento redatto dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), la pandemic fatigue è una sindrome che può assumere forme diverse. Si tratta, cioè, di una costellazione di sintomi che possono variare nel tempo. Non solo. I sintomi possono variare ed essere diversi da persona a persona.

Quali sono i sintomi della pandemic fatigue?

Tra i sintomi più diffusi, vi sono un generale aumento della tensione e dello stress percepito. Frequenti pensieri e vissuti di carattere depressivo. E ancora, irritabilità, ansia, panico, insonnia e alterazioni dell’appetito. Si tratta di reazioni che possono essere ritenute normali in una condizione estremamente anomala e di incertezza quale è quella pandemica. In un certo numero di situazioni, però, questi indicatori di malessere hanno raggiunto un livello di significatività clinica, raccomandando attenzione clinica professionale.
In altri termini, se è normale sentirsi tristi, nervosi o stressati nel corso di una pandemia, non dovrebbero essere trascurate le forme di disagio che sentiamo di non poter più gestire da soli.

Chi è più a rischio?

Sono state sicuramente più colpite dalla pandemic fatigue le persone che hanno perso familiari e amici a causa del Covid-19. Ma anche chi ha perso il lavoro o ha visto tracollare la propria situazione economica. E ancora i soggetti vulnerabili per condizioni di vita o di salute. E infine chi sofferto in passato di forme di disagio psicologico. A queste categorie devono senza dubbio aggiungersi i professionisti che hanno gestito l’emergenza sanitaria.

Esposti a una pressione lavorativa imponente, si sono confrontati ogni giorno con la morte di pazienti e colleghi, spesso non sentendosi in condizione di poter fornire risposte assistenziali adeguate e temendo per la loro stessa vita. Del resto, la pandemia ha sollecitato un diffuso stress lavoro-correlato anche in altri professionisti. Tutti si sono dovuti abituare a modalità di lavoro differenti e si sente sempre più spesso parlare di techno-stress: la didattica a distanza ed il telelavoro hanno spesso peggiorato una situazione di tensione ed affaticamento generalizzati.

La pandemic fatigue influisce sul nostro modo di prevenire il contagio?

La pandemic fatigue, però, non ha un impatto solo sul nostro benessere psicologico, ma anche sui nostri comportamenti. In effetti, l’OMS si è interrogata su un aspetto molto specifico dello stress da Covid-19. E cioè quello della relazione con i comportamenti di protezione dal rischio di contagio. Essere esposti a uno stress durevole nel tempo, può demotivare le persone, con la stanchezza mentale che può avere la meglio sui comportamenti di prevenzione.
Questo diverso atteggiamento nei confronti della protezione dal contagio dipende in larga parte dalle nostre percezioni del rischio. Dopo diversi mesi di pandemia, per esempio, è come se ci fossimo abituati a convivere con il virus, ritenendolo meno pericoloso. In realtà, come dimostrato dal verificarsi della nuova ondata di contagi dopo l’estate, il virus non ha perso la sua pericolosità e l’impennata si è placata solo grazie a un nuovo lockdown.

La percezione del pericolo

Il verificarsi di nuove restrizioni e chiusure, però, ha favorito la diffusione di una percezione per cui il peso delle limitazioni imposte alla vita privata non risulta più commisurato ai benefici ottenuti nella lotta al virus. Nel complesso, si tratta di processi che possono rendere le persone meno accorte nel prevenire i contagi, un fenomeno che può essere amplificato anche dal parallelo bisogno di autodeterminarsi e sentirsi liberi.
Si tratta di una reazione nota a chi lavora, per esempio, negli ospedali o nelle residenze sanitarie. Molto spesso, la necessità di sottoporsi a cure e trattamenti determina una reazione che spinge a sottrarsi a cure e trattamenti anche attraverso forme di aggressività e protesta.
Pur nelle rispettive diversità, è quanto sta avvenendo anche rispetto ai fenomeni di coprifuoco, lockdown e limitazione della relazionalità.

Cosa fare se si soffre di pandemic fatigue?

Entrare in contatto con le proprie emozioni è un primo passo verso una maggiore consapevolezza e la costruzione di una migliore condizione di benessere. In questa direzione, può essere molto importante anche condividere le proprie emozioni e i pensieri sulla condizione di pandemia poiché la condivisione ha l’effetto immediato di farci uscire da una condizione di isolamento e solitudine che sono parte del problema.
Molto spesso, quando ci chiudiamo in noi stessi, ci priviamo della possibilità di rispecchiarci nell’altro, di comprendere che non siamo da soli nelle difficoltà, di osservare i problemi da un’altra prospettiva e di sviluppare strategie nuove e più funzionali.

È quanto possiamo sperimentare nell’ambito di un aiuto professionale.

Laddove diventasse difficile gestire sentimenti depressivi o un’ansia eccessiva ci si dovrebbe rivolgere a un professionista che, anche attraverso un colloquio online, possa indirizzarci verso la presa in carico più efficace. Occuparsi della propria salute mentale è infatti molto importante nel momento di crisi che stiamo vivendo. A maggior ragione perché le restrizioni hanno limitato le possibilità di ricevere supporto dalle nostre reti informali. Del resto, non bisogna dimenticare che la salute del nostro sistema immunitario dipende anche dal nostro benessere psicologico. Se ci sentiamo bene siamo anche più protetti dalle infezioni e dalle altre malattie.

Riferimenti bibliografici
World Health Organization (2020). Pandemic fatigue. Reinvigorating public to prevent COVID-19. Consultato su WHO-EURO-2020-1160-40906-55390-eng.pdf (dors.it)

quando i figli se ne vanno

Quando i figli se ne vanno.

La sindrome del nido vuoto accompagna molte famiglie quando si trovano di fronte alla decisione dei figli di andare a vivere da soli. Cosa fare per trovare un nuovo equilibrio?

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Che cos’è la sindrome del nido vuoto?

Sul finire degli anni Sessanta, la sindrome del nido vuoto ha fatto capolino in una delle canzoni dei Beatles (She’s leaving home). Ed è diventata un tema di discussione nell’ambito della psicologia e di altre scienze umane.
Sebbene non si tratti di una condizione clinica in senso stretto, la sindrome del nido vuoto può manifestarsi con sintomi di una certa gravità. Si tratta di una sindrome ansioso-depressiva che colpisce i genitori. A soffrirne sono, soprattutto le madri, quando i figli decidono di lasciare la casa genitoriale per andare a vivere da soli.

Quando il figlio esce di casa

Avviene prima o poi si verifica in tutte le famiglie. Anche se questo momento si è spostato sempre più in là negli anni. Fino a qualche decennio fa, i giovani contraevano matrimonio alle soglie dell’età adulta. Anche perché riuscivano ad ottenere un lavoro in grado di assicurare autonomia già subito dopo la maggiore età. Negli ultimi tempi, sono numerosi i figli che vivono con i genitori fino ad oltre i 30 anni. Si tratta di un fenomeno diffuso che, probabilmente, rende ancora più doloroso il trasferimento di un figlio. E così i genitori possono sperimentare tristezza e preoccupazione molto intense.

In effetti, il trasferimento di un figlio può essere vissuto come un vero e proprio lutto. Che richiede ai genitori di mobilitare tutte le proprie risorse emotive per accettare l’allontanamento e continuare la propria vita senza eccessiva sofferenza. Ciò è tanto più probabile se l’allontanamento dalla casa genitoriale non è stato negoziato e accettato dai genitori. Oppure se questi stanno vivendo anche altri momenti di crisi. Per esempio la menopausa, il pensionamento, accudire i propri genitori anziani, possono aumentare il rischio di sviluppare forme di disagio.

Quali genitori soffrono maggiormente della dipartita del figlio?

Ad essere particolarmente esposti, inoltre, sono i genitori single. Questi possono sentire di perdere ogni ragione di vita, soprattutto se si sono dedicati in maniera quasi esclusiva al benessere del figlio. Ma anche le coppie caratterizzate da alta conflittualità. E nelle quali il figlio assume spesso il ruolo di mediatore della loro relazione.

Come si manifesta la sindrome del nido vuoto?

Quando i figli se ne vanno, vissuti di carattere ansioso possono riguardare l’incolumità del figlio. Questo avviene nonostante il genitore si renda conto che si tratti di una persona adulta e capace di pensare a sé stessa. Vissuti di tristezza intensa e depressione, invece, possono essere alimentati dalla percezione, spesso priva di fondamento, di aver perso per sempre il proprio figlio. Tali vissuti possono dipendere da fattori diversi. In primo luogo dalla personalità del genitore e dalle sue particolari modalità di reagire agli eventi critici.

Nel caso specifico della sindrome del nido vuoto, però, bisogna considerare anche la qualità della relazione di coppia e le risorse genitoriali. In alcuni casila vita familiare èstata costruita intorno al ruolo di genitori. Può essere molto difficile abituarsi a una situazione in cui la dimensione marito-moglie torna ad essere quella saliente.

Ogni famiglia attraversa diverse fasi del ciclo di vita familiare. E sia la nascita dei figli che il loro diventare adulti costituiscono delle tappe evolutive importanti che richiedono notevoli aggiustamenti. Accogliere un terzo nella coppia marito-moglie, per esempio, può non essere semplice, determinando tensioni e richiedendo aggiustamenti relazionali. Lo stesso può dirsi quando il figlio si allontana da casa. E i genitori devono ritrovare una dimensione a due che, spesso, mette a nudo e di fronte alle crepe del rapporto.

Diade, triade…e ancora diade!

Diversi problemi di coppia, in effetti, possono essere accantonati per il bene dei figli. Inoltre, occuparsi di loro può essere una buona strategia per non affrontare le difficoltà relazionali tra moglie e marito. L’uscita di casa del figlio, quindi, può mettere sotto un riflettore tutte le difficoltà che erano state accantonate.

Del resto, però quando i figli se ne vanno ritornare ad essere coppia può rappresentare anche una opportunità. Si può beneficiare di una ritrovata intimità. E riscoprire il valore di avere del tempo da investire nel proprio rapporto e nei propri interessi. Riavvivare la propria vita individuale e di coppia, anzi, potrebbe rappresentare una buona strategia di fronteggiamento dello stress da nido vuoto.

Cosa fare se il dolore per l’allontanamento del figlio è troppo?

In alcuni casi i vissuti ansiosi e depressivi conseguenti al trasferimento di un figlio possono essere difficili da gestire senza un aiuto professionale. Se le reazioni sperimentate sono del tutto assimilabili a un lutto e si protraggono nel tempo, è consigliabile rivolgersi a uno psicologo-psicoterapeuta.

La psicoterapia infatti, può mettere a fuoco le ragioni di una reazione disfunzionale rispetto ad un evento che fa parte del normale ciclo di vita di ogni famiglia.

Talvolta, per esempio, i genitori che sviluppano la sindrome del nido vuoto hanno vissuto esperienze negative connesse all’allontanamento di persone di riferimento o a loro care.

In simili casi, quando i figli se ne vanno l´evento è in grado di ri-attivare vissuti traumatici che può essere utile trattare in un percorso psicologico.

Psicoterapia sì o no?

Quando i figli se ne vanno, un percorso di psicoterapia potrebbe supportare la persona nell’attivazione di risorse di fronteggiamento dello stress. E favorire una riorganizzazione delle routine quotidiane e la maturazione della consapevolezza che il rapporto con il figlio può essere alimentato anche a distanza. Una simile consapevolezza potrebbe passare attraverso una focalizzazione su aspetti e ricordi positivi del figlio, provando ad alimentare la sua presenza interna.

Un percorso di supporto psicologico potrebbe essere utile anche per gestire problemi di coppia. Soprattutto quando il trasferimento di un figlio abbia scatenato una crisi relazionale.

In entrambi i casi intraprendere il percorso in maniera tempestiva permette di anticipare ed evitare il radicarsi di problemi più cronici. Problemi che, con un valido aiuto, possono rientrare in poco tempo. E migliorare sia la qualità delle relazioni intrafamiliari che il benessere soggettivo.

Riferimenti bibliografici
Piper, A., & Breckenridge-Jackson, I. (2017). She’s Leaving Home: A Large Sample Investigation of the Empty Nest Syndrome. Consultato su (PDF) She’s leaving home: a large sample investigation of the empty nest syndrome (researchgate.net)
Römer, F. (2013). Quando i figli crescono: una bussola per genitori alle prese con figli adulti. Milano: Apogeo.

Binge eating disorder

Binge eating disorder. Abbuffarsi per riempire il vuoto?

Il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder) è un disturbo alimentare che si accompagna ad elevati livelli di disagio psicologico e può avere un impatto sulla condizione di salute della persona. Come riconoscerlo?E cosa fare per contrastarlo?

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Cos´è il binge eating disorder?

Il binge eating disorder o disturbo da alimentazione incontrollata è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da ripetuti episodi di abbuffata in cui la persona assume grosse quantità di cibo in poco tempo.
Nelle condizioni lievi, le abbuffate possono verificarsi 1-3 volte a settimana. Nei casi più gravi, però, è possibile che il paziente si abbuffi di cibo anche più di una volta al giorno.
In genere, dopo l’abbuffata la persona che soffre di binge eating disorder non adotta condotte compensatorie. Per esempio non si provoca il vomito. Né mette in atto altre pratiche finalizzate a ridurre l’assorbimento calorico (per esempio, l’assunzione di lassativi). Il fatto che dopo la massiccia assunzione non vengano messi in atto comportamenti per evitare l’assunzione di calorie, differenzia il binge eating disorder da un altro disturbo alimentare, la bulimia nervosa.

Chi soffre di binge eating disorder?

Il disturbo da alimentazione incontrollata è noto agli psicologi sin dagli anni Sessanta. Ma solo recentemente è stato inserito in uno dei più accreditati manuali per la diagnosi psichiatrica, il DSM 5. Il binge eating è un disturbo che colpisce il 2-3% della popolazione con più di 18 anni. L´incidenza nelle persone obese è del 5%. Si tratta di una problematica che esordisce in genere prima dei 20 anni. E che coinvolgen senza grosse differenze uomini e donne. Se i pazienti maschi colpiti da anoressia sono solo il 5-10% e quelli interessati da bulimia il 10-15%, nel caso del comportamento alimentare non controllato si arriva a percentuali del 40%..

Cosa si intende per abbuffata?

Con il termine abbuffata si intende l’assunzione di una grande quantità di alimenti che avviene in un breveintervallo di tempo (fino a due ore). Nel corso delle abbuffate, la persona sente di perdere il controllo sul proprio comportamento alimentare. È come se non riuscisse a fermarsi dall’ingerire cibo. Durante le abbuffate, si possono assumere grandi quantità di alimenti anche in assenza di fame. E a continuare a mangiare nonostante si avverta una sgradevole sensazione di pienezza. Spesso, nel corso di questi episodi, si può mangiare più rapidamente del solito. Per concludere, infine, l’abbuffata è generalmente solitaria poiché la persona prova vergogna a mangiare in pubblico quantità di cibo non ritenute normali.

Perché ci si abbuffa?

Numerosi studi e l’esperienza clinica hanno dimostrato che le abbuffate sono innescate dalla necessità di gestire emozioni disturbanti che la persona non riesce a regolare in altro modo. In altre parole, cioè, le abbuffate sono un modo per controllare vissuti negativi che possono causare disagio. Depressione, ansia e noia sono solo alcune delle emozioni che la persona può pensare di poter sedare con il cibo, che diventa così un anestetico e un regolatore esterno di stati emotivi interni.

Qual è il principale problema di chi soffre di binge eating disorder?

Il principale problema di chi soffre di binge eating disorder consiste nella difficoltà di trovare modi alternativi per gestire le proprie emozioni negative. Il cibo, insomma, viene assunto per trovare una soddisfazione temporanea e colmare una sensazione di vuoto interiore a cui può essere difficile dare un nome.
L’assunzione di cibo, però, è ovviamente una finta soluzione. Dopo aver abbassato la tensione e fornito un sollievo temporaneo, come già detto, l’abbuffata lascia spazio ad emozioni ancora meno piacevoli di quelle che l’hanno innescata. La vergogna per l’assunzione massiccia di cibo, la colpa e il disgusto per sé stessi possono finire per sollecitare dolorosi vissuti depressivi. Il rischio è che si inneschi un circolo vizioso in cui una finta soluzione contribuisce a mantenere nel tempo un problema che, spesso, si associa anche a numerose conseguenze psicofisiche.

Quali trattamenti esistono per il binge eating disorder?

Rispetto ad altri disturbi alimentari, il binge eating disorder richiede un tempo di diagnosi più lungo perché spesso non è riconosciuto prontamente. Frequentemente la persona non individua il comportamento di abbuffata come un sintomo e, per questo, non lo riferisce al proprio medico o al proprio psicologo. I professionisti sanitari, del resto, possono sottovalutare le implicazioni psicologiche del comportamento da alimentazione incontrollata, suggerendo al paziente di seguire una dieta o cambiare stile di vita. Si tratta di indicazioni di trattamento sicuramente importanti e, in effetti, la presa in carico del paziente che soffre di binge eating disorder è multidisciplinare.

Il lvoro in équipe

Il nutrizionista sioccupa di elaborare un piano alimentare equilibrato. Il medico internista segue le possibili complicanze dei comportamenti alimentari disfunzionali, soprattutto laddove siano rilevabili disordini metabolici non raramente collegati a problemi di obesità.
Una parte cruciale del trattamento, accanto a quella finalizzata all’acquisizione di corretti stili alimentari e di vita, però, è rappresentata dalla psicoterapia.
È ormai chiaro che il comportamento di abbuffata è sollecitato da emozioni negative sperimentate come incontrollabili altrimenti. Il trattamento psicoterapico rende possibile individuare le situazioni e le emozioni che scatenano il comportamento alimentare disfunzionale. E aiuta la persona a trovare migliori strategie di gestione dei propri vissuti ed emozioni.
Una terza area di trattamento, infine, riguarda la consapevolezza del corpo che può essere migliorata attraverso tecniche ed esercizi particolari. Si tratta di strategie di cura volte ad aumentare la consapevolezza di quali sono i correlati corporei delle nostre emozioni, migliorando anche la capacità di lettura dei segnali che il nostro corpo ci invia quando ci sentiamo tristi, ansiosi o tesi.

Se pensi di soffrire di binge eating disorder non esitare a contattarmi per un primo colloquio di valutazione che puoi svolgere in presenza (a Milano, Monza e Cernusco sul Naviglio) oppure online.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Wilson, G. T., Wilfley, D. E., Agras, W. S., & Bryson, S. W. (2010). Psychological treatments of binge eating disorder. Archives of general psychiatry, 67(1), 94-101.

anoressia

Vite sottili: cause, sintomi e trattamenti dell’anoressia

L’anoressia è probabilmente il più noto tra i disturbi alimentari. Come si manifesta e come trattarla?

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Che cosa si intende per anoressia?

L’anoressia nervosa è uno dei disturbi alimentari più conosciuti. Si caratterizza per la paura profonda di ingrassare, timore che suscita l’adozione di comportamenti finalizzati alla perdita di peso. Le persone anoressiche, per esempio, possono ridurre l’apporto calorico limitando l’ingestione di cibo o provocandosi il vomito dopo aver consumato i pasti. In aggiunta, in alcuni casi, possono ulteriormente ridurre l’assunzione di calorie attraverso l’attività sportiva intensa. In altri casi, ancora, possono assumere lassativi, diuretici o farmaci anoressizzanti, come, per esempio le amfetamine, che hanno come effetto quello di ridurre il senso della fame.

È vero che chi soffre di anoressia non ha mai fame?

In effetti, diversamente da quanto lascerebbe immaginare l’etimologia del termine “anoressia” (dal greco an- “senza” e oréksis “appetito”) difficilmente le persone che soffrono di questo disturbo esperiscono una diminuzione dell’appetito. Lo stimolo della fame, anzi, può aumentare per il protrarsi della deprivazione di cibo. Ma è proprio il costante sentirsi affamati che fornisce alla persona con anoressia la cornice di riferimento entro la quale riesce a sentirsi, forte, potente e in controllo, in una battaglia costante contro i morsi della fame e di un corpo emaciato e smunto.

L’aggettivo “nervosa” fa riferimento alla non esistenza di cause organiche a giustificare la riduzione del peso corporeo, che è quindi spiegabile con la presenza di un disturbo mentale.

Quando è possibile diagnosticare l’anoressia?

Il DSM 5 (APA, 2013) inserisce l’anoressia all’interno della categoria diagnostica dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione accanto a problematiche quali la bulimia e il disturbo da binge-eating. Ad essi, inoltre, si aggiungono anche alcuni disturbi alimentari caratteristici dell’infanzia quali la pica, il disturbo da ruminazione e il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo.


Il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association stabilisce che si può effettuare una diagnosi di anoressia nervosa quando l’apporto calorico non rispetta le necessità ritenute normali o appropriate. E quando il peso è decisamente basso rispetto all´età, sesso e condizioni di salute della persona.

Un secondo criterio, poi, è relativo a diversi aspetti caratteristici di questo disturbo. Tra questi la paura di ingrassare e la messa in atto di comportamenti che interferiscono con il raggiungimento di un peso adeguato.

Infine, un terzo criterio fa riferimento alle alterazioni circa il modo in cui la persona vive l’aspetto del proprio corpo, l’eccessivo impatto del peso o dell’aspetto sull’autostima, il rifiuto di ammettere che la propria condizione di sottopeso possa essere grave.

Anoressia o anoressie?

Possiamo individuare diversi sottotipi di anoressia. Nel sottotipo cosiddetto “restricter” la persona controlla il peso attraverso la dieta, il digiuno o l’esercizio fisico intenso.

Quando invece la persona ingerisce grosse quantità di cibo, si causa il vomito, usa lassativi o diuretici, invece, si parla di un sottotipo differente, quello con crisi bulimiche e/o condotte di eliminazione.

Gravità dell´anoressia

Accanto a queste specificazioni, un altro indicatore importante nella diagnosi di anoressia fa riferimento all’indice di massa corporea. Il suo calcolo, infatti, consente di individuare 4 diversi livelli di gravità del disturbo anoressico: lieve, moderato, grave ed estremo.

All’origine dell’anoressia: quali cause?

Le cause dell’anoressia non sono ancora del tutto chiare. Attualmente, però, sembra essere assodata la possibilità di individuare fattori di rischio che possono predisporre allo sviluppo dell’anoressia nervosa. Si fa riferimento all’interazione di cause genetiche, psicologiche, contestuali e relazionali.

Se fino a qualche tempo fa si puntava il dito contro ideali di magrezza-bellezza propagati dai media come una delle cause dell´anoressia, questa ipotesi sembra cadere di fronte all´evidenza che l´anoressia esisteva già da prima dell´avvento dei media (si pensi alle Sante anoressiche!). Tuttavia l’interiorizzazione di un simile ideale di bellezza femminile e il bisogno di piacere a tutti i costi, caposaldo della nostra società dell’immagine, può sicuramente favorire atteggiamenti di insoddisfazione per il proprio corpo, aumentando il rischio di sviluppare un vero e proprio disturbo psichiatrico.

Anorressia e stili di personalità

È chiaro che le dinamiche appena descritte contribuiscono a spiegare solo alcuni aspetti del problema. Per esempio, numerosi studi hanno dimostrato che un fattore di rischio per lo sviluppo dell’anoressia è rappresentato da alcuni tratti di personalità. Tra questi, il perfezionismo, la rigidità del pensiero, la tendenza a darsi degli standard sempre più elevati e l’incapacità di riconoscere il proprio valore.

Non sembra essere rilevante o addirittura presente la presenza di un disturbo dell’immagine corporea. Cioè di una problematica relativa alla percezione distorta del proprio aspetto e delle proprie forme. Son diversi oramai gli studi scientifici che sotengono come invece le persone con anoressia siano molto accurate nel riconoscere la propria forma come eccessivamente magra (si vedano i lavori di Jannsen).

Le persone con anoressia possono tormentarsi per l’incapacità a riconoscere i propri pregi. Forte è invece la tendenza a riscontrare solo i propri difetti. Per concludere, infine, sembra importante ricordare che l’anoressia è un problema che emerge all’interno di schemi familiari disfunzionali (Onnis, 2004). Ecco perché le dinamiche con la famiglia vengono spesso indagate in psicoterapia.

Quali trattamenti per l’anoressia?

L’anoressia è uno dei disturbi psichiatrici con i più alti tassi di mortalità, soprattutto tra gli adolescenti. Proprio per questo motivo diventa importante riconoscere i sintomi dell’anoressia sin dal suo esordio e rivolgersi a dei professionisti specializzati nella sua cura. L’anoressia, infatti, è una malattia potenzialmente letale. La sua gravità suggerisce l’utilità di non trascurare neppure i sintomi lievi.

Laddove il disturbo si manifestia un livello di gravità importante o estremo, potrebbe essere necessario rivolgersi a trattamenti basati sul ricovero ospedaliero o presso strutture residenziali. In condizioni meno gravi o agli esordi, invece, simili strategie potrebbero non essere necessarie. La persona potrebbe invece beneficiare di una presa in carico multidisciplinare con la collaborazione di professionisti di formazione diversa: psicoterapeuta, nutrizionista, medico internista.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Aquilar F., Del Castello E. & Esposito R. (2005). Psicoterapia dell’anoressia e della bulimia. Milano: FrancoAngeli.
Onnis L. (2004). Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società. Milano: FrancoAngeli.

Depressione cosa fare

Depressione: cosa fare?

Depressione: cosa fare? Chissà quante volte ti sarai fatto/a questa domanda… In effetti i disturbi depressivi sono comuni nella popolazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua la depressione come la quarta causa di disabilità a livello mondiale. Ma quali sono i sintomi della depressione, le sue cause e i trattamenti?


Che cos´è la depressione?

Nel linguaggio comune la parola “depressione” viene utilizzata per descrivere situazioni diverse, ma accomunate da un abbassamento del tono dell’umore. Per tono dell’umore si intende una disposizione dell’affettività di carattere durevole che può andare incontro a modificazioni in risposta agli eventi che ci capitano. Il tono dell´umore può variare tra i due estremi della tristezza e dell’euforia. Il tono dell’umore influenza il nostro modo di presentarci agli altri e comunicare con loro, le nostre percezioni, le nostre modalità di pensiero, di comportamento e di movimento.

Se è chiaro che le nostre emozioni cambiano nel tempo, a seconda di come ci sentiamo e delle cose che ci capitano, è vero anche che ciascuno di noi presenta spesso una tonalità dell’umore che lo caratterizza al di là delle circostanze del momento. Alcune persone, cioè, presentano più facilmente un umore alto. Altre, invece, sono più spesso di “cattivo umore” o presentano una tonalità affettiva maggiormente sintonizzata sulle corde della tristezza. In questo caso, per esempio, si può parlare di temperamento depressivo, caratteristico delle persone che tendono ad essere malinconiche, ad avere una scarsa autostima, ad essere pessimiste.

Essere tristi o pessimisti signifia essere depressi?

Essere tristi o tendenzialmente pessimisti non ha nulla a che vedere con le situazioni in cui l’umore si presenta patologicamente depresso configurando un vero e proprio disturbo psicologico degno di attenzione clinica. Ugualmente importante è affermare che i vissuti di lutto e vuoto che si sperimentano quando si perde il lavoro, un partner o qualcos’altro di importante devono preoccupare meno rispetto a una tonalità depressa dell’umore che non è conseguente a circostanze simili, ma sembra emergere dal nulla.


Quali sono i sintomi della depressione?

Il DSM 5 (APA, 2013), manuale utilizzato per la diagnosi dei disturbi psichiatrici, descrive disturbi depressivi diversi per sintomi e caratteristiche. Il disturbo da disregolazione dell’umore dirompente, la depressione maggiore, il disturbo depressivo persistente, il disturbo disforico premestruale, la depressione dovuta a cause mediche o sostanze, la depressione non specificata.

Nelle loro reciproche differenze, tutti questi quadri sono caratterizzati dalla compromisione significativa del funzionamento relazionale, sociale e lavorativo della persona che ne è quindi investita in maniera globale.

Il disturbo da disregolazione dell´umore dirompente

Nello specifico, il disturbo da disregolazione dell’umore dirompente riguarda i bambini e i ragazzi fino ai 18 anni. Insorge tipicamente tra i 6 e i 10 anni. È caratterizzato da e da una irritabilità diffusa che può esprimersi attraverso frequenti scatti di rabbia e violenza. Gli episodi di aggressività, nello specifico, devono verificarsi almeno 3 volte a settimana.

Il disturbo depressivo maggiore

Nel caso della depressione maggiore devono essere presenti 5 o più dei seguenti sintomi.

– umore depresso per la maggior parte del tempo

– marcata perdita di interesse o piacere per attività abituali

– significativa perdita di peso o alterazioni dell’appetito

– insonnia o ipersonnia,

-fatica e sensazione di perdita di energia

-agitazione o rallentamento psicomotorio

– attenzione e concentrazione ridotte

-ricorrenti pensieri di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio.

Affinché possa essere posta diagnosi di disturbo depressivo maggiore i sintomi devono essere presenti per un periodo di almeno 2 settimane.

Il disturbo depressivo persistente

La diagnosi di disturbo depressivo persistente si può diagnosticare se è possibile rilevare almeno 2 sintomi tra i seguenti per un periodo di almeno 2 anni.

-variazioni dell’appetito

– insonnia o ipersonnia

– scarsa energia e faticabilità

– bassa autostima

– difficoltà di concentrazione e nella presa di decisioni

– hopelessness, cioè sensazione di essere senza speranza.

Questi sintomi descrivono un umore stabilmente depresso, anche se non raggiungono spesso l’intensità della depressione maggiore e possono alternarsi a momenti in cui l’umore si presenta con una tonalità normale.

Il disturbo disforico premestruale

In questo quadro, il disturbo disforicopremestruale descrive una condizione prettamente femminile che può essere diagnosticata alla presenza di almeno 5 tra i seguenti sintomi

– irritabilità

-rabbia o aumento della conflittualità interpersonale

– labilità emotiva

-umore deflesso, disperazione, autocritica

– ansia marcata, con tensione e sensazione di avere i nervi a fior di pelle

– riduzione dell’interesse per le attività consuete

– fatica e scarsa energia

– difficoltà a concentrarsi

– cambiamenti nell’appetito

– sensazione di perdere il controllo sulla propria vita

– sintomi fisici quali dolori al seno, dolori muscolari e articolari, aumento del peso, sensazione di gonfiore.

Depressione indotta da condizioni mediche o da sostanze

La depressione dovuta a condizioni mediche o sostanze, invece, si verifica quando la sintomatologia può essere specificamente connessa alla presenza di alcune malattie o all’assunzione di farmaci e droghe. Nel primo caso, i sintomi depressivi possono essere messi in relazione a problematiche mediche quali le patologie oncologiche, le malattie epatiche, l’anemia, l’ipotiroidismo, ecc…

Nel secondo, è necessario ricordare che la depressione può essere secondaria all’assunzione di farmaci quali alcuni contraccettivi, gli antiparkinsoniani, gli’interferoni, ecc… Vissuti depressivi, inoltre, possono essere collegati anche all’uso di droghe quali cannabis, cocaina, eroina, alcol, allucinogeni, ecc.


Cosa fare se pensi di soffrire di un disturbo depressivo?

Se ti sei riconosciuto in uno dei quadri appena descritti potresti soffrire di un disturbo dell’umore. In questo caso puoi rivolgerti con fiducia a uno psicoterapeuta perun primo colloquio, in presenza oppure online. Non bisogna dimenticare, infatti, che sebbene i disturbi depressivi comportino un malessere invalidante, essi possono essere trattati proficuamente. Come nella maggior parte dei casi di disturbi psicologici, diagnosticare un problema e attivare una terapia sin dagli esordi del malessere può portare a una risoluzione più rapida. Sarà cura dello psicologo-psicoterapeuta proporre un percorso di trattamento personalizzato e funzionale.

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Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Perrotta G. (2019). Depressive disorders: Definitions, contexts, differential diagnosis, neural correlates and clinical strategies. Arch Depress Anxiety, 5(2), 009-033.

ansia e insonnia

L´ansia causa insonnia?

L´ansia causa insonnia? O l´insonnia può causare ansia? Quali sono nello specifico le relazioni tra ansia e insonnia?

Che cosa si intende per insonnia?

Tra i più frequenti disturbi del sonno, l’insonnia è un problema comune che si caratterizza per l’insoddisfacente qualità o quantità del sonno. Alcune persone sperimentano difficoltà di addormentamento. Altre, invece, faticano a mantenere il sonno. Altre ancora, infine, riferiscono una cattiva qualità generale del loro riposo. Nel caso in cui la persona sperimenti difficoltà di addormentamento si parla di insonnia precoce o iniziale. In caso di frequenti e prolungati risvegli, si parla di insonnia di mantenimento. Infine, seci si risveglia presto al mattino (almeno 2 ore prima della sveglia) si soffre di insonnia tardiva. Nel caso in cui si sperimentino diverse tra queste difficoltà è possibile diagnosticare un´insonnia mista o generalizzata che, spesso, si associa alla percezione di dormire male e di avere una qualità del sonno insoddisfacente.

Un´insoddisfacente qualità del sonno può avere delle ripercussioni importanti sulla nostra qualità di vita. Dormire poco, risvegliarsi frequentemente o troppo presto al mattino sono tutti fenomeni che possono associarsi a sintomi diurni quali sonnolenza, irritabilità, affaticamento, umore deflesso, difficoltà di concentrazione.

Una domanda che spesso mi viene fatta è la seguente: l´ansia causa insonnia? Prima di rispondere alla domanda “l´ansia causa insonnia?”, definiamo cosa si intende per insonnia.

La diagnosi di insonnia può essere effettuata se si verificano alcune condizioni minime.

Sono necessari almeno trenta minuti per addormentarsi o un periodo di simile durata deve registrarsi negli episodi di risveglio notturno. La condizione di insonnia deve verificarsi almeno tre notti a settimana. L’insonnia deve potersi registrare per un periodo di almeno sei mesi.
Diversi studi scientifici hanno messo in evidenza che l’insonnia può essere un fattore di rischio per l’insorgenza di malattie mentali. Ma anche un disturbo che consegue ad una patologia psichiatrica, peggiorandone i sintomi e compromettendo ulteriormente la qualità di vita della persona. In oltre il 50% delle persone che soffrono di insonnia è possibile riscontrare almeno un altro disturbo psicologico. Nello specifico, considerando uno dei disturbi emotivi comuni più diffuso, l’ansia, è ormai noto il suo legame con l’insonnia.

L´ansia causa insonnia o l´insonnia causa ansia?

Il legame tra insonnia ed ansia è clinicamente noto. La quinta edizione del manuale diagnostico-statistico dell’American Psychiatric Association (2013) cita le alterazioni del sonno quali la difficoltà ad addormentarsi, la difficoltà di mantenere il sonno o il sonno inquieto tra i sintomi per la diagnosi del disturbo d’ansia generalizzata (DAG). Molte tra le persone che soffrono di questo disturbo, infatti, possono impiegare molto tempo a prendere sonno. Oppure, svegliarsi ripetutamente nel cuore della notte in preda a vissuti di carattere ansioso. Si tratta di una associazione ansia-insonnia che riduce la qualità di vita della persona che soffre di DAG. Il paziente, tra l’altro, può anche sperimentare vissuti ansiosi incentrati sulla preoccupazione che non sarà possibile riposare bene e che, per questo, l’indomani sarà poco pronto ad affrontare le sfide quotidiane. Simili preoccupazioni comportano la possibilità di innescare un circolo vizioso per cui l’insonnia può contribuire alla cronicizzazione del disturbo d’ansia.

Insonnia e disturbo di panico

Il disturbo d’ansia generalizzata, comunque, non è l’unica condizione ansiosa in cui l’insonnia può giocare un ruolo importante. L’ansia può interferire con la qualità del sonno anche nel disturbo di panico. In questi casi, infatti, la persona può svegliarsi in preda a forti attacchi nel cuore della notte. Questa condizione può legarsi sia a difficoltà nel riaddormentarsi, sia ad una crescente ansia anticipatoria. Persone che soffrono di panico possono così cominciare a manifestare difficoltà crescenti di addormentamento in un crescendo di ansia che si autoalimenta e cresce.

Insonnia e fobie

Per concludere, a soffrire di insonnia sono anche molte persone con diagnosi di fobia sociale. In questo caso l’addormentamento può essere ostacolato dai pensieri ansiogeni circa le relazioni con gli altri, preoccupazioni che possono disturbare anche la qualità del sonno.


Cosa fare per combattere l’insonnia e l’ansia?

Quanto è stato detto rende chiaro che in numerose condizioni ansiose l’insonnia è così rilevante da essere inserita tra i sintomi caratteristici di un disturbo d’ansia. In altre situazioni, invece è il disturbo psichiatrico a causare insonnia. In entrambe le situazioni, però, diventa cruciale intervenire sul disturbo del sonno al fine di evitare l’innesco di circoli viziosi e patologicicapaci di alimentare il malessere della persona e di acuirne la sofferenza.

L’insonnia quindi può essere sia sintomo di un quadro psicopatologico o sua conseguenza. In entrambi i casi rivolgersi a uno psicoterapeuta è il primo passo per una corretta diagnosi e per pianificare un piano di trattamento. Come già rilevato da alcune rassegne pubblicate negli anni Novanta (Morin, Culbert e Scwartz, 1994), uno degli approcci psicoterapici più efficaci per il trattamento dell’insonnia e dei disturbi di ansia che sono ad essa variamente associati è rappresentato dalla psicoterapia.

La psicoterapia come trattamento dell´insonnia

La psicoterapia è un´ottima strategia di intervento per combattere l´insonnia. Questa opzione terapeutica propone alcune tecniche di intervento particolarmente efficaci. In primo luogo, la psicoterapia si occupa dell’educazione e dell’igiene del sonno. Questo aiuta la persona a essere consapevoli delle cause del disturbo e dei fattori che possono contribuire a mantenerlo. L’intervento psicoeducativo, in aggiunta, prevede di fornire delle informazioni sulla fisiologia del sonno e sulle regole che possono facilitare l’addormentamento e il mantenimento di una buona qualità del riposo. Inoltre, la psicoterapia prevede in genere interventi di restrizione e di controllo del sonno. Nel primo caso, il tempo in cui il paziente si trova a letto viene fatto coincidere con quello impegnato effettivamente a dormire. Nel secondo caso, la finalità è quella di estinguere l’associazione tra attività incompatibili con il dormire e i luoghi del riposo. Per esempio la camera da letto dovrà essere l´unico spazio da dedicaresonno, non quello in cui si programma la giornata successiva o si compiono attività come consultare lo smartphone o guardare la tv.

Lo psicoterapeuta può anche insegnare esercizi di respirazione e di rilassamento che favoriscono il sonno.
Per concludere, al pari di quanto previsto per la cura di disturbi differenti, non bisogna dimenticare che in caso di insonnia e ansia i trattamenti psicoterapici online effettuati da remoto sono ugualmente efficaci rispetto a quelli erogati in presenza.

Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Espie, C. A. (2018). Superare l’insonnia. Come dormire meglio con la terapia cognitivo comportamentale. Trento: Edizioni Erickson

ansia da prestazione

Come superare l´ansia da prestazione

Ansia da prestazione. Alla ricerca della performance perfetta. Come superare l´ansia da prestazione? Anche se molti avranno legato l´ansia alla vita sessuale, l’ansia da prestazione ci può colpire nelle più svariate situazioni. Nell’articolo alcuni spunti per comprendere questa forma d’ansia e per capire come superarla.

Che cos’è l’ansia da prestazione?

Prima di un esame importante o di un colloquio di lavoro, è esperienza comune sperimentare tensione e sentirsi agitati. Possiamo avvertire sensazioni fisiologiche fastidiose, come sudorazione o tachicardia. Lato psiche, la nostra mente può essere occupata da pensieri negativi che riguardano sentimenti di inadeguatezza e incapacità. Talvolta, possiamo anche mostrarci impacciati nei movimenti o apparire indecisi. Simili esperienze sono comuni e probabilmente ci hanno sicuramente riguardati tutti nel caso di eventi particolarmente decisivi per il nostro futuro. Tuttavia, per diverse persone l’ansia da prestazione può essere una esperienza non occasionale ma frequente. Le difficoltà comportamentali si manifestano spesso con forme di evitamento delle situazioni temute. Inoltre ci si può sentire costantemente stressati o irritabili. Non solo. Si possono manifestare sintomi a carico di diversi organi. Tra questi, fastidi gastro-intestinali, problemi osteo-articolari, difficoltà respiratorie. Ma anche insonnia. Tutti questi fastidi influenzano negativamente la qualità della vita di chi soffre di ansia da prestazione.

La paura di fallire

In effetti, per chi soffre di questa tipologia di ansia, la paura di fallire è sempre dietro l’angolo. Questa non dipende tanto dalla qualità percepita della propria preparazione, né dalla difficoltà di un compito, né dall’esperienza accumulata in precedenza. Piuttosto sembra nascere da sentimenti di inadeguatezza tout court.

L’ansia da prestazione, quindi, può innescarsi in moltissime situazioni socio-relazionali, lavorative o scolastiche. La paura di non riuscire a raggiungere uno standard o un obiettivo è grande. E il timore di fallire può innescare una risposta allo stress che può avere un impatto sul nostro benessere. Sia meccanismi di forte inibizione che di vero e proprio evitamento limitano poi le possibilità di azione della persona.

Cosa differenzia l’ansia da prestazione dalle altre forme di ansia?

Ma qual è la differenza tra l’ansia da prestazione e le altre tipologie di ansia?
Se le diverse forme di ansia hanno spesso le stesse manifestazioni e le stesse conseguenze su corpo e psiche, la tipologia di cui stiamo parlando si caratterizza per alcuni aspetti specifici che accomunano chi ne soffre. In genere, si tratta di persone che hanno fatto proprio un ideale di perfezione estremo. Per chi soffre di ansia da prestazione, insomma, gli standard prestazionali di riferimento possono essere molto elevati. Le situazioni vengono percepite come una prova. Ne consegue che l’aspettativa è di soddisfare criteri di giudizio molto elevati. In diversi casi il giudice più importante, ma anche quello più severo, è interno. La persona può percepire di non essere abbastanza, di essere piena di difetti o mancanze. Si tratta di una condizione che è frequente quando sono scarse l’autostima ma anche l’autoefficacia percepita. In maniera non alternativa, per molti il giudice è esterno e diventa di fondamentale importanza il giudizio dell’altro. In questo secondo caso, il contesto sociale di riferimento gioca un ruolo rilevante e dall’approvazione dell’altro dipende la possibilità di mantenersi in una condizione di buon equilibrio psicologico. Ricevere un brutto voto ad un esame o un feedback negativo può avere un impatto sulla persona. E spesso alimenta meccanismi che scoraggiano nei tentativi di impegnarsi in ulteriori e nuove esperienze. In moltissimi casi, gli sforzi dell’individuo si concentrano solo sui risultati. Per questo è possibile perdere il piacere di fare qualcosa di nuovo, di mettersi alla prova in un compito ritenuto difficile. Ma anche di prestare la propria attenzione alle opportunità che sono sempre implicite nelle sfide che affrontiamo quotidianamente.

Quali sono i rapporti tra ansia da prestazione e disturbi psicologici?

Se non viene trattata in maniera appropriata, l’ansia da prestazione può alimentare dei processi disfunzionali che ostacolano la persona nel suo progetto di vita e ne peggiorano l’adattamento. Come indicato dal manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali, il DSM 5 (2013), inoltre, le manifestazioni dell’ansia da prestazione, potrebbero far parte dei quadri sintomatologici caratteristici di veri e propri disturbi d’ansia. Tra questi il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo di panico, la fobia sociale. Talvolta, poi, l’ansia da prestazione può riguardare la vita sessuale dell’individuo, motivo per cui potrebbe essere l’indicatore di una disfunzione sessuale.

Come superare l´ansia da prestazione?

Come superare l´ansia da prestazione? Sicuramente è opportunorivolgersi a un professionista specializzato nella diagnosi e cura dei disturbi di ansia. Rivolgersi ad un professionista con specifiche competenze nel campo dei disturbi di ansia è un valido aiuto in tutti quei casi in cui elevati livelli di ansia da prestazione hanno un impatto negativo sulla performance sportiva, compromettendo il risultato anche quando è alla portata dell’atleta. Come è stato ormai accertato da numerosi studi, infatti, un livello di ansia non eccessivo ha un impatto positivo sulla prestazione. Questo è vero soprattutto quando il compito è alla portata di chi lo sostiene e si è fatto sufficiente esercizio per sostenerlo. Diverso è per le forme di ansia da prestazione che risultano poco controllabili e che, per questo, avranno maggiori probabilità di avere un impatto negativo sulla prova.


Quali trattamenti per l’ansia da prestazione?

Uno dei modelli terapeutici che si è rivelato particolarmente efficace nel caso del trattamento dei disturbi d’ansia e, quindi, anche dell’ansia da prestazione, è rappresentato dalla psicoterapia cognitivo-neuropsicologica.

Anche le tecniche di imagery e di rilassamento possono coadiuvare e rivelarsi particolarmente utili. Sia per gli sportivi che per chi soffre di ansia da prestazione tra le lenzuola. Queste tecniche lavorano sulla modificazione delle componenti somatiche dell’ansia e sull’apprendimento di modalità finalizzate ad attenuare la tensione e rilassare il corpo.

Per concludere, in un momento che ci confronta con la possibilità di un nuovo lockdown a causa del Coronavirus, non è superfluo sottolineare che è possibile rivolgersi ai professionisti della salute mentale anche in modalità online.


Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Bögels, S. M., Alden, L., Beidel, D. C., Clark, L. A., Pine, D. S., Stein, M. B., & Voncken, M. (2010). Social anxiety disorder: questions and answers for the DSM‐V. Depression and anxiety, 27(2), 168-189.
Woodman, T. I. M., & Hardy, L. E. W. (2003). The relative impact of cognitive anxiety and self-confidence upon sport performance: A meta-analysis. Journal of sports sciences, 21(6), 443-457.

ansia e covid

Gli effetti del Covid-19 sulla salute mentale

Quali sono gli effetti del Covid-19 sulla salute mentale? La pandemia da Covid-19 è a tutti gli effetti una esperienza potenzialmente traumatica. Cosa fare per combattere l’ansia “da limbo” che accompagna l’esplosione della seconda ondata?

Quali sono le relazioni tra Covid-19 e salute mentale?

La pandemia da Covid-19 ci riguarda direttamente ormai da diversi mesi e sta mettendo a dura prova le nostre capacità di fronteggiare uno stress intenso e ripetuto, sollecitando la nostra capacità di resilienza. Il fatto di essere stati colpiti direttamente dal virus o di aver assistito alla malattia di un congiunto, in più, è sicuramente un fattore di rischio per lo sviluppo di diverse forme di disagio psicologico. A conferma di questa ipotesi, un recente studio del San Raffaele di Milano pubblicato sulla rivista Brain, Behavior and Immunity, ha dimostrato che i superstiti del coronavirus sono andati incontro a

disturbo post traumatico da stress

ansia

sintomi di tipo ossessivo

insonnia

depressione

I risultati dello studio

Come si legge nell’articolo, su 402 pazienti ricevuti nell’ambito dell’ambulatorio per i follow-up post covid, il 55% presenta almeno un disturbo mentale. Sono donne a soffrire di più rispetto agli uomini. In maniera significativa, i punteggi di ansia e depressione sono risultati essere associati a quelli dei markers infiammatori. E la gravità dei sintomi risulta essere influenzata dalla storia psichiatrica pregressa e dalla durata dell’ospedalizzazione.

Trovarsi a vivere una condizione di pandemia espone tutti noi a fattori di rischio per lo sviluppo di disagio psicologico. In modo particolare, sono state numerose le persone colpite da vissuti di tipo ansioso nelle diverse fasi della pandemia.
Già nelle prime settimane di diffusione del virus, psicologi e psicoterapeuti hanno registrato un aumento delle richieste di intervento e di aiuto. Le cause principali sono ansia e preoccupazione dovute alla paura di ammalarsi in prima persona o di vedere ammalarsi i propri cari. Ad alimentare l’ansia da contagio, sono intervenuti diversi fattori. In primis il fatto di trovarsi a combattere un nemico poco noto e invisibile. In secundis, la notevole focalizzazione sulla pandemia di media e social. Infatti l’esposizione a un flusso continuo di notizie sul covid e le sue conseguenze ha incrementato i livelli di ansia. Non a caso si è parlato di infodemia.

Sono aumentati gli interventi di aiuto psicologico online


Alla forte preoccupazione di contagiarsi, con il passare delle settimane, si è aggiunta anche l’ansia da reclusione. Questa è dovuta al lockdown e alla necessità di sospendere le proprie attività lavorative e quelle del tempo libero. Non poter uscire per dedicarsi a impegni e passatempi usuali ha alimentato il malessere pre-esistente. La reclusione ha precluso ogni possibilità di scaricare la tensione secondo le personali e consuete modalità. Sono state queste dinamiche e questi vissuti che hanno spinto molte persone a ricercare un supporto psicologico. Spesso l´aiuto è stato erogato secondo modalità online che si sono rivelate efficaci tanto quanto quelle in presenza.
È in uno scenario di crescente malessere che alcune persone hanno poi sviluppato la cosiddetta sindrome della capanna. Dopo mesi in cui l’orizzonte di vita è stato segnato dalle pareti domestiche, molti trovano difficile tornare alle relazioni in presenza e alla vita quotidiana. Ad inibire il progressivo ritorno alle vecchie abitudini, il desiderio di restare protetti tra le mura di casa. Ossia dell luogo che ci aveva tenuti al riparo dai pericoli proteggendoci dalla malattia.
Nella fase attuale della pandemia, secondo gli esperti della Società Italiana di Psichiatria, il rischio è di sperimentare la carica angosciante e il potere paralizzante della cosiddetta “ansia da limbo”. Questa condizione di immobilità e sospensione rispetto al futuro rischia di coinvolgere sempre più persone.

Che cosa è l’ansia da limbo?


Dopo il primo lockdown, siamo purtroppo di fronte alla possibilità concreta di una nuova e impietosa ondata pandemica. I telegiornali ci confrontano quotidianamente con dati preoccupanti che lasciano ipotizzare chiusure e divieti sempre più radicali.
Sarebbe la possibilità di un nuovo stop alle attività ad alimentare un diffuso vissuto di sospensione connesso anche alle esperienze di quarantena o isolamento fiduciario. La dimensione dell’attesa, riguarda sì l’incertezza del momento. Ma c’è chi aspetta di poter effettuare dei test e di entrare in possesso dei risultati. Non è chiaro quanto durerà la propria malattia e quale sarà il suo decorso. Non si sa se il lavoro potrà continuare ad essere svolto con continuità o se andrà incontro a un nuovo momento di stallo.
Si tratta di condizioni in cui la persona può sentire tensione e spaesamento, facendo fatica a concentrarsi o a dormire. Sono sintomi che accomunano tutte le condizioni ansiose, purtroppo frequenti in questi ultimi mesi di pandemia. Secondo la Società Italiana di Psichiatria, però, non si deve pensare di trovarsi di fronte a un’ansia generalizzata. Piuttosto di una condizione che presenta caratteristiche specifiche. Per esempio il dover mettere tra parentesi la propria vita nell’attesa di una cura efficace, della fine della pandemia, di un vaccino, del prossimo DPCM.


Cosa fare per combattere l’ansia da covid?


Cosa fare se vi sentite in tensione? Se non riuscite a staccare la vostra attenzione dalle notizie relative alla pandemia? Se fate fatica a concentrarvi e riposare? Potrebbe essere utile in tuti questi casi rivolgervi a uno psicologo. Sentirsi tesi e preoccupati nel bel mezzo di una pandemia, infatti, è normale. Allo stesso tempo, però, il prolungarsi di questa situazione potrebbe rendere necessario rivolgersi a un professionista della salute mentale. È questo un valido aiuto per ricercare migliori strategie di gestione dello stress e della tensione.
Può non bastare condurre un sano stile di vita. Né coltivare le proprie relazioni e prendersi cura di sé dedicandosi ad attività che ci fanno stare meglio. Per questo potrebbe essere importante consultare uno specialista. Lui saprà occuparsi con competenza del trattamento dei disturbi d’ansia.
Accanto alla psicoterapia, esistono altre strategie di trattamento. Alcune si focalizzano sulla riduzione della tensione muscolare grazie ad un lavoro di rilassamento che possa concentrarsi sulla componente somatica del malessere.

In ogni caso, se la tensione e l´ansia diventano eccessive, lasciati aiutare. La soluzione è a portata di mano. Anzi, di click.

Riferimenti bibliografici
Mazza, M. G., De Lorenzo, R., Conte, C., Poletti, S., Vai, B., Bollettini, I., … & Benedetti, F. (2020). Anxiety and depression in COVID-19 survivors: Role of inflammatory and clinical predictors. Brain, behavior, and immunity. Consultato il 18 Ottobre 2020 su https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0889159120316068
https://qds.it/coronavirus-gli-psichiatri-ora-la-nuova-ansia-e-quella-da-limbo/

il primo colloquio in psicoterapia

Come si svolge il primo colloquio in psicoterapia?

Ci siamo. Hai finalmente trovato il coraggio di lasciarti aiutare e hai prenotato con me il tuo primo incontro di psicoterapia. E ora, carico/a di aspettative, ma anche di dubbi e perplessità (leciti), ti ritrovi con questa domanda in testa. Come si svolge il primo colloquio in psicoterapia? Cosa succederà? Cosa vorrà sapere da me il dottore? Che domande mi farà? Cosa devo aspettarmi? Non c´è dubbio che il primo colloquio in psicoterapia costituisca un momento fondamentale per chi si appresta a compiere un percorso di questo tipo. In questo articolo ti racconto come svolgo il primo colloquio in psicoterapia e cosa succede dopo il primo colloquio.

Come lavoro io

Di solito prima del primo colloquio (online o in presenza che sia) concordo con la persona un primo appuntamento telefonico della durata di 10-15 minuti. Il primo contatto telefonico ha l´obiettivo di verificare la praticabilità della terapia e la congruità della richiesta di aiuto della persona con le mie competenze cliniche. Non sono un tuttologo. Ce ne sono già troppi in giro. Per esempio, io ho deciso di specializzarmi nella cura di ansia e panico. Non è detto quindi che sarò io il professionista più adatto alla tua situazione. Al telefono chiedo il motivo della richiesta e una prima definizione del problema, per verificare se sarò competente rispetto al tuo problema. Durante questa telefonata sarò quindi tutto orecchi e ti lascerò descrivere cosa ti ha portato a contattarmi. Alla fine di questa telefonata saprò dirti se posso essere io il professionista più adatto alla tua situazione o, in caso negativo, saprò comunque indirizzarti verso altri professionisti che possono fare al caso tuo.

Il primo colloquio

Come si svolge il primo colloquio in psicoterapia? Nel caso in cui sia io il professionista più adatto alla tua situazione, al termine della telefonata fisseremo un appuntamento (online o in presenza). Giunti al fatidico giorno, ti accomoderai nel mio studio virtuale (se hai scelto la modalità di psicoterapia online) oppure in uno degli studi dove ricevo in presenza (a Milano Porta Venezia, Milano Corso Vercelli, Monza o Cernusco sul Naviglio).

Nel corso del primo colloquio ti farò (più di ) qualche domanda che ci aiuterà a comprendere la natura della problematica che ha generato sofferenza. Durante questo primo incontro potrai iniziare a descrivere alcuni stati d´animo problematici (come l´ansia) e insieme cercheremo di contestualizzarli in una serie di episodi o relazioni. Per esempio, provo ansia quando sono in compagnia di Tizio, se devo parlare in pubblico, quando sono al lavoro, se devo prendere un mezzo di trasporto, se mi trovo in un luogo chiuso o aperto, se ho paura di star male, se temo possa avere un attacco di panico, ecc.. Ma la problematica può anche riguardare un evento o una relazione passati e problematici.

Inoltre, in questo primo colloquio andremo alla ricerca del contesto in cui la problematica è emersa per la prima volta. Per fare ciò, ti chiederò di raccontare una storia: la tua! Solo in questo modo potrà emergere il senso dell´esordio e del mantenimento della sofferenza e la difficoltà emotiva o psicologica risulterà comprensibile, spiegabile e, quindi, trattabile.

Cosa succede alla fine del primo colloquio?

Alla fine del primo colloquio avvertirai una nuova comprensione dei tuoi modi di essere disfunzionali o patologici. Comprendere l´origine e la causa della sofferenza è già un primo atto terapeutico che ci prepara al secondo momento della psicoterapia. E cioè quello orientato alla cura e alla trasformazione di te. La psicoterapia, infatti, non deve limitarsi a spiegare e comprendere l´origine e la causa della sofferenza ma deve consentire una trasformazione di quei modi di essere che ostacolano il benessere psicologico. Per questo motivo già alla fine del primo colloquio avvertirai la possibilità di “essere altrimenti“.

Come momento che precede questa trasformazione, alla fine del primo colloquio riformuleremo insieme le difficoltà o i riportate riassumendoli in due-tre problemi sui quali andremo a lavorare nel corso dei successivi colloqui.

Come procederà la psicoterapia dopo il primo colloquio?

Concordato il problema o la difficoltà da trattare, nel corso delle successive sedute individueremo insieme i contesti e le situazioni nei quali si manifesta. Adesso che ha i capito come si svolge il primo colloquio in psicoterapia, prima di esplorare il “perché” di una difficoltà o di un sintomo dovremo esplorare “quando” appare, con quale frequenza e con che gravità. In questa fase la precisione diagnostica è necessaria perché spesso il sintomo psicologico si presenta con un carattere di vaghezza e di indeterminatezza. Invece il sintomo va definito e non solo nominato. Questo primo atto terapeutico ti consentirà di comprendere perché il sintomo emerge in tutta la sua esplosività in determinati contesti e situazioni mentre resta silente e dormiente in altri. Perché è importante questo passaggio? Perché in questo modo il sintomo non diventa più un evento che si manifesta a suo piacimento e sul quale non hai alcun controllo. Ma, al contrario, comincia a diventare maggiormente prevedibile, controllabile e , di conseguenza, ti sorprenderà e spaventerà meno.

Ma questo non è che l´inizio della terapia

Nel corso dei successivi incontri, ti proporrò una serie di esercizi finalizzati alla trasformazione dei tuoi modi di essere che generano sofferenza e che ti aiuteranno a ritrovare il benessere, la serenità e la libertà che il sintomo ti ha tolto.

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